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Riassunto: Sparta. Storia e rappresentazioni di una città greca (M. Lupi)

Ecco il riassunto completo del libro "Sparta: Storia e rappresentazioni di una città greca" di Marcello Lupi, che ho preparato personalmente per studiare in vista del mio esame di Storia Greca. Ho deciso di condividere questi appunti sperando che possano essere utili anche a voi per inquadrare subito i concetti chiave, smontare il "miraggio spartano" e ripassare i vari capitoli prima dell'esame!

Pubblicato: 14/06/2026
Aggiornato: 14/06/2026
Copertina: Riassunto: Sparta. Storia e rappresentazioni di una città greca (M. Lupi)

1 Immagini di Sparta

Aneddoto Samii e Sparta: i Samii richiesero l’aiuto militare ed economico di Sparta contro il tiranno Policrate che, qualche anno prima, aveva preso il controllo dell’isola. Erodoto racconta che i Samii parlarono molto a lungo – troppo – e ciò non piacque per niente ai magistrati spartani: questi ultimi dissero loro che, per via della lunghezza del loro intervento avevano dimenticato la prima parte del loro discorso e non ne avevano quindi compresa la fine. I Samii non si arresero e si presentarono nuovamente di fronte ai magistrati con un sacco: si limitarono a dire che il sacco aveva bisogno di farina. L’aiuto fu infine concesso, ma anche questa volta gli Spartani dissero che quel loro insistere così sul sacco fosse stato superfluo.

Quest’aneddoto rimarca alcune caratteristiche degli Spartani spesso messe in evidenza nelle fonti: la loro sobrietà nel parlare e nel loro vivere quotidiano (nel nostro lessico persistono ancora aggettivi come ‘spartano’ e ‘laconico’). Esso si ritrova molto tempo dopo in un’opera di Plutarco sui Detti degli Spartani che raccoglieva materiale di una tradizione plurisecolare di “detti” (apophtegmata) per cui gli Spartani erano famosi. Da questi ‘detti’ emerge l’immagine di una città austera, dedita esclusivamente all’esercizio delle armi (Isocrate la definì “simile a un accampamento militare”), in cui l’individuo è sottomesso dalla nascita alla morte al controllo pervasivo dello Stato. Si comprende quindi che, a causa di questi aspetti idealizzanti e stereotipati, non sia sempre semplice interpretare la società di Sparta e la sua vicenda storica.

Molti ambienti oligarchici simpatizzavano per gli Spartani a tal punto da imitarne talvolta anche il modo di vivere nell’apparenza esteriore: per un oligarchico portare la barba e i capelli lunghi e possedere un vestiario modesto e grezzo erano un modo per sottolineare le proprie simpatie politiche. Gli Spartani favorirono certamente questo lungo processo di idealizzazione, ma è interessante però rilevare che questo fenomeno interessò anche la letteratura superstite di autori di origine non spartana. In questo caso specifico esso si verificò presso i gruppi oligarchici ateniesi intorno alla metà del V secolo: le fonti ateniesi si sono conservate in modo significativo e pertanto molte testimonianze a noi note riflettono questa mitizzazione della storia e della società di Sparta. Per definire questo fenomeno fu coniata l’espressione calzante di “miraggio spartano”, dal titolo di un libro molto apprezzato di F. Ollier (1938). Bisogna però prestare molta attenzione a questo fenomeno, dato che, all’interno della tradizione filo-spartana, si possono distinguere chiaramente diversi atteggiamenti: esiste la “laconomania” estrema di coloro che consideravano gli Spartani una sorta di semidei; c’è poi l’elogio ragionato (non privo di qualche critica) del loro sistema politico; come sempre esiste anche una certa nostalgia della Sparta del bel tempo antico. Questo è l’atteggiamento delle fonti filo-spartane; dall’altra parte possediamo anche le testimonianze degli ambienti democratici che presentano un’immagine molto negativa della città: anche in questo caso si procede per immagini stereotipate (come quelle della doppiezza presunta degli Spartani che dicono una cosa e ne pensano in realtà un’altra). Insomma: su Sparta fu combattuta una straordinaria battaglia ideologica e per comprenderla bisogna innanzitutto volgere lo sguardo verso i miti dei primi secoli della sua esistenza.

1.1 Il mito di fondazione: Dori ed Eraclidi

Nella memoria antica l’evento fondativo della città è costituito dalla discesa dei Dori nel Peloponneso e dall’insediamento di alcuni di loro a Sparta. Non furono i primi abitanti di Sparta. Essa aveva avuto infatti un ruolo importante nella guerra di Troia ed era la sede del re Menelao, fratello di Agamennone, sovrano di Micene che aveva guidato la spedizione contro Troia. Menelao aveva sposato la bellissima Elena il cui rapimento per opera del troiano Paride fu all’origine del conflitto; proprio tramite questo matrimonio Menelao era diventato re di Sparta; Tindareo, il padre di Elena (o patrigno: alcune versioni sostengono che Elena fosse figlia di Zeus) discendeva dai più antichi re della Laconia. Secondo alcuni racconti Tindareo era stato detronizzato dal fratellastro Ippocoonte, per essere poi in seguito reinsediato grazie all’intervento di Eracle. Tindareo, quando Elena raggiunse l’età del matrimonio pare che avesse scelto Menelao tra i molti pretendenti e in questo modo gli passò il regno. Nella generazione successiva Oreste (figlio di Agamennone) sposò Ermione (figlia di Menelao ed Elena) unendo così i domini di Agamennone e di Menelao. Nel regno del figlio di Oreste, Tisameno, ebbe luogo l’arrivo dei Dori nel Peloponneso. Gli Spartani avevano a cuore di sottolineare nettamente la discontinuità tra questa Sparta achea della poesia epica e quella dorica di cui essi si sentivano gli eredi, ma questo passato leggendario aveva comunque un ruolo importante nella memoria cittadina (vedi i culti tributati a Elena e Menelao e ai fratelli di Elena, Castore e Polluce, i Dioscuri, o nelle fonti spartane Tindaridi).

Per la discesa dei Dori esistono molte versioni. Le due principali versioni provengono dallo storico Diodoro Siculo e dal mitografo Pseudo-Apollodoro; sono entrambi autori piuttosto tardi il cui racconto si richiama a versioni di questo mito elaborate nel corso del IV secolo (il punto di vista riflesso da questi autori non è necessariamente quello spartano). Eracle morì e ascese finalmente all’Olimpo a fianco del padre Zeus; i suoi discendenti, gli Eraclidi, furono però braccati e cacciati dal Peloponneso per mano di Euristeo (il re di Micene e Tirinto che aveva sottoposto Eracle alle celebri fatiche). Dopo diversi sforzi per ritornarvi e un’ancora più lungo peregrinare, gli Eraclidi riuscirono a invadere e conquistare finalmente il Peloponneso grazie all’aiuto dei Dori. Il luogo di provenienza dei Dori era controverso già nell’antichità, ma possediamo la versione corrente a Sparta grazie ad alcuni versi del poeta elegiaco Tirteo attivo nel VII: essi secondo questa versione sarebbero originari della cittadina di Erineo, ubicata nella piccola regione montuosa della Grecia centrale nota come Doride. “Zeus stesso diede questa città agli Eraclidi insieme ai quali, dopo aver abbandonato Erineo ventosa, giungemmo alla vasta isola di Pelope”. Nella costruzione della propria identità gli Spartani attribuirono grande importanza al loro essere, allo stesso tempo, Dori ed Eraclidi. Questo legame è chiaro anche in una tradizione relativa al re Egimio, figlio di Doro e mitico antenato di tutti i Dori, che aveva ricevuto l’aiuto di Eracle nella lotta contro i Lapiti della Tessaglia e dopo la morte dell’eroe ne aveva adottato il figlio Illo. Quest’ultimo aveva vendicato il padre uccidendo Euristeo e fu il primo che tentò di invadere il Peloponneso alla testa dei Dori; egli fallì perché aveva interpretato male l’oracolo che concedeva agli Eraclidi di tornare nel Peloponneso al tempo del “terzo” raccolto. Il loro ritorno non sarebbe avvenuto nel terzo anno, come aveva creduto Illo, ma nella terza generazione successiva. La conquista del Peloponneso avvenne infatti solo tre generazioni più tardi, quando i tre fratelli eraclidi Temeno, Cresfonte e Aristodemo riuscirono a penetrarvi. L’ultimo sovrano acheo, Tisameno, venne ucciso e la popolazione fu cacciata o sottomessa. Questa invasione, secondo lo storico Tucidide avvenne ottanta anni dopo la presa di Troia (circa 1100). Nella spartizione tra i tre fratelli del territorio conquistato ad Aristodemo toccò in sorte la Laconia; se vi giunse in tempo è in dubbio: le tradizioni spartane sostengono che egli morì quando aveva già preso pieno di Sparta. Le tradizioni panelleniche lo faceva invece morire prima, attribuendo ai suoi figli, i gemelli Euristene e Procle, il ruolo di fondatori della città e di capostipiti delle due famiglie che in età storica detenevano (insieme) il potere regale: gli Agiadi e gli Euripontidi. Il racconto della discesa dei Dori fu creato per giustificare la presenza di un determinato popolo in un dato territorio. Gli Spartani, in quanto Dori, sostenevano di essere venuti da un’altra terra e di aver preso possesso di quella che abitavano con la forza delle armi; una conquista legittima dato che, dopo che Tindareo fu detronizzato da Ippocoonte, Eracle aveva conquistato Sparta e l’aveva restituita a Tindareo, che si era impegnato a trasmetterla ai discendenti di Eracle (una differenza notevole rispetto agli Ateniesi che rivendicavano invece di essere autoctoni e non degli invasori). La sparta achea della poesia epica era un preludio che anticipava la vera fondazione della città ad opera dei Dori e degli Eraclidi.

1.2 La fondazione politica della città: le leggi di Licurgo.

I primi eraclidi si presentarono come conquistatori, non come fondatori di una comunità politica dotata di una legislazione. Alla base dell’idealizzazione di Sparta c’è anzitutto l’elogio della sua organizzazione politica e sociale (nelle fonti antiche**:** kosmos = ordinamento politico; eunomia = buon governo, buona legislazione) e pertanto è necessario l’intervento di un legislatore, Licurgo, cui attribuirlo. Per Erodoto Licurgo agisce come un nuovo fondatore che trasforma Sparta da città che possiede le leggi peggiori fra tutti i Greci in città ben governata; Tucidide non lo nomina esplicitamente, ma anche lui accenna a un lunghissimo periodo di conflitto civile successivo alla fondazione di Sparta ad opera dei Dori: esso ebbe termine quando, verso la fine del IX secolo, Sparta si diede una buona legislazione che le consentì di non essere mai retta da un regime tirannico. Nessuno nell’antichità aveva le idee chiare su Licurgo e sull’epoca in cui sarebbe vissuto, che oscillava tra l’età dei primi eraclidi e l’istituzione dei giochi olimpici del 776 cui egli stesso avrebbe contribuito. Anche Plutarco, nella sua biografia dedicata al personaggio deve ammettere di trovarsi in difficoltà: non esisteva infatti una tradizione ufficiale sul legislatore spartano. L’incertezza degli antichi è condivisa dagli storici moderni che rinnegano la storicità di Licurgo: il grande legislatore è un personaggio fittizio la cui invenzione va collocata nel VI secolo (Tirteo, nel secolo precedente, non ne fa menzione); i costumi spartani in trasformazione, precedentemente attribuiti ai gemelli Euristene e Procle o addirittura al re dei Dori Egimio, furono assegnati a Licurgo. C’è da dire tra l’altro che pure la tradizione antica dubitava della natura umana di questo legislatore: recatosi al santuario oracolare di Delfi, egli ricevette dalla sacerdotessa, la Pizia, un responso che avanzava il sospetto che egli non fosse un uomo, bensì un dio; gli Spartani costruirono per lui un santuario molto venerato. L’etimologia del nome Licurgo potrebbe infatti significare “facitore di luce” e alcuni storici hanno ipotizzato che egli fosse in realtà una divinità solare reimpiegata nella funzione di legislatore; ciò non è però detto: egli nel culto in suo onore poteva anche solo essere venerato come un eroe.

Licurgo è una figura centrale nella memoria collettiva spartana, tanto che fu rivendicato a sé da entrambe le famiglie reali: essi lo inserirono all’interno delle proprie genealogie non in qualità di re, ma in quanto reggente, come tutore di un nipote ancora in età minore. Le fonti più antiche del V secolo sono discordi sulla sua origine familiare: per Simonide egli era un Euripontide, per Erodoto un Agiade; nel IV secolo invece s’impose la tradizione che lo vedeva come figlio secondogenito (non designato quindi a regnare) del re Euripontide Eunomo (allusione ‘buon governo’ introdotto da Licurgo). Nobile fino in fondo, alla morte del fratello maggiore egli avrebbe potuto regnare, ma non volle farlo, assumendo invece il ruolo di tutore di Carilao, il figlio del fratello defunto; egli accolse poi l’invito degli Spartani a trasformare l’ordinamento della città. Si riteneva che Licurgo avesse ricevuto le sue leggi direttamente da Apollo, tramite la consultazione dell’oracolo delfico, ma secondo altri egli si sarebbe invece ispirato al sistema costituzionale di Creta da cui le aveva importate dopo averlo studiato in loco in modo approfondito.

In realtà Licurgo non è poi così speciale dato che condivide alcuni motivi generalmente connessi alle figure dei legislatori: in particolare la necessità di mantenere immutate le buone leggi che aveva appena introdotto; Licurgo avrebbe ottenuto questo obiettivo lasciandosi morire lontano da Sparta, dopo aver fatto giurare ai suoi concittadini che non avrebbero modificato le leggi fino al suo ritorno. Che queste invenzioni biografiche siano vero o meno non importa: è più interessante l’“uso” che fu fatto di Licurgo nel corso della storia spartana. Secondo la tradizione Licurgo introdusse tutte le istituzioni spartane con la sola eccezione della doppia regalità, ovviamente pre-esistente al legislatore. La ricezione acritica delle sue leggi fece si che egli fosse ampiamente sfruttato a fini politici: la crisi di Sparta di IV secolo fu individuata nell’abbandono della legislazione di Licurgo; in senso inverso, quando fu necessario operare un cambiamento nel sistema istituzionale della città (Agide IV e Cleomene III), esso fu presentato come un grande ritorno all’originaria costituzione di Licurgo. Un altro aspetto che esemplifica chiaramente questa lotta politica è la controversa magistratura dei cinque efori. Nel V secolo questa importante magistratura fu considerata un’istituzione introdotta da Licurgo, ma nel secolo successivo, per via dell’accesa lotta politica interna alla città, essa fu considerata una carica posteriore al legislatore introdotta invece dal re Teopompo. In età ellenistica infine, il re Cleomene III eliminerà la magistratura per eliminare ogni intralcio all’attuazione delle sue radicali riforme sociali, giustificando il suo gesto sostenendo che, oltre a non essere un’istituzione originaria di Licurgo, gli efori avevano usurpato ampi poteri che non gli aspettavano.

Licurgo è un personaggio fittizio, ma nella pratica storiografica corrente è ancora presente, per l’ampio uso che la tradizione antica ne ha fatto, la sovrapposizione tra Licurgo e le istituzioni di Sparta. Per “Sparta licurgica” si intende quella peculiare fisionomia delle istituzioni cittadine intorno alle quali è costruita l’immagine idealizzata di Sparta, con al vertice i due sovrani, gli anziani e gli efori. Una città austera, in cui fin dalla più giovane età ciascun individuo si sottopone all’educazione collettiva, prende parte ai sissizi (pasti in comune) e si dedica costantemente all’esercizio delle armi e alla guerra (può farlo perché le sue necessità primarie vengono assolte dal lavoro servile degli Iloti).

1.3 Sparta, Creta e la costituzione mista

Una tradizione molto nota vorrebbe che Licurgo si fosse ispirato per le sue leggi al sistema vigente a Creta. Si raccontava che Licurgo avesse frequentato a Creta il poeta e musico Taleta di Gortina, di cui egli, insieme al legislatore di Locri Epizefiri Zaleuco, sarebbe stato discepolo. Questa è una tradizione che già Aristotele criticava aspramente per motivi cronologici (Taleta è una figura del VII secolo; Licurgo è una figura del VI secolo). Questa connessione fra legislatori di età arcaica è invece decisamente interessante, tanto che alle loro legislazioni (Sparta, Creta, Locri Epizefiri) veniva associato sempre il termine eunomia: tutti sistemi lodati per la loro stabilità. Il rapporto fra le costituzioni di Sparta e di Creta, per quanto fosse studiato dagli autori antichi, risulta perlopiù una costruzione ideologica. L’idea stessa dell’esistenza di una (1) “costituzione cretese” è una pura astrazione: l’isola di Creta era costituita infatti da una moltitudine di città. Anche le presunte somiglianze fra i due ordinamenti, a un’attenta analisi, non appaiono come tali. La presenza di una (2) servitù rurale o di un (3) consiglio di anziani non deve sorprenderci troppo perché questi elementi erano diffusi nel mondo greco. Altri elementi, come il rapporto tra la magistratura spartana degli (4) efori e quella cretese dei kosmoi non apparirebbero nemmeno tali se la riflessione politica antica non li avesse particolarmente enfatizzati. Anche il parallelismo più evidente, quello dei (5) pasti in comune, presentava comunque delle significative differenze (quelli di Creta per di più avevano un’altra denominazione). Pur rivendicando entrambi un’ascendenza dorica, non è opportuno richiamarsi a una pretesa origine comune per spiegare queste lontane somiglianze. Ci possono certamente essere delle convergenze strutturali, ma è soprattutto la buona fama delle legislazioni cretesi che deve aver alimentato questo desiderio di enfatizzare così tanto il legame fra Sparta e Creta. Anche questo tema fu terreno di un aspro scontro ideologico. Secondo Erodoto gli Spartani stessi credevano che Licurgo avesse importato le sue Leggi da Creta, ma negli anni della guerra del Peloponneso, nel contesto dello scontro ideologico tra Sparta e Atene, questo dettaglio si prestava a critiche da parte dei loro acerrimi avversari. Pericle stesso, leader democratico di Atene, nell’Epitaffio per i caduti del primo anno di guerra (431), sottolinea questo elemento critico, sostenendo con orgoglio che la costituzione ateniese non imitava altre costituzioni, ma costituiva invece un modello da imitare. A questo punto si diffuse una nuova tradizione filo-spartana che riaffermava l’originalità della costituzione di Licurgo: erano stati i Cretesi a imitare le leggi degli Spartani; alcune città cretesi (Litto) erano colonie di Sparta e pertanto ne dovevano certamente aver adottato le leggi. Eforo di Cuma, in questo dibattito si schierò a favore della priorità cretese.

Il tema era oramai entrato a far parte stabilmente della riflessione politica del IV secolo. Platone “Nella Repubblica” cita le due costituzioni e afferma che esse costituiscano l’ordinamento più vicino al modello utopico di città che egli elabora; nell’ultimo dialogo delle “Leggi” compaiono pertanto uno Spartano e un Cretese. Aristotele affrontò la ricerca della migliore costituzione possibile e offrì nella “Politica” una descrizione comparata dei due ordinamenti. La lode per la stabilità dell’ordinamento spartano fu ripresa dalla teoria della ‘costituzione mista’ che ebbe molto successo nel pensiero politico antico: il miglior ordinamento politico era quello in grado di mischiare e bilanciare al proprio interno aspetti dei regimi monarchici, oligarchici e democratici. Aristotele nella “Politica” vi fa riferimento sostenendo che essi fossero espressi rispettivamente dai re, dal consiglio degli anziani e dagli efori (questi ultimi perché di estrazione popolare); egli aggiunse però che non tutti erano concordi sul giudizio dell’eforato, che consideravano un potere di natura tirannica (Platone): in questo caso l’aspetto democratico si esprimeva nell’educazione, nei pasti in comune (alimentazione) e nella vita di tutti i giorni (abbigliamento), che, indipendentemente dalla ricchezza, erano elementi condivisi da tutti gli Spartani. C’erano quindi molti modi per adattare la teoria della ‘costituzione mista’ alle istituzioni spartane; questo dimostra l’incessante dibattito che dal V secolo fino a Polibio si sviluppò sull’ordinamento spartano e sulle virtù a esso associato: il coraggio di fronte al nemico (andreia), la temperanza (sophrosyne) e la concordia nelle relazioni civili (homonoia).

1.4. Gli scritti sulla Costituzione degli Spartani.

Il tema della costituzione (politeia) era molto gradito al pubblico di età classica, soprattutto quello ateniese. Esistono in particolare un gruppo di opere, di limitata estensione, dedicate all’esposizione dell’ordinamento di Licurgo, indiscusso protagonista; esse sono perlopiù intitolate “Costituzione degli Spartani” (dei Lacedemoni; Lakedaimonion Politeia). Queste opere si svilupparono inizialmente nei circoli oligarchici ateniesi, anzitutto in quello gravitante intorno a Socrate, che erano piuttosto ostili alla democrazia affermatasi ad Atene nel V secolo. Il loro modello di riferimento era ovviamente quello di Sparta. Il primo autore fu Crizia, uno dei maggiori esponenti del regime oligarchico dei Trenta (Tiranni), che prese il potere per qualche mese ad Atene dopo la fine della guerra del Peloponneso. Crizia scrisse anche un’elegia in cui veniva lodata Sparta e, secondo Senofonte, affermò pubblicamente il suo apprezzamento verso l’ordinamento spartano. Della sua opera rimangono pochi frammenti, ma essa fu certamente un modello per quelle successive (quella di Senofonte è l’unica prevenutaci integralmente). Viene da chiedersi se gli Spartani avessero contribuito a questo modello storiografico. Aristotele sostenne che un certo Tibrone contribuì notevolmente allo sviluppo di questi scritti; egli viene identificato generalmente con un ufficiale spartano attivo nei primi decenni del IV secolo. Si è quindi ipotizzata l’esistenza di una storiografia locale spartana incentrata sulla figura del legislatore Licurgo; in fondo sappiamo che esistono ben due scritti da figure di primo piano della classe dirigente cittadina sulla costituzione spartana (Lisandro e Pausania II; anche se quest’ultimo, costretto all’esilio, scrisse qualcosa “contro” le leggi di Licurgo). Non possedendo niente su Tibrone (né frammenti né notizie) siamo però costretti a procedere con cautela, soprattutto se, come sostenne Aristotele, egli divenne un punto di riferimento per questo sottogenere letterario; alcuni sostengono che il nome fosse uno pseudonimo di Senofonte che quest’ultimo aveva utilizzato per far circolare la propria Costituzione degli Spartani.

Senofonte fu un oligarca ateniese coinvolto nel regime dei Trenta; per questo suo coinvolgimento egli abbandonò la propria città natale (401) e si trovò a vivere a contatto diretto con gli Spartani conoscendo personalmente anche il loro re Agesilao (di cui scrisse un encomio). Egli visse a lungo nel Peloponneso, a Scillunte, in una tenuta fornitagli gentilmente dagli Spartani. Non conosciamo la data esatta della “Costituzione degli Spartani”, ma il contesto storico di riferimento sono i primissimi anni del IV secolo. L’opera si basa sull’assunto che la potenza della città è la diretta conseguenza della bontà delle sue istituzioni (“pratiche sociali”, epitedeumata), introdotte da Licurgo ed esposte da Senofonte nella sua opera. L’opera di Senofonte si ispira a quella di Crizia, in un percorso che va dalla nascita alla tarda età (quella di Crizia partiva dalla procreazione degli Spartani per creare figli robusti e sani); l’organizzazione delle età della vita veniva forse percepita come un elemento essenziale della società spartana. Senofonte enfatizza costantemente la diversità radicale fra il modo di vivere degli Spartani e quello di tutti gli altri Greci; altri filo-spartani riconoscevano una somiglianza tra le istituzioni di Sparta e quelle di Creta: per Senofonte invece la Sparta licurgica è una città diversa e incomparabilmente migliore di qualsiasi altra: un modo a parte. Nel blocco finale dell’opera dedicato all’esposizione dell’organizzazione militare e dei privilegi goduti dai re, l’immagine immacolata di Sparta viene sconfessata nel problematico capitolo 14 (il penultimo nella tradizione manoscritta, ma è anche possibile che in origine fosse l’ultimo). Senofonte fino a quel momento aveva lodato senza riserve le istituzioni di Sparta; adesso però riconosce i comportamenti devianti che gli Spartani del proprio tempo hanno assunto: essi non obbediscono “né al dio né alle leggi di Licurgo”. La profonda ammirazione di Senofonte per gli Spartani forse aveva dei limiti (almeno per quanto concerne la loro azione politica).

In fondo, nella seconda metà del IV secolo, un tema scottante era come Sparta, da città così potente e ammirata, fosse andata incontro a una crisi che appariva irreversibile e richiedeva spiegazioni. Aristotele offriva il suo punto di vista nella sua “Politica”, ma purtroppo abbiamo perso la sua Costituzione degli Spartani. Essa però fu molto diffusa nell’antichità (Vita di Licurgo, Plutarco; epitome Eraclide Lembo): in maniera non dissimile dalla “Costituzione degli Ateniesi”, essa era divisa probabilmente in due parti: la prima di carattere storico (discesa Dori ed Eraclidi, Licurgo, trasformazioni successive) e la seconda descriveva i costumi della città (sempre secondo il modello della successione delle età della vita). La stessa scuola aristotelica produsse un’altra Costituzione degli Spartani per mano di Dicearco di Messene attivo fino ai primi anni del III secolo. La sua opera fu molto apprezzata nella stessa Sparta dove essa, secondo una disposizione, doveva essere letta ogni anno ai giovani riuniti nella sede degli efori; Dicearco potrebbe aver quindi avuto accesso a fonti spartane e pertanto questi ultimi abbiano accolto il suo testo come una rappresentazione ufficiale delle istituzioni cittadine. Questa produzione prosegue durante l’età ellenistica, ma possediamo meno dati. In questo periodo scrisse il primo erudito spartano di cui abbiamo notizie, Sosibio Lacone. Fu un autore di opere di carattere antiquario su culti e tradizioni civiche che, per la ricchezza dei loro contenuti, vennero utilizzate per la trattatistica su Sparta di età romana. Dalle scuole filosofiche, in particolare dagli stoici provengono altri riferimenti. Un certo Sfero di Boristene scrisse una “Costituzione” degli Spartani e un’opera avente come tema Licurgo e Socrate: egli visitò Sparta e cooperò con il programma di riforme introdotte dal re Cleomene III (ripristino educazioni collettiva giovani, pasti comuni, ormai abbandonate); per questi motivi la sua opera potrebbe essere funzionale alla politica di Cleomene III. Per il resto, durante l’età ellenistica e romana possediamo solo un mero elenco di nomi (sia per le Costituzioni degli Spartani sia per le Lakonika, “cose spartane”).

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1.5 Una breve panoramica delle fonti.

Per l’età arcaica abbiamo i poeti Tirteo e Alcmane: alcune tradizioni dubbie li volevano non originari di Sparta, ma comunque nelle loro poesie si ritrovano molti aspetti della società e cultura spartana del VII. A Tirteo (2° guerra Messenica) erano attribuite elegie che spronavano i giovani al combattimento, forse cantate durante i banchetti; è poi autore di un’elegia di carattere narrativo intitolata “Eunomia”, un’autorappresentazione che la comunità spartana dava della propria storia più antica: si parla della discesa dei Dori e degli Eraclidi, della costruzione di un ordine politico e della conquista della Messenia e gli Spartani vengono esortati all’obbedienza. La lirica di Alcmane rivela la vivacità culturale della Sparta arcaica: egli compose soprattutto paterni, i canti intonati dai cori delle ragazze spartane. Quello più conosciuto, Paternio del Louvre illustra il mondo e i valori delle ragazze appartenenti all’élite spartani. I suoi mecenati, per una serie di riferimenti a figure delle famiglie reali, appartenevano agli ambienti aristocratici**. Oltre un secolo dopo Simonide di Ceo**, su commissione spartana, celebro le imprese di Sparta negli anni delle guerre persiane.

Con l’emergere della storiografia greca nel V secolo abbiamo una maggiore massa di informazioni, con le quali possiamo ricostruire con più continuità la storia di Sparta: dagli anni finali del VI secolo al 478 possediamo le “Storie” di Erodoto di Alicarnasso in nove libri: abbiano molte tradizioni sulla storia più antica della città, con riferimenti ai conflitti tra le due case regnanti, alle guerre Persiane (in cui il ruolo di Sparta fu fondamentale: vedi le battaglie delle Termopili e di Platea). Occhio però: Erodoto non tratta di eventi suoi contemporanei (scrisse nell’età periclea). Nel corso dei suoi viaggi egli raccolse tutta una serie di tradizioni orali (aveva visitato pure Sparta): tradizioni più o meno ufficiali (ogni polis rielaborava il proprio passato), tradizioni familiari o provenienti dall’oracolo delfico; molto materiale aneddotico o folcloristico. La sua narrazione non è sempre precisissima per ricostruire realmente cosa è successo, ma è molto ricca. Tucidide, autore delle “Storie” in otto libri narra invece di eventi contemporanei e pertanto è molto accurato e ricco di dettagli: egli si fa grande interprete del periodo della guerra del Peloponneso, dal 431 al 404; scrive anche un po’ di storia antecedente, ma in modo abbastanza sbrigativo (digressione sulla sorte del reggente di Sparta Pausania e sul terremoto che devastò Sparta nel 464). Forse potrebbe essere stato anche un esule nel Peloponneso (anche lui visitò Sparta); la selezione accurate delle informazioni per mezzo dei suoi informatori lo rendono un autore fondamentale per il punto di vista di Sparta nel corso della guerra del Peloponneso (eventi politico-evenemenziali, ma anche aspetti della mentalità spartana come la paura di una rivolta degli Iloti, delle istituzioni e dell’organizzazione dell’esercito). Alcune informazioni possono essere integrate con la “Biblioteca Storica” di Diodoro Siculo (I). Il continuatore di Tucidide, di cui possediamo l’opera integrale (Elleniche, sette libri), è Senofonte. Dopo aver lasciato Atene, Senofonte aveva combattuto come mercenario al fianco del principe persiano Ciro il Giovane nella spedizione (poi conclusasi con un fallimento) dei 10.000. La sua opera parte dal 411 (anno in cui il racconto di Tucidide si interrompe) e terminano nel 362. Senofonte visse al fianco degli Spartani e pertanto l’opera, nonostante alcune vistose lacune, è fondamentale per conoscere il loro punto di vista.

Per l’età classica possediamo anche diversi frammenti. Carone di Lampsaco (V secolo) scrisse un’opera sui “Pritani dei Lacedemoni”; non esiste una magistratura simile nell’ordinamento spartano; forse Carone si riferiva agli efori e si presentava come una lista di magistrati. Tra gli storici del IV secolo è fondamentale Eforo di Cuma (“Storie”, 29 libri, più uno scritto dal figlio) che iniziavano con la discesa dei Dori e terminavano nel 346. Egli sistemò e razionalizzò le tradizioni sulla storia spartana arcaica e cerò per il V secolo di fornire una narrazione alternativa rispetto ai suoi predecessori. La sua opera ebbe molta fortuna e venne citato più o meno esplicitamente da vari storici; egli per il periodo che va dal 480 alla metà del IV secolo è la fonte principale di Diodoro Siculo (“Biblioteca Storica”) per quanto concerne la Grecia continentale.

Tanti altri autori, non sempre storici, scrissero di Sparta e delle sue istituzioni nel IV secolo. Platone, nipote di Crizia e allievo di Socrate, nutriva naturalmente sentimenti filo-spartani. Egli rimproverava a Licurgo il fatto di aver creato un ordinamento politico orientato esclusivamente verso la guerra, ma la città ideale progettata “Repubblica” e “Leggi” risentiva del modello storico delle istituzioni spartane; nella “Repubblica”, la presenza di una classe di “guardiani” dedicati alla difesa della città e viveva dei beni forniti da una classe di produttori richiamava fortemente il modello Spartani-Iloti (i primi niente agricoltura o artigianato; i secondi sostengono i primi). Isocrate intervenne per un cinquantennio nel dibattito politico ateniese (“Orazioni”): egli era espressione della tradizione democratica ateniese e i suoi accenni a Sparta furono tendenzialmente negativi, ma, nel corso di tanti anni in alcuni casi espresse un giudizio positivo. Aristotele fece numerosi accenni a Sparta: egli abbandonò la sua forte idealizzazione di Sparta, analizzando approfonditamente il suo sistema politico (“Politica”) scoprendo che le ragioni della crisi della città risiedevano proprio in quelle istituzioni considerate a priori ottime. A partire dal IV secolo Sparta fu ai margini della grande politica; anche le fonti storiografiche pertanto si occuparono meno della polis. Polibio (“Storie”) si occupò di Sparta e illustrò l’estremo ed effimero tentativo di Sparta, tra il III e il II secolo, di esercitare una politica di potenza in un contesto politico molto diverso; gli attori erano cambiati: all’interno del Peloponneso vi era la lega achea (di cui lo stesso Polibio fu un’esponente di spicco), all’esterno comandavano i regni ellenistici e, poi, Roma.

Tra le fonti tarde, quando il dominio imperiale di Roma era ormai certo, due autori greci si sforzarono di riflettere sulla grandezza della propria passata storia e di rivendicare il ruolo dell’eredità greca. Il primo autore è Plutarco di Cheronea, vissuto tra il I e il II secolo d. C, autore delle “Vite”, in cui metteva in parallelo un personaggio della tradizione greca e un romano (gli abbinamenti non funzionavano sempre benissimo). Licurgo era abbinato a Numa, il secondo re di Roma, che introdusse le istituzioni religiose della città. Una biografia su Licurgo era impossibile da scrivere e Plutarco, uomo coltissimo, forte della conoscenza di molta letteratura sull’ordinamento politico di Sparta, scrisse una vita strutturandola sul modello di una Costituzione degli Spartani. Egli fornisce un’immagine molto idealizzata della polis: egli dubita per esempio della storicità di quelle istituzioni che non apparivano degne del grande legislatore. Plutarco scrisse anche altre vite di grandi Spartani: Lisandro (Silla), Agesilao (Pompeo) e quella duplice di età ellenistica su Agide IV e Cleomene III (Tiberio e Caio Gracco). Aveva pianificato anche una biografia su Leonida, ma non sappiamo se sia mai stata effettivamente messa per iscritto (purtroppo non è arrivato nulla!). In un’altra delle sue opere, i “Moralia”, compaiono anche i “Detti degli Spartani”: essi presentano tutta una serie di detti attribuiti a singoli individui spartani (anche anonimi), ma prevedono anche sezioni dedicate alle istituzioni e ai costumi di Sparta, nonché a un’altra parte coi detti delle donne spartane. La natura di quest’opera è incerta: forse era l’“officina” di Plutarco nel quale egli raccoglieva il materiale da utilizzare poi per scrivere le vite sugli Spartani; potrebbe essere stata integrata da qualche intervento esterno proveniente da altre fonti.

Il secondo autore è invece Pausania che, con la sua “Periegesi della Grecia” (metà II d.C.), fornisce una guida ai luoghi e ai monumenti in cui si rifletteva il grande passato della Grecia. Essa ha un libro dedicato alla Laconia e uno sulla Messenia che sono utili per ricostruire la storia di Sparta; egli fornisce una serie di itinerari attraverso la città, nel corso dei quali vengono menzionati moltissimi dettagli interessante (ginnasi, templi, teatri). Attenzione però: nelle epoche precedenti Sparta era molto “austera” e urbanisticamente poco sviluppata e subì solo in un momento successivo un processo di monumentalizzazione; ciononostante le informazioni che Pausania fornisce sui miti, sui monumenti e sui riti ci fornisce la lettura che gli Spartani, durante l’età imperiale, diedero della loro storia più antica. Non è possibile ricostruire topograficamente la città: gli itinerari non sono individuabili sul terreno, se non per pochissimi casi.

In età classica l’insediamento di Sparta era costituito da una somma di villaggi: per questo tratto di poco sviluppo urbano l’indagine archeologica è stata trascurata per diverso tempo. Nei primi anni del 1900 la British School at Athens effettuò degli scavi nell’area dell’acropoli e in corrispondenza del santuario di Artemide Orthia; poi quasi il nulla: è perfino più conosciuta l’area rurale di Sparta (non impedita da costruzioni moderne) grazie alla Laconia Survey negli anni ’80 del 900. Un discorso simile può essere fatto per le fonti epigrafiche, che sono abbondanti solo in età tarda e permettono di ricostruire solo le istituzioni politiche durante l’età imperiale romana e non quelle più antiche (e gustose!). Le iscrizioni pubbliche e private superstiti di età arcaica e classica sono pochissime. C’era forse una scarsa consuetudine all’utilizzo dello strumento epigrafico, sebbene l’archiviazione di documenti pubblici risulti bene attestata: Sparta non si auto-rappresentò nell’età classica attraverso epigrafi esposte su steli e monumenti. La storia di Plutarco secondo cui Licurgo avrebbe proibito di mettere per iscritto le leggi è sicuramente una leggenda, ma riflette forse questa consuetudine. Si deve purtroppo fare affidamento sulle fonti letterarie facendo attenzione al “miraggio spartano” (e al loro processo di invenzione e rielaborazione della storia) e utilizzando i modelli delle scienze sociali.

2 Le origini e la prima espansione

(Per la geografia di Sparta, vedi mappa pag. 40). Nell’epica omerica Sparta era nota con l’epiteto “concava Lacedemone”. Sparta (“la seminata”) è un termine che si utilizza soprattutto per la polis, mentre il toponimo Lacedemone è utilizzato sia come sinonimo per Sparta sia per indicare una realtà geografica più ampia. I cittadini di Sparta erano detti “Spartiati”, mentre il termine Lacedemoni si applicava sia agli Spartiati in senso stretto sia ai perieci, gli abitanti di condizione libera delle altre città e villaggi della Laconia su cui Sparta dominava. Per indicare i Lacedemoni si può utilizzare anche il termine “Laconi” da cui deriva “terra dei Laconi” (Lakonike; Laconia non è una dizione antica). L’uso di questi termini non è sempre coerente nelle fonti; per di più l’estensione del territorio cui questi toponimi si riferiscono variò storicamente in base ai periodi di espansione o restrizione del dominio spartano. Ad esempio nell’Iliade, nel “Catalogo delle Navi”, tra i vari contingenti achei che parteciparono alla spedizione contro Troia, risulta anche la “concava Lacedemone”: essa però ingloba Sparta, alcune cittadine nei dintorni e altri centri affacciati sul golfo laconico e quello messenico. Finché Sparta dominò sulla Messenia infine, il termine Lakonike indicò tutto il Peloponneso meridionale, Laconia e Messenia incluse.

2.1 La Laconia micenea

Sulla preistoria più antica della Laconia, come per il resto della Grecia continentale, gli insediamenti neolitici sono pochi e dispersi (ex: sito Kouphovouno; Neolitico medio 5500). Intorno al 3000, con il passaggio all’età del bronzo assistiamo a una maggiore densità di insediamenti e una più articolata organizzazione sociale; quest’ultime diverranno sempre più complesse fino all’emergere della Laconia micenea durante la tarda età del bronzo (1650-1100). Durante questo periodo una ricca élite guerriera si trovò coinvolta nei traffici mediterranei per ottenere materie prime e beni di prestigio. I maggiori centri presentano un’organizzazione sociale incentrata intorno a un palazzo retto da un sovrano (wanax) con una struttura complessa comprendente diversi funzionari. Queste esigenze amministrative erano assolte attraverso l’utilizzo di una scrittura sillabica, Lineare B (fonti: numerose tavolette d’argilla). L’epica omerica non fornisce molti dettagli di questa società, ma essi furono sufficienti perché i Greci di età storica indentificassero i resti ancora visibili dei palazzi (mura ‘ciclopiche e tombe a tholos) con il racconto dell’epica guerra di Troia (i resti di Micene e Pilo sono identificati con quelli di Agamennone e di Nestore in base al racconto). Un simile palazzo da attribuire a Menelao è più complesso (mancano le tavolette in Lineare B), ma ci sono diversi candidati (ben 4!) per via del gran numero di insediamenti presenti durante l’apice della civiltà micenea (XIV e XIII). Negli archivi del palazzo di Tebe, in Beozia, è emersa una testimonianza importante: su alcune tavolette compaiono i termini Lakedaimonios e “figlio di Lakedaimonios” (etnonimo per indicare un abitante di Lacedemone? Un antroponimo?). La loro presenza indica che in età micenea esisteva una località denominata Lacedemone con cui il palazzo di Tebe manteneva dei rapporti.

L’opzione più accreditata per ora (British School of Athens) è quella con il Menelaion, dove sono state trovare diverse residenze (risalenti al 1450 circa) simili alla struttura dei palazzi micenei; la posizione strategica dell’insediamento, posto su una collina ben protetta dalla quale si controllava la valle dell’Eurota, e il fatto che in quest’area (Therapne in età storica) furono venerati dall’VIII secolo Elena e Menelao sono argomenti solidi per accreditare questa ipotesi. Un’altra ipotesi, avanzata molto di recente (2008) vede il centro di Agios Vasileios in primo piano tramite il ritrovamento in Laconia di alcune tavolette in Lineare B. Quelle pubblicate ora sono un po’ fuori contesto e la loro datazione è approssimativa (XIV e XIII) e i testi sono frammentari: i loro riferimenti (a tessuti, sostanze aromatiche, tripode a doppia ansia) fanno pensare a un’articolata organizzazione palaziale. La tavoletta più complessa registra un notevole numero di epizosta: questo termine si riferisce ad armi o a oggetti che fanno parte dell’equipaggiamento militare; un dato che si riflette negli scavi che stanno portando alle luce molte armi (attenzione: non cediamo subito all’immagine storica di una sparta super militaristica). Doveva essere un centro economico e amministrativo molto rilevante per il signore che vi risiedeva: la struttura palaziale è imponente ed estesa e densa; presenta poi diverse tracce di pitture parietali. Bisognerà attendere ulteriori scavi per confermare che questo rappresenta il “palazzo di Menelao”.

2.2 L’emergere della città dorica e i suoi culti

Nel passaggio tra il XIII e il XII secolo tutti i centri del potere palaziale miceneo andarono incontro a violente distruzione. La Laconia non fece eccezione: il Menelaion risulta abbandonato attorno al 1200 così come l’Agios Vasileios (incendiato): la regione si spopolò vistosamente (continuità pochi villaggi). Questo periodo prende il nome di Dark Age e le ragioni di questo tracollo sono incerte, ma esse devono essere ricondotte al più ampio scenario di crisi e distruzione che segna la fine dell’età del bronzo in tutto Mediterraneo orientale e nel Vicino Oriente Antic. Un tempo prevaleva una ricostruzione che ipotizzava l’arrivo di nuovi popoli dal Nord o dal mare, affiancata spesso a quelle che ipotizzano sommovimenti interni a causa di crisi generate da cambiamenti climatici (siccità). L’approccio migliore sembra essere una compartecipazione di fattori, sottolineando spesso l’inerente debolezza socioeconomica del sistema palaziale (elevatissimi costi di mantenimenti élite e funzionari; dipendenza per l’approvvigionamento di metalli e beni di prestigio dai traffici commerciali che coinvolgevano le grandi potenze): i responsabili non sono individuabili, ma, con una debolezza simile, una seria crisi qualunque (chiusura commercio internazionale o ampi movimenti di gruppi umani) avrebbe provocato la loro distruzione. Per quanto concerne la Laconia, questo modello implica che, nonostante la discesa dei Dori ricordata dalla tradizione, la distruzione di questi centri non possa essere pienamente attribuita a una grande migrazione. Oggi questa invasione è ritenuta astorica. Nessuna innovazione della cultura materiale della fine dell’età del bronzo (incinerazione dei cadaveri, adozione ferro, ceramica di impasto barbarian ware) può essere attribuita a una nuova popolazione; esistono movimenti migratori che non hanno lasciato tracce archeologiche, ma in Laconia ci fu una discontinuità: la fondazione di Sparta. La regione non risulta fortemente abitata (1050-950), ma la scarsa documentazione materiale fa pensare che il sito fosse occupato già nel corso dell’ XI secolo (la data solita era il 950). L’altra discontinuità è linguistica: nel primo millennio in Laconia si parlava un dialetto dorico dai tratti particolarmente conservatici; la diversità fra il dialetto e la lingua riconoscibile nelle tavolette in Lineare B è stata considerata a lungo la conferma dell’arrivo di una nuova popolazione. Nella Dark Age c fu uno spostamento consistente di gruppi umani ed è indubbio che anche nella Laconia desolata alcuni di questi si siano insediati: questo non implica però un’invasione di massa con conseguente cacciata o asservimento delle popolazioni preesistenti; né ovviamente che i nuovi arrivati si auto-identificassero come Dori.

Nuove prospettive di come i gruppi umani costruiscono la propria identità etnica, hanno mostrato infatti che gli Spartani non erano infatti i discendenti degli invasori Dori che avevano occupato la Laconia e ne avevano cacciato la popolazione achea: al massimo discendevano dalle genti che si erano insediate nella regione nel corso della Dark Age; essi parlavano una forma di greco non dissimile per alcune caratteristiche al dialetto di età storica (mischiate alla popolazione locale). Gli Spartani erano Dori non per una presunta discendenza, ma perché nella prima età arcaica costruirono la propria identità sul mito della discesa dei Dori al fianco degli Eraclidi: un processo lungo, non un dato primordiale (vedi Tirteo 400 anni dopo la presunta migrazione). Lo stesso mito dell’arrivo di Dori ed Eraclidi nel Peloponneso è in realtà il risultato di un’aggregazione di temi dall’origine molto diversa: quello degli Eraclidi risale ad Argo, mentre quello sui Dori ha probabilmente avuto origine a Sparta (identità dorica in seguito ‘usurpata’ dalle altre polesi del Peloponneso). In fondo gli Spartani si consideravano i Dori per eccellenza (curiosità: il carattere molto conservativo del dialetto di Sparta avrebbe avuto lo scopo per alcuni di auto-considerarsi come gli ‘autentici’ Dori del Peloponneso). Anche i presunti scontri etnici tra Dori e Achei che vivacizzano nelle memorie antiche diversi eventi della storia di Sparta arcaica risultano sospetti come ad esempio lo scontro ad Amicle, vicinissima a Sparta, con la rimanente comunità achea). Questo presunto scontro ha già una cronologia piuttosto traballante: molte fonti pongono l’evento poco tempo l’arrivo dei Dori, Pausania (fonte tarda), in pieno VIII). I dati archelogici (ceramiche) sembra non fornire molto spazio per uno scontro con un conseguente assoggettamento; anzi, sembra aver fatto parte fin dall’inizio parte della comunità spartana. La tradizione in età arcaica potrebbe essere nata per un culto nell’area di Amicle (VII) per Agamennone e Cassandra che avrebbe visto la città come sede dei re achei.

Attribuire una connotazione etnica alle componenti subalterni della popolazione laconica, perieci e iloti è dura. In età classica ci furono vari tentativi: per Isocrate i perieci erano la massa popolare dei Dori invasori, declassati e relegati ai margini del territorio spartano; per Teopompo di Chio (IV) gli Iloti erano Achei. Per Eforo di Cuma i perieci erano degli stranieri di diversa provenienza che, dopo che gli Achei avevano abbandonato la Laconia, erano stati invitati dai Dori insediatisi a Sparta a ripopolarla; all’inizio essi godettero dei diritti politici, ma in seguito furono costretti a pagare un tributo agli Spartani. Gli abitanti di Helos si ribellarono, ma furono sconfitti e ridotti allo stato servile. Non sappiamo se ci fu veramente una guerra per la conquista di Helos, ma bisogna diffidarne: sembra una forzata ricostruzione a posteriori per spiegare il termine che a Sparta era attribuito agli Iloti (Iloti perché provengono da Helos; Ellanico di Lesbo conosceva già questa connessione un secolo prima di Eforo). Il quadro storico è ricostruibile in questi termini: distruzioni varie posero fine alla Laconia micenea e ne determinarono un parziale spopolamento. Vari gruppi che parlavano una forma arcaica di greco occidentale vi si insediarono attuando dinamiche di incontro-scontro tra i nuovi arrivati e le genti preesistenti. Piano piano si formò, attraverso una progressione fusione di vari gruppi originariamente distinti, una comunità politica che vedeva il suo centro a Sparta. Essa col tempo accrebbe il proprio territorio giungendo fino al mare assorbendo le comunità (i futuri perieci) ai margini delle pianure e lungo la costa.

Tracce del processo formativo di questa comunità (IX- inizio VII) vanno cercate nel paesaggio cultuale, soprattutto in un gruppo di santuari ubicati o nell’area della città o intorno alla piana di Sparta (“anello religioso”). Il santuario di Artemide Orthia (soprattutto Orthia; l’identificazione con Artemide è solo nelle fonti tarde) si trovava vicino alle sponde dell’Eurota (inondazioni varie). L’attività cultuale ebbe inizio alla fine del X secolo ed entro il 700 un muro venne a delimitare un’area pavimentata all’interno della quale furono eretti un altare e un tempio. Il culto è associato a riti di iniziazione all’età adulta (a Sparta vigeva una precisa strutturazione delle età della vita). Sull’ acropoli di Sparta c’è poi il santuario di Atena Chalkioikos (“dalla casa rivestita di bronzo), nota anche come Poliarchos (“Protettrice della città). Ad Apollo furono dedicati una serie di culti legati al mondo giovanile, tanto che gli venne riservato un posto in primo piano nel pantheon spartano: gli erano riservate le principali festività cittadine (Gimnopedie, Carnee Iacinzie, Apollo Hyakinthios). In età classica le steli riportanti i trattati di pace conclusi dagli Spartani erano collocate qui: un punto di riferimento essenziale. Questi poi vennero associate al momento fondativo della polis: l’arrivo dei Dori.

2.3 Memorie delle guerre messeniche

Nella prima età arcaica vi fu l’espansione verso occidente, oltre la catena del Taigeto. A differenza dei conflitti con Amicle o Helos, quello contro i Messeni è un fatto storico indubitabile e di grandi conseguenze. La conquista di quelle fertili terre permise a Sparta di controllare direttamente un territorio che nessun’altra città greca poteva vantare: 8000 km2 (2/5 Peloponneso; Tucidide); essa creò poi le condizioni socioeconomiche affinché Sparta potesse esercitare un ruolo egemonico nel Peloponneso e poi in Grecia. Questo ruolo venne meno infatti, proprio quando, nel IV secolo, Sparta ne perse il controllo. In questo caso il problema delle fonti non dipende dalla sua consistenza, bensì dalla sua qualità: in teoria avremmo un racconto continuo degli eventi grazie a Pausania che dedicò un intero libro alla Messenia. Egli, in modo del tutto inusuale, fornisce un racconto (filo-messenico) delle due guerre attraverso le quali gli Spartani presero il possesso della Messenia in età arcaica. La presenza di un racconto così vivace e dettagliato desta qualche sospetto perché sarebbe un unicum prima delle guerre Persiane: c’era d’altronde, dopo la liberazione della Messenia nel 369, un forte interesse da parte dei Messeni a dotarsi di un proprio passato e anche quindi a comprendere come l’assoggettamento dell’intera regione ebbe luogo. Pausania dichiara di utilizzare come sue fonti due autori oscuri (III secolo a.C. circa), Mirone di Priene, che scrisse un’opera in prosa dedicata alla prima guerra messenica e Riano di Bene, autore di un poema epico nel quale si narrava (in modo allegro) la fine della seconda. All’origine della prima guerra messenica vi sarebbe stato un incidente presso il santuario di Artemide Limnatis, situato sul lato occidentale della catena del Taigeto, al confine tra la Laconia e la Messenia. Secondo la versione di Sparta il loro re (Teleclo, Agiade) fu ucciso mentre interveniva in difesa di alcune ragazze spartane indifese che, occupate in certe celebrazioni religiose nel santuario avevano subito violenza da parte dei Messeni. Secondo la versione messenica gli Spartani avevano fin da subito il fine sinistro di impossessarsi delle loro terre e avrebbero utilizzato uno stratagemma per far scoppiare la guerra: le ragazze in realtà erano giovani imberbi vestiti in abiti femminili che si erano intrufolati armati nel santuario per uccidere i Messeni del luogo. La guerra scoppiò però solo nella generazione successiva a seguito di una serie di ulteriori offese reciproche. Gli Spartani invasero la Messenia (743-742), ma nei primi anni non ottennero alcun risultato decisivo nonostante fossero state combattute ben due battaglie campali; alla lunga però la pressione indusse i Messeni ad abbandonare la loro città e a rifugiarsi sul monte Ithome. La guerra si trasformò in un lungo assedio che si concluse solo nel ventesimo anno di guerra: oltre al giuramento di non ribellarsi agli Spartani, fu loro imposto di versare metà del prodotto delle terre che coltivavano. Queste condizioni durissime convinsero i Messeni e il loro leader, Aristomene, a ribellarsi (685-684). Anche in questo caso ci furono una serie di scontri, ma una sconfitta nella battaglia della Grande Fossa indusse Aristomene a rifugiarsi nella fortezza di Eira, da dove continuò la guerra sotto forma di guerriglia. La presa di Eira pose fine alla rivolta nel 668-667: Aristomene e alcuni compagni abbandonarono la regione, gli altri furono ridotti alla condizioni di iloti.

Il racconto è poco realistico, ma forse è possibile che abbia attinto a un nucleo forte della tradizione messenica sopravvissuto attraverso i secoli nelle forme della memoria orale. Una parte della critica sostiene questo punto, ovvero che i Messeni, benché asserviti agli Spartani, avessero conservato qualche memoria della loro storia più antica (quindi il racconto di Pausania a grandissime linee potrebbe essere realistico). Altri ritengono che i Messeni, una volta liberati, avessero inventato il proprio passato. Dal punto di vista cronologico le tradizioni di IV secolo dovevano fare i conti con le elegie di Tirteo, ormai parte importante della tradizione poetica, e pertanto, proprio come aveva fatto il poeta, il collegamento (1° guerra) fu compiuto con le liste genealogiche dei re spartani: la conquista della Messenia fu attribuita a Teopompo, un re che esse situavano nella seconda metà del VIII secolo. Gli Spartani combatterono (“sempre, senza interruzione”) per vent’anni al tempo dei “padri dei nostri padri”: da qui la nascita della tradizione sul giuramento di non tornare a casa finché la Messenia non fosse stata conquistata. Le poesie di Tirteo inoltre, esortavano i giovani al combattimento e facevano ritenere che il poeta fosse vissuto al tempo di una nuova guerra contro i Messeni: di nuovo una ricostruzione eseguita ad hoc; rispetto alla prima guerra, essa fu posta quindi due generazioni dopo la prima. La data di Pausania dovrebbe essere lievemente abbassata: Teopompo, il primo re spartano pienamente storico, è meglio situabile a cavallo del VIII e VII secolo; a favore di questo punto c’era una tradizione che collegava il conflitto tra Spartani e Messeni alla fondazione coloniale di Taranto (anni finali VIII). Altri indizi di natura archeologica: la Laconia e in generale il mondo greco sono caratterizzate da una vigorosa crescita economica e demografica: in Messenia di questa “rinascita” non vi è alcuna traccia; una situazione non certo indipendente dalla crescita di Sparta. I dati archeologici non fanno propendere per una Messenia unita politicamente già nell’VIII secolo: è escluso che Sparta, con la presa di Ithome, abbia potuto davvero prendere il controllo dell’intera regione; al massimo la conquista che nomina Tirteo è della cittadina ai piedi del monte Ithome Messene (369 nuova Messene).

L’espansione di Sparta oltre il monte Taigeto avvenne già verso la fine dell’VIII secolo. I metodi della di come conquistarono ed estesero il loro dominio su tutta la regione sono ignoti. Forse la stessa tradizione di una seconda guerra messenica deve essere accolta con cautala: le fonti più antiche che citano il conflitto si riferiscono a una singola guerra messenica senza distinzioni di sorta. Nessuno dei frammenti di Tirteo fa esplicitamente riferimento a una guerra in corso e allora forse è preferibile pensare che all’iniziale conquista di Messene, fosse seguito un lungo processo di consolidamento e di estensione del territorio conquistato. Il processo peraltro non comporta per forza l’asservimento di tutta la regione: alcune comunità magari, vista la situazione grama, avevano preferito stringere degli accordi per mantenere la loro libertà ed erano poi state assimilate alle comunità perieciche della Laconia.

Le ragioni della conquista non sono probabilmente da riferirsi alla ricerca di nuove terre “buona da arare, buona da seminare” (troppo presto VIII, pur essendo già in un momento di espansione demografica). La ragione fa individuata nella cultura di una comunità guerriera emergente, solita a campagne di razzia nei territori circostanti che ritenette proficuo un controllo diretto della valle del Pamiso (vicina geograficamente, ma poco popolata e debole). Col tempo la conquista si trasformò in uno sfruttamento delle potenzialità agricole della Messenia: un territorio fertile in mano agli Spartani, ma coltivato da una servitù rurale, intorno al quale, come una specie di cintura protettiva, gravavano una serie di piccole comunità di perieci. La conservazione di un’identità messenica, se è mai esistita (la regione non era unita politicamente), difficilmente si sarà conservata all’interno di una popolazione sconfitta e asservita (cultura materiale senza carattere locali diversi)

2.4 Aspetti della società spartana nel VIII secolo

Aristotele (“Politica”) riteneva in base all “Eunomia” di Tirteo che, durante il conflitto con i Messeni, Sparta fosse stata attraversata da una dura crisi sociale: alcuni, infatti, logorati a causa della guerra, pretendevano una divisione delle terre. Elemento presente anche nelle tradizioni riguardanti l’arrivo a Sparta di due poeti, Terpandro di Lesbo (1° vincitore agoni musicali Carnee) e Taleta di Gortina, che con i loro canti avrebbero riconciliato gli animi e ricondotto gli Spartani all’obbedienza e alla concordia. Sparta, come altre comunità, era ancora in una fase di formazione, dominata da un’élite di stampo omerico che basava la propria preminenza sociale sul prestigio acquisito nell’esercizio della guerra e sulla ricchezza come status; la competizione all’interno delle élite si manifestava in base alle spese di prestigio. Questa élite non frequentava soltanto la Laconia, ma anche i grandi santuari che divennero un punto di riferimento per tutti i Greci: consultavano l’oracolo di Delfi, dominavano senza rivali e competizioni atletiche a Olimpia. Di questa aristocrazia facevano parte gli Agiadi, gli Euripontidi e gli Egeidi. L’espansione della città accrebbe la ricchezza dell’aristocrazia e il divario sociale con il resto della comunità spartana. Un famoso proverbio di età arcaica, originario dell’oracolo di Delfi, preannunciava infatti che “l’amore della ricchezza avrebbe distrutto Sparta. Le guerre Messeniche avevano certamente determinato delle frizioni sociali: coloro che avevano partecipato attivamente alla vittoria, ma non avevano goduto dei suoi frutti (economici e politici), protestavano; la crisi (di crescenza) si esaurì (ritorno all’obbedienza) perché fu data una risposta alle richieste avanzate (ci fu una distribuzione delle terre conquistate). Si venne così a costituire il damos spartano: un ristretto corpo cittadino, più o meno numeroso, costituito da soli proprietari terrieri che vivevano del lavoro servile.

Un altro elemento importante di quella società è quello militare. Il VII secolo è noto per il fenomeno dell’oplitismo, una nuova tecnica bellica, diffusasi in tutta la Grecia (forse nacque proprio a Sparta, impegnata nelle guerre messeniche): essa prevedeva l’utilizzo di una pesante armatura (parzialmente in bronzo), di cui uno scudo rotondo con doppia impugnatura e una lancia di circa due metri. Gli opliti si disponevano ordinatamente in uno schieramento molto coeso, la falange, la cui efficacia dipendeva dalla forza d’urto che le lance (non più solo un’arma da lancio ) erano in grado di esercitare al momento dell’impatto con il nemico. Alcune ricerche recenti hanno sottolineato che in realtà essa non nacque ex novo, ma subì una serie di passaggi: Tirteo invitava i giovani a combattere fianco a fianco, ma pare anche implicare che le schiere della falange non fossero compatte e che soldati armati alla leggera, protetti dagli scudi, lanciassero pietre e altri armi da getto. Le sue elegie potrebbero però essere influenzate dalla poesia epica per quanto concerne la descrizione dei combattimenti. L’insieme del corpo civico venne pian piano a identificarsi nei valori oplitici (testimoniata a ex: figurine di piombo, offerte come dediche votive nei santuari); alla lunga questa ideologia farà emergere un ethos egualitario e una corrispondente austerità nei costumi.

Fino ai primi decenni del VI secolo Sparta esibiva fieramente la propria prosperità, parzialmente condivisa (valori, consumi) anche dagli strati meno ricchi della cittadinanza per via della base economica offerta delle terre messeniche (vedi le “mitre lidie” indossate dalle ragazze spartane). Oltre ai beni di prestigio provenienti dall’Oriente, si sviluppò anche un artigianato di pregio, in parte riservato ai cittadini, in parte esportato (bronzi, avori, ceramica laconica) in tutto il Mediterraneo (Egitto, Lidia, Cirenaica, Sicilia, penisola italica): la città non era ancora chiusa ed era aperta a un circuito di scambi. In questa produzione e distribuzione non erano coinvolti in prima persona gli Spartiati: i divieti vennero attuati più tardi, ma i cittadini, proprietari fondiari, non si rivolgevano a queste occupazioni. La produzione probabilmente era dei perieci, mentre per la distribuzione al di fuori del Peloponneso è fondamentale il ruolo delle navi samie (trasporto). C’era una relazione speciale tra gli aristocratici spartani (interessati ai profitti tratti dall’esportazione) e quella di Samo (attivi nel Mediterraneo). Sparta è un centro di eccellenza poetica e musicale. Licurgo sarebbe stato il primo a portare i poemi omerici nel Peloponneso (importati da Samo). Un gran numero di poeti e musici, locali e non vi operarono: Cinetone (poeta epico), Tirteo, Alcmane (grande poesia lirica, Terpandro di Lesbo (inventore della lira a sette corde; istitutore delle istituzioni musicali a Sparta). Le grandi festività spartane, con le loro performances corali (parte del rito di passaggio della gioventù) sono il luogo di esecuzione di questa produzione poetico-musicale. Gli Spartani avevano fama (Pratina di Filunte) di essere “cicali” pronte per il coro.

2.5 Il Mediterraneo spartano

Questa Sparta ‘aperta al mondo’ ha contribuito in anni recenti all’affermarsi di un Mediterraneo spartano. Non si intende solo la presenza reale degli Spartani o dei loro prodotti nel Mediterraneo, ma anche un insieme di racconti (più o meno leggendari) che legittimano il suo ruolo in questo vasto orizzonte, enfatizzando la funzione di ‘madrepatria’ di altre città (testimoniate dall’abbondanza della ceramica laconica nelle città di colonizzazione diretta o indiretta). La prima tradizione riguarda la fondazione dell’isola di Thera, nelle Cicladi. Essa chiama in causa i Mini e ne colloca il popolamento al tempo mitico del ritorno degli Eraclidi (documentazione archeologica: 800). Erodoto racconta che i Mini erano i discendenti degli Argonauti che si insediarono in Laconia alle pendici del Taigeto; gli Spartani gli accolsero e gli diedero la cittadinanza dato il legame che li univa: i Dioscuri, eroi spartani per eccellenza, avevano partecipato alla spedizione della nave Argo. I Mini però erano arroganti e miravano alla regalità e per questo furono imprigionati. Essi furono liberati infine dalle proprie mogli (figlie dei cittadini spartani) e ritornarono sul Taigeto fino a quando, un membro della famiglia degli Egeidi (Theras, zio materno di Euristene e Procle) li portò con se nella spedizione coloniale che condusse al popolamento di Thera (dal nome del suo fondatore). Intorno al 630, gli abitanti di Thera, colpiti da una carestia, fondarono a loro volta la colonia libica di Cirene. Alcuni pensano che gli Spartani avessero partecipato attivamente alla fondazione di Cirene, ma è incerta una partecipazione simile nel fenomeno coloniale. Il legame fra queste tre città era assai solido durante l’età arcaica ed è possibile che vi fossero individui provenienti dalla Laconia sia a Thera sia a Cirene (vedi la rilevanza a Sparta del culto ad Apollo Karneios e corrispondente festività carnee). La seconda tradizione riguarda invece Taranto, unica colonia spartana nell’Occidente mediterraneo (706 secondo le fonti antiche. Esistono diverse tradizioni riguardante la fondazione. Antioco di Siracusa (V secolo) sosteneva che, al tempo della conquista della Messenia, gli Spartani che si rifiutarono di combattere vennero chiamati iloti (altra ricostruzione a posteriori?). I loro figli, nati durante la guerra, vennero chiamati Parteni (“figli di ragazze non sposate”); non avendo il diritto di cittadinanza, essi si ribellarono durante le Iacinzie, ma il complotto fu scoperto e i Parteni, sotto la guida di Falanto (uno Spartiata che durante la rivolta aveva avuto un ruolo ambiguo) abbandonarono la città e fondarono in Iapigia la città di Taranto (indiazioni di Delfi). La versione di Eforo di Cuma si ricollega invece al giuramento prestato dagli Spartani di non tornare in patria prima di aver distrutto Messene o di essere tutti morti; la guerra però durò a lungo e dopo ben dieci anni le donne lamentarono che Sparta così facendo sarebbe stata a corto di uomini, perché, non procreando, non ci sarebbe stato il naturale ricambio generazionale. Fu deciso quindi che i combattenti più giovani, che per questo motivo non avevano preso parte al giuramento, sarebbero tornati a casa per procreare in modo indiscriminato con le ragazze, in modo da generare più figli possibili. I figli nati da questa unione vennero detti Parteni (erano nati al di fuori di un matrimonio legittimo), ma, a sorpresa, gli fu negata la cittadinanza alla fine della guerra. Da qui sarebbe nata l’idea di rivoltarsi e di fondare Taranto. Un’ulteriore versione inseriva nel racconto anche un gruppo di Iloti (Epeunaktoi) che avevano preso il posto degli Spartiati morti durante la guerra e avevano in tal modo ottenuto la cittadinanza.

Si deve notare che in tutte queste diverse versioni c’è un elemento comune: coloro che partecipavano a una fondazione coloniale erano membri marginali (politicamente e socialmente) della città che, per ragioni differenti non avevano avuto accesso ai pieni diritti civili e si trovavano costretti ad abbandonarla. Così come sono queste tradizioni sono inutili per ricostruire quello che è davvero successo; alcuni mettono in dubbio che Sparta fosse la vera “madrepatria”. Indipendentemente dai racconti tra Sparta e Taranto ci sono a prima vista una serie di utili convergenze: il dialetto e scrittura tarantina sono simili a quella laconica; il sistema dei culti (Apollo Hyakinthios e Dioscuri); istituzioni civiche. Non si sa se questi tratti in comune risalgano già al momento della fondazione; nel caso specifico degli efori è vero il contrario: a Sparta essa emerge nel VI secolo e pertanto la cronologia noi coincide affatto. Forse, più che attestare con certezza il legame tra madrepatria e colonia, esse rappresentato un maldestro tentativo dei Tarantini di enfatizzare il legame con Sparta che, durante l’età arcaica, aveva ottenuto molta preminenza. I racconti di fondazione, fittizi o rielaborati che siano, uniscono la conquista della Messenia alla formazione a Sparta di una comunità strutturata politicamente; è possibile quindi che tra coloro che fondarono Taranto vi fossero quegli abitanti che furono esclusi da questo processo di integrazione politica. Una forte e ben definita identità spartana a Taranto è un fenomeno successivo.

3. Lo sviluppo delle istituzioni politiche

Nell’età arcaica le città greche afrontano un periodo di formalizzazione delle strutture politiche. Il potere informale dell’élite dominante (basileis omerici) è sostituito da quello dei magistrati cittadini. Anche la fisionomia e la periodicità di riunione degli organismi assembleari e consiliari sono determinate istituzionalmente. Esse radunano l’intera comunità o un gruppo selezionato di uomini influenti: c’è soprattutto una marcata linea di demarcazione tra coloro che sono membri della comunità e quelli che invece non lo sono. La configurazione del corpo civico è un momento essenziale: le comunità diventano poleis, una comunità di cittadini. A Sparta si consolidarono le conquiste territoriali. Per il loro ruolo i re vincitori ricevono onori e prestigio. A Sparta questo processo di istituzionalizzazione in vista di organizzare la vita pubblica è molto precoce. Alcune di queste strutture formali conservano per questo alcuni aspetti arcaicizzanti. Per analizzarle bisogna esaminare un documento eccezionale: la Grande rhetra.

3.1 Un documento problematico: la Grande rhetra

La Grande rhetra non ci permette di ricostruire facilmente l’assetto istituzionale della polis di Sparta in età arcaica: è un documento problematico del quale sono state fornite numerose interpretazioni; quella, forse estrema, che si tratti di un falso, per fortuna oggi è generalmente respinta. Il testo si trova in Plutarco (Vita di Licurgo): il biografo lo presenta come un oracolo che il legislatore avrebbe ricevuto dall’santuario di Delfi e si limita a chiarmarla rhetra (“pronunciamento”; “legge”). L’uso di chiamarla Grande rhetra deriva da due fattori: il primo è che esso costituisca un fondamento costituzionale dello Stato spartano; il secondo è che essa sarebbe la prima costituzione di una polis greca storicamente attestata.

Eretto un santuario di Zeus Syllanios e Atena Syllania (non si attestano altri utilizzi), organizzate le tribù (phylai) e le obai, istituito un consiglio di trenta anziani (gerousia) compresi gli archagetai (i 2 re; “fondatori) di tempo in tempo si tengano le apellai tra Babyka e Knakion (forse intero territorio della città?), in questo modo si introducano e si respingano, e al popolo sia iltestopresentaquiunabrevecorruzioneiltestopresentaquiunabrevecorruzione e il potere»

Un successivo emendamento avrebbe stabilito che: “Qualora il popolo parli in modo storto, gli anziani e gli archagetai siano i respingitori”. Definirla una sorta di costituzione è fuorviante perché, come altri testi legislativi arcaici, essa non ha un contenuto generale, ma è interessata a una singola disposizione: la modalità di svolgimento delle apellai. Plutarco chiarisce che “tenere le apellai” significa “tenere l’assemblea”: quello che viene ‘introdotto’ o ‘respinto’ (alcune interpretazioni lo traducono con “allontanarsi”) sono le proposte presentate all’assemblea. La rhetra, dopo la disposizione della periodicità delle adunate dell’assemblea indicava il modo in cui vi si doveva espletare l’azione deliberante: il diritto di introdurre le proposte (funzione probuleutica) apparteneva agli anziani e ai re che poi potevano respingere le eventuali controproposte o si “allontanavano”; al popolo spettava il potere di decidere su di esse. La rhetra utilizza come termini per “popolo” e “potere” quelli dai quali poi nacque la nozione astratta di democrazia (damos e kratos). Il testo fu emendato per impedire ogni “deriva” democratica: l’eccessiva libertà del popolo nell’apportare modifiche alle proposte originarie avrebbe provocato la reazione dei re Poliodoro e Teopompo (il vincitore dei Messeni): i re e gli anziani potevano rigettare le eventuali modifiche introdotte dall’assemblea, se esse avessero distorto il senso delle proposte affidate al voto popolare. Plutarco si basa molto probabilmente alla perduta “Costituzione degli Spartani” di Aristotele . La rhetra risente però delle lotte politiche a Sparta del IV secolo e l’interpretazione di Plutarco è “vittima” di questo elemento. Non è detto che si debba distinguere davvero al suo interno un testo principale e un successivo emendamento: è probabile che esso fosse presente fin dall’inizio. La storia dei due re è edificante, ma poco realistica. Essa riflette le preoccupazioni della riflessione politica di IV secolo in merito all’eccessiva libertà del popolo negli ordinamento politici democratici. Plutarco a sostegno della propria interpretazione cita alcuni versi di Tirteo (“Eunomia”) in cui il poeta esortava gli Spartani a essere obbedienti ai re e agli anziani, assicurando che da tale obbedienza sarebbe disceso il successo militare e il potere del popolo. Gli stessi protagonisti della rhetra (re, anziani e popolo) fanno la loro comparsa. Se Plutarco ha colto nel segno, e Tirteo coi suoi versi alludeva davvero a questo testo, la rhetra non può essere datata oltre la metà del VII secolo. Questo collegamento non è sicuro (Plutarco lo avanza in sostegno di una tesi politicamente orientata del documento) ed è meglio quindi leggere la rhetra come un testo autonomo.

Per Plutarco “tenere le apellai” significa “tenere l’assemblea” e si è ritenuto a lungo che questo apella fosse il nome dell’assemblea spartana. Peccato però che nessuna fonte antica la denomini mai in tale maniera: il nome dell’assemblea forse era quello tradizionale di ekklesia. Le uniche altre apellai sono attestate a Delfi, ma esse si riferiscono a una festività annuale nella quale i giovani, al compimento della maggiore età, erano introdotti nella comunità civica attraverso l’offerta di animali sacrificali esplicitamente chiamati “quelli delle apellai”. Si potrebbe avanzare quindi un’ ipotesi eterodossa: il testo non si riferirebbe all’azione di “respingere” o di “introdurre” le proposte nel corso dell’assemblea popolare, bensì alla necessità di esaminare se i nuovi membri della comunità avessero i requisiti necessari per essere introdotti nel corpo civico cittadino. Il popolo avrebbe quindi avuto il potere, annualmente (“di tempo in tempo”), di ammettere o non ammettere all’interno della comunità coloro che avevano raggiunto la maggiore età; se il popolo si fosse espresso in modo errato, ammettendo all’interno della comunità chi in realtà non aveva i requisiti necessari, il ruolo di ‘respingitori’ spettava al consiglio degli anziani e ai re. Un ruolo del tutto simile spettava ad Atene al Consiglio dei cinquecento: essi respingevano dal novero dei cittadini coloro che non avevano i requisiti (accettati troppo frettolosamente dalle assemblee locali).

L’interpretazione ortodossa (già dei commentatori antichi) è che la Grande rhetra si occupi della procedura decisionale nel corso delle assemblee popolari: il consiglio degli anziani e i re avevano un ruolo preminente, dato che erano i soli a poter avanzare delle proposte e a rigettare le modifiche introdotte dal popolo. Quella eterodossa è comunque interessante: nella cultura politica di età arcaica era fondamentale la definizione delle procedure di ammissione alla cittadinanza (“coloro che sono membri di una comunità e coloro che non lo sono”). La Grande rhetra testimonia il processo di strutturazione politica della città, ma è impossibile datarla.

3.2. Suddivisioni civiche e villaggi

Per le poleis di età arcaica la distribuzione dei cittadini all’interno di suddivisioni civiche era fondamentale. Alcuni suggeriscono che proprio nella creazione di questi ‘segmenti’ del corpo cittadino che si devono cercare le origini della polis greca. A Sparta nella Grande rhetra sono nominate le tribù (phylai ) e le obai. Per le prime gli Spartani erano distribuiti nelle tradizionali tribù doriche degli Illei, Dimani e Panfili. C’è un rapporto tra questi nomi e l’ideologia dorica posta a fondamento dell’identità spartana: Illei (figlio di Eracle), Dimani e Panfili (discendenti di Dimane e Panfilo, figli di Egimio sovrano dei Dori che aveva adottato Illo). Si riteneva, quando si riteneva che la migrazione dorica fosse stata un fenomeno storico che questa distribuzione della popolazione in tre tribù fosse un retaggio ancestrale; questo dato sembrava confermato dal fatto che questa suddivisione non era solo presente a Sparta, ma anche in altre città di pretesa ascendenza dorica . L’identità dorica è un costrutto sociale successivo e pertanto le tre tribù non vennero importate dai Dori, ma furono introdotte per la necessità della società spartana in espansione di strutturarsi politicamente. Questa identità nacque a Sparta e poi si diffuse nel Peloponneso: è probabile che anche i nomi fossero un’invenzione spartana. La loro prima attestazione è in Tirteo che rappresenta l’esercito spartano diviso in tre unità di Illei, Dimani e Panfili; le tribù avevano anzitutto una funzione militare: il corpo cittadino veniva diviso in tre unità (equivalenti) i cui membri combattevano insieme sul campo di battaglia. Le tribù (e le loro ripartizioni interne) svolgevano anche altre funzioni come il controllo del diritto di cittadinanza e la conservazione della memoria anagrafica della comunità. A Sparta il neonato veniva posto di fronte agli anziani della tribù per essere inserito in questa suddivisione; questo atto costituiva il primo passo per la futura ammissione, al raggiungimento della maggiore età, nel novero dei cittadini spartani.

Le obai sono più controverse da comprendere. Nella prima metà del Novecento le obai venivano interpretate come una divisione del corpo civico di natura locale, che si era aggiunta nel corso dell’età arcaica all’ancestrale suddivisione tribale. Alla nascita ogni cittadino spartano era quindi inserito sia in una delle tre tribù doriche (suddivisione di tipo “gentilizio” a cui si apparteneva per discendenza) sia in una divisione territoriale locale. Le obai, in quanto suddivisioni territoriali secondo questo modello dovevano essere identificate con i villaggi che costituivano la polis di Sparta. Anche alla fine del V secolo Sparta appariva come una città dai tratti marcatamente arcaici: un insieme di villaggi piuttosto che un vero e proprio agglomerato urbano. Tucidide si interrogava infatti sulla difficoltà delle generazioni successive nel valutare l’oggettiva potenza di Sparta basandosi solo sui dati materiali: “Non consiste in una concentrazione urbana, non ha templi o edifici sontuosi”. Tucidide non offre altri dati: secondo il modello interpretativo le obai erano cinque e andavano identificate con i 4 quartieri da cui era costituita la città in età romana (Pitane, Limne, Mesoa, Cinosura) a cui andava poi aggiunta Amicle dopo il suo inglobamento durante la più antica espansione di Sparta. Nessuna fonte antica attesta un simile dato: esso veniva considerato come tale perché si credeva che il numero dei componenti della principale magistratura cittadina, quella dei cinque efori, dovesse corrispondere a quello delle obai.

Quest’ultimo punto rappresenta già una forte debolezza del sistema interpretativo dato che non è avvalorato dalla documentazione. Una continuità millenaria della forma urbana della città, dalla Grande rhetra fino all’età imperiale, è assurda. C’è anche un problema di tipo demografico: alla fine del VI secolo, quando la popolazione della città raggiunse il suo picco, i quattro villaggi avrebbero dovuto contenere almeno 30.000 cittadini; ciò comporta un’elevatissima densità demografica che costringerebbe i quattro quartieri a essere pressoché contigui l’uno con l’altro. A quel punto Sparta era di fatto un’unica conturbazione (rivaleggiava una metropoli greca di età tardoantica). Non possiamo ragionevolmente contraddire il dato di Tucidide. Sparta si dotò di vere e propria mura difensive solo nel tardo III secolo; l’immagine idealizzante di Sparta vorrebbe che le mura non fossero state necessarie perché i suoi soldati fungevano da ‘mura’ della polis: magari prima dell’urbanizzazione di età ellenistica una parte dei suoi villaggi era dispersa nel territorio e non poteva essere racchiusa all’interno di un unico muro di cinta. Non era solo Amicle a essere lontana dal centro cittadino, ma anche altri villaggi, forse vicino ai santuari della piana spartana: l’aggregazione di questi villaggi in un’unica polis avvenne tramite un fenomeno di sinecismo. Esso fu la premessa, nel corso del VII secolo per la costituzione di un corpo cittadino e dell’esercizio di una politica di potenza. Dei quattro villaggi nominati, solo Pitane risulta attestato nelle fonti di età classica: esso è un villaggio particolare perché costituiva il vero centro urbano, politico e culturale della polis, al punto da identificarsi con Sparta stessa (per gli autori del V secolo recarsi a Sparta significava dirigersi a Pitane). Quando Tucidide visitò la polis la vide priva di mura e di edifici sontuosi; un centro costituito dall’area di Pitane, dall’acropoli e dall’agorà, ma con tutta una serie di villaggi nella pianura di Sparta (i quattro quartieri invece sono una realtà successiva di età ellenistica). L’interpretazione moderna delle obai sostiene che il sistema delle suddivisioni civiche spartene fossse del tutto simile a quello delle altre poleis greche: i gruppi civici minori erano perlopiù una segmentazione interna di quelli più grandi. Le obai pertanto sono semplicemente una suddivisione delle tre tribù doriche. C’è infatti un dotto di età ellenistica Demetrio di Scepsi, secondo cui i cittadini spartani erano divisi in ventisette fratrie: modello diffusissimo nel mondo greco, esso costituiva una segmentazione interna delle tribù. A Sparta però non appare mai questo termine. Probabilmente la fonte ha sovrapposto il termine fratrie a quello delle obai e che, di conseguenza, le tre tribù doriche si dividessero in nove obai ciascuna. Una razionalità matematica nella distribuzione dei cittadini in gruppi civici che troviamo anche altrove (Atene). Le tre tribù e le ventisette obai non erano forse prive di un’ ‘ancora’ territoriale, ma erano perlopiù delle entità amministrative astratte che servivano a rendere omogeneo (inquadrandolo in strutture di eguali dimensioni) un corpo civico che non lo era per niente (diversi villaggi con storie, e numero di abitanti differenti).

3.3. La diarchia: Agiadi ed Euripontidi

La regalità (basileia) è un’istituzione spartana unica. Nel mondo greco essa è già di per sé piuttosto rara in età classica, ma a Sparta la basileia si manifesta attraverso la forma peculiare della diarchia. La tradizione mitica ne spiegava l’origine tramite la nozione di gemellarità: all’epoca della discesa dei Dori, l’eraclide Aristodemo, cui era toccata in sorte Sparta, generò i gemelli Euristene e Procle, ma morì poco dopo la loro nascita. Gli Spartani attribuirono il titolo di re a entrambi e così essi divennero i capostipiti delle due famiglie reali degli Agiadi e degli Euripontidi; è interessante il fatto che essi non diedero il proprio nome alle dinastie. Le dinastie presero il loro nome dai rispettivi figli Agide ed Euriponte, a dimostrazione del carattere fittizio della loro ascendenza eraclide; quando gli Agiadi e gli Euripontidi assunsero un ruolo di preminenza essi si auto-legittimarono rivendicando di discendere da Eracle ricostruendo le geneaologie “a tavolino” in modo da intrecciarle con quella degli Eraclidi. L’origine di questa preminenza è speculativa. In mancanza di meglio, si pensava che la diarchia andasse messa in relazione con la pretesa unificazione in tempi antichissimi (prima di Amicle) dei quattro villaggi cittadini: gli Agiadi erano espressione del villaggio di Pitane (tombe) e Mesoa (forse), mentre gli Euripontidi erano legati a Limne e Cinosura. Questa interpretazione non è affatto presente nelle fonti. Un’altra interpretazione, più coerente con i valori dell’età arcaica, sostiene che all’origine della regalità vi fosse stato il prestigio militare acquisito da un qualche esponente di queste due famiglie (non si sa né quando esso sia avvenuto, né se sia accaduto nello stesso momento). Teopompo, Euripontide, per il ruolo avuto nella vittoria contro i Messeni, potrebbe rappresentare uno di questi momenti.

Gli Agiadi e gli Euripontidi furono abili nel legittimare la propria preminenza; nelle altre poleis greche le forme di potere monarchico risultarono poco durature e vennero infine delegittimate come tirannidi. Le due dinastie reali riuscirono ad affermarsi come detentori di un’autorità regale ereditaria con determinati privilegi e a consolidare simbolicamente il proprio ruolo. Alla morte di ciascun re non era mai messo in discussione il diritto del figlio più anziano a succedergli sul trono (purché nato da un matrimonio legittimo). C’era forse un limite alla primogenitura (Erodoto): l’erede preferenziale sarebbe stato infatti il primo figlio generato dopo che il padre fosse asceso al trono; se non c’erano figli maschi veniva nominato re il parente più stretto in linea maschile del precedente sovrano (non sempre semplice: ruolo assemblea nella scelta). La rivendicazione della discendenza eraclea era rafforzata dall’avvallo del santuario di Delfi. La tradizione vuole l’oracolo stesso avesse suggerito agli Spartani di attribuire la regalità a entrambi i figli di Aristodemo; negli oracoli i re sono indicati chiaramente come discendenti di Eracle. La nozione di gemellarità era enfatizzata dal legame tra i due re e un’altra coppia di gemelli molto venerata: i Dioscuri (Castore Polluce). Durante le spedizioni militare i re erano accompagnati dalle loro immagini cultuali durante le loro campagne militari; quando fu proibito ai re di condurre insieme una campagna militare (506), fu stabilito che un’immagine rimanesse in città. Lo sforzo ideologico di presentarsi come gemelli, tra le famiglia degli Agiadi ed Euripontidi i rapporti erano piuttosto tesi. Spesso una personalità forte in una delle due dinastia segnava il primato di una delle due famiglie rispetto all’altra. Formalmente i sovrani erano sullo stesso piano: una tradizione dell’oracolo delfico avrebbe invitato gli Spartani a onorare maggiormente quella degli Agiadi, ma in realtà essi ricevevano gli stessi onori. Il rapporto tra i re e la polis era formalizzato attraverso un giuramento mensile: i re si impegnavano di esercitare le proprie prerogative nel rispetto delle leggi; la polis (cinque efori) garantiva loro di mantenere il potere regale purché avessero mantenuto la parola data. Questo giuramento ci segnala come, nel corso dell’età arcaica (VI secolo) il potere dei re fu limitato e istituzionalizzato.

Le prerogative regali sono accuratamente elencate da Erodoto (le ricavò da un documento ufficiale spartano?) e da Senofonte, che le presenta come il frutto di accordi fra il re e la città: esse sono distinte fra quelle esercitate in tempo di pace e quelle attive in tempo di guerra. I re guidavano le spedizioni militari e all’inizi potevano condurle ovunque volessero (impedirglielo equivaleva a compiere un sacrilegio); essi avevano anche una schiera di soldati scelti come guardia del corpo. Aristotele (“Politica”) assimilava i re spartani a dei generali che, nel rispetto delle leggi, esercitavano il loro ruolo a vita. In patria avevano un ruolo di primo piano anche nelle pratiche del culto degli dei: erano titolari del sacerdozio di Zeus Lacedemonio e Zeus Uranio e intratteneva un rapporto privilegiato con l’oracolo delfico; ciascun re sceglieva due magistrati (Pythioi) che avevano il compito di recarsi a Delfi e conservavano memoria dei vaticini ricevuti. I re avevano il diritto di ricevere una quantità doppia di cibo in occasione della distribuzione di carne nei sacrifici e durante i banchetti (come i re omerici). Avevano inoltre appezzamenti di terra nel territorio delle città perieciche. I re spartani non erano davvero i discendenti di quelli omerici: ci fu però uno sforzo di modellare la regalità spartana su quella omerica in modo da legittimare la propria autorità. Al momento della dipartita, le diverse componenti della società laconica (Spartiati, perieci, donne, iloti) si riunivano in uno stesso luogo: questa massa di persone si percuoteva il volto e lamentava che “l’ultimo re, quello scomparso, era stato il migliore”; in questo modo erano onorati “non come uomini, ma come eroi”. I corpi dei re morti in terra straniera, a differenza di quelli degli altri Spartani, dopo essere stati ricoperti di miele venivano ricondotti in città e venivano qui seppelliti con tutti gli onori. Essi attraversarono quasi indenni i secoli della storia spartana (in fondo erano discendenti di Eracle, assimilati ai Dioscuri ed erano trattati come eroi omerici). Il loro potere reale non dipese solamente dalla mera carica: il prestigio personale, la personalità e la capacità di coinvolgere il ceto dirigente nelle proprie politiche, erano tutte caratteristiche che facevano la differenza.

3.4 Il consiglio degli anziani

La gerousia richiama parzialmente il mondo omerico. Già nell’età micenea un consesso di anziani (gerontes) affiancava i re e talvolta prendeva con loro le decisioni comuni. Nella Grande rhetra il numero degli anziani venne fissato in trenta, ma due seggi erano riservati di diritto ai re indipendentemente dalla loro età. Forse in origine ognuna delle tre tribù esprimeva dieci anziani. Non era un mero consiglio consultivo di supporto ai re: la gerousia deliberava attraverso il voto; senza il voto dei re, diretto o delegato a uno dei ventotto anziani (parente più prossimo), la seduta non aveva valore. In realtà innumerevoli Spartiati potevano rivendicare, in modo più o meno fittizio, un qualche grado di parentela coi sovrani. Gli anziani del tempo di Omero talvolta non erano così vecchi: alcuni esercitavano funzioni militari; a Sparta invece si accedeva alla gerousia solo al raggiungimento dei sessant’anni, ovvero al termine del servizio militare, e si era eletti a vita. Aristotele (“Politica”) aveva reputato inopportuno affidare decisioni di vitale importanza a individui di età così avanzata, ma a Sparta essi godevano di grande autorità e prestigio. Nel ritratto idealizzante di Senofonte, Licurgo prese questa decisione in modo che “anche nella vecchiaia non si trascurasse l’esercizio della virtù”. Questa decisione riflette invece un’organizzazione della società per fasce generazionali (gli anziani erano la generazione dei “nonni”): essi non erano più soggetti al servizio militare e pertanto non potevano più accedere agli ambiti ruoli di comando legati all’organizzazione dell’esercito; essi venivano ricompensati con una posizione rispettata e autorevole, entrando a far parte di un consesso di persone chiamate ad affiancare il re.

Aristotele definisce “dinastica” (“Politica”) l’ammissione al consiglio, come se, essa fosse un consesso ristretto di fatto a un numero limitato di famiglie. Le famiglie più prestigiose avranno sempre cercato di “piazzare” i propri membri del consiglio, ma è improbabile che la selezione potesse davvero avvenire in un gruppo così limitato, anche solo per ragioni anagrafiche (limite sessant’anni); alcune famiglie ne rimanevano temporaneamente escluse. Non vi era dietro una logica puramente oligarchica: per essere selezionati, oltre alla provenienza familiare, occorreva essersi distinti nel corso della vita (educazione collettiva, combattimento) e aver dimostrato una piena aderenza ai valori spartani; forse una precondizioni per essere eletti richiedeva l’aver già ricoperto altre magistrature (?). Aristotele (“Politica”) ci dice anche come l’elezione veniva condotta (“infantile”): quando uno dei ventotto anziani passava a miglior vita, il posto vacante era assegnato a quel candidato che, nel corso dell’assemblea di tutti i cittadini, fosse stato acclamato con un grido più forte; i candidati erano introdotti in assemblea secondo un ordine stabilito dal sorteggio e le acclamazioni venivano giudicate da osservatori esterni imparziali che non conoscevano quest’ordine e non potevano vedere i candidati. Il vincitore faceva il giro dei templi e, venendo lodato dai giovani e dalle donne, si recava infine alla mensa in comune, dove, come i re, riceveva una porzione doppia di cibo.

I poteri formali delle gerousia sono in dubbio. La Grande Rhetra assegna loro il potere probuleutico (la determinazione preliminare delle proposte su cui il popolo era invitato a deliberare in assemblea). Niente di speciale insomma: nella maggior parte delle poleis greche la funzione probuleutica spettava proprio ai consigli. Sorprende invece che la gerousia risulti assente durante le assemblee popolari e che al loro posto siano gli efori a guidare lo svolgimento dell’assemblea; forse quest’ultimi, dopo aver affiancato la gerousia, la sostituirono nella direzione delle assemblee. In ambito giudiziario alla gerousia spettava la giurisdizione nei processi ai cittadini spartani in cui la pena era la morte e l’esilio; essa, assieme agli efori poteva condannare i re o intervenire in questioni attinenti alla successione dinastica. Essi avevano l’autorità e il prestigio necessario per condizionare le scelte politiche della polis.

3.5 La magistratura degli efori.

La Grande rhetra attribuisce il potere al demos, ma non fa cenno agli efori (cinque) che in età classica costituivano la principale magistratura spartana. Nel frammento di Tirteo in cui Plutarco crede di cogliere un’allusione alla rhetra, il poeta menziona “gli uomini del popolo”; un riferimento forse agli efori (?). Le tradizioni che introducono questa magistratura si basano o sulla rhetra o su una tradizione successiva che coinvolge Licurgo o il re Teopompo (egli avrebbe reso così la regalità più duratura e solida, perché limitata da un contrappeso e quindi meno sgradita al popolo): in entrambi i casi si tratta di ricostruzioni successive che tentano maldestramente di associare i primi efori a personaggi di spicco della tradizione. Anche la data di introduzione dell’eforato (755-754) è dubbia: si basa su calcoli cronografici di autori tardi. Timeo di Tauromenio (storico di età ellenistica) avrebbe posseduto una lista di efori che permetteva di associare cronologicamente gli efori don i re di Sparta; anche se questa lista fosse già esistita nel V secolo (l’opera di Carone di Lampsaco sui “Pritani dei Lacedemoni”?) è difficile dire che potesse davvero essere attendibile per i secoli più remoti. Si è anche immaginato che inizialmente il loro ruolo in origine fosse limitato solo ad alcune prerogative religiose e che poi, per opera del saggio Chilone, eforo della metà del VI secolo, esso si fosse consolidato aumentando il proprio potere a scapito di quello dei re e degli anziani. Solo una fonte tarda (Diogene Laerzio) associa Chilone alla notizia che egli per primo associò il potere degli efori a quello dei re. Nelle “Storie” di Erodoto, in episodi di tardo VI secolo, gli efori si presentano già come principale magistratura della polis. Nel VI secolo ci fu probabilmente una modifica del quadro istituzionale di VII secolo che vide l’attribuzione di un potere rilevante agli efori a discapito di quello degli anziani e dei re.

L’eforato è una magistratura annuale (molte poleis si dotarono di una simile carica in età arcaica) che si occupa degli affari più importanti. Ogni anno venivano eletti cinque efori, ma solo uno di essi (il più anziano?) dava il nome all’anno (“eponimo”; le liste degli efori probabilmente indicavano solo quest’ultimo). Non sappiamo se la carica fosse iterabile (troppo pochi dati prosopografici), ma sembra poco probabile; la navarchia, altra carica annuale di grande peso alla fine del V secolo non lo era: poteva essere assunta una sola volta nella vita. A Sparta tutte le magistrature erano accessibili a partire dai trent’anni; anche l’eforato avrà avuto questa età minima. La modalità di elezione era la stessa “infantile” di quella della gerousia (espressione del popolo). Tutti i cittadini potevano ambire all’eforato; la notizia di Aristotele secondo cui alla carica accedevano spesso cittadini poco abbienti e quindi facilmente corruttibili sembra un riflesso della crisi della polis di IV secolo; anche l’élite ambiva all’eforato.

Il momento dell’entrata in carica aveva un valore simbolico rilevante: gli efori dichiaravano guerra agli iloti e ordinavano ai cittadini di tagliarsi i baffi e di rispettare le leggi; la seconda prescrizione rivela chiaramente l’idea di sorveglianza espressa dal termine stesso che designa la magistratura (ephoroi; ispettori”; “coloro che sorvegliano”). Era una sorveglianza pervasiva dell’ordine sociale spartano: i costumi e le istituzioni civiche dovevano essere osservati da tutti i cittadini, pure dai re. Su questo ultimo punto un testo tardo (Plutarco), fornisce la notizia di “asteroscopia” periodica ogni otto anni: se gli efori, durante una notte limpida, scorgevano nel cielo una stella in movimento nel firmamento, essi dovevano sospendere i re (dovevano pronunciarsi in merito i santuari di Delfi e di Olimpia) dato che avevano commesso qualche colpa nei confronti degli dei. Alcuni fanno il nome di un certo Asteropo, un eforo che avrebbe accresciuto il potere dell’eforato in età arcaica a danno dei re, ma questi è un personaggio fittizio inventato nel III secolo: l’osservazione degli astri è da connettere all’attenzione che gli spartani rivolgevano ai fenomeni astronomici e metereologici. Il controllo esercitato sui re si estendeva anche alle campagne militari: due efori di norma accompagnavano sempre il sovrano che partiva per una spedizione con la facoltà di metterli sotto giudizio, di multarli e anche imprigionarli; per condannarli serviva il voto della maggioranza degli efori e degli anziani. Gli efori erano infatti gli unici a non doversi alzare dinnanzi ai re, almeno quando erano seduti sui loro seggi. Il loro potere esecutivo, in ambito civile e militare era così ampio da apparire quasi tirannico: essi “possono infliggere ammende a chi vogliano e hanno l’autorità di esigerne immediatamente il pagamento”; possono inoltre “deporre e imprigionare i magistrati in carica e intentare loro un processo capitale. Gli efori, pur rimanendo in carica un solo anno, determinavano la politica della polis dato che guidavano l’assemblea cittadina. Quest’ultima si riuniva di norma a ogni plenilunio, forse nella stessa occasione in cui re ed efori si scambiavano il giuramento mensile; a essa spettava l’elezione dei magistrati e la parola ultima sulla guerra e della pace. Il suo ruolo era però limitato: essa poteva solo approvare o respingere le proposte avanzate dai magistrati. I re, gli efori e forse gli anziani svolgevano un ruolo decisivo nella conduzione dell’azione politica.

3.6 Gli altri Lacedemoni: le comunità perieciche.

Solo i cittadini di Sparta partecipavano all’assemblea popolare, eleggevano gli anziani e gli efori ed erano distribuiti nelle obai e nelle tribù. Il termine Lacedemoni comprendeva, oltre agli Spartiati, anche un numero consistente di abitanti di città e villaggi della Laconia e della Messenia (perieci, perioikoi): “Coloro che abitano intorno” (a Sparta). In un famoso passo di Erodoto, Demarato, il re euripontide esule presso la corte persiana, mette a confronto i trecento caduti Spartiati nella battaglia delle Termopili con gli altri Lacedemoni (gli Spartiati sono una piccola parte del totale, ottomila, stupendamente valorosi). “Lacedemone” è l’intera area in cui domina Sparta; gli “altri Lacedemoni” sono i perieci: l’integrazione politica di queste aree esterne alla pianura spartana fu un fenomeno sconosciuto in Laconia. Ad Atene, nel corso dell’età arcaica tutti i villaggi divennero parte a pieno titolo della polis di Atene; in Laconia la distinzione tra Spartiati e Lacedemoni rimase sempre: niente cittadinanza.

I perieci non rappresentano una realtà uniforme: diversi sono i motivi che avevano determinato la loro condizione e diverse erano le condizioni geografiche. Alcune aree erano preesistenti e furono incluse progressivamente nell’area di controllo spartana nel corso dell’espansione in Laconia e Messenia; altre erano nuovi insediamenti sorti per un processo di colonizzazione interna. Altre ancora erano delle comunità che, costrette ad abbandonare la loro sede originaria, erano state accolte dagli Spartani all’interno del proprio territorio. La collocazione geografica mostra che le cittadine dei perieci si dividevano essenzialmente in due gruppi. Da un lato abbiano le comunità situate ai margini delle pianure controllate direttamente dagli Spartani; alcuni di questi centri costituivano un passaggio obbligato per accedere a Sparta e svolgevano quindi una funzione protettiva (Pellana e Sellasia controllavano le due vie che collegavano Sparta al Peloponneso centrale e nordorientale). Dall’altro vi erano numerose cittadine distribuite lungo le coste della Laconia e della Messenia: una specie di barriera che impediva agli Iloti l’accesso al mare (abitanti isola di Citera erano perieci). Le comunità dei perieci erano di piccola e media grandezza: ciascuna disponeva di un territorio limitato. Isocrate esagera quando asseriva che il loro territorio fosse di scarsa estensione e fertilità, ma è certamente vero che la parte migliore della terra apparteneva agli Spartiati. I perieci insomma erano perlopiù dei piccoli proprietari fondiari che venivano coltivati in prima persona; potevano però esercitare attività artigianali o marittime per integrare il proprio sostentamento: in media erano meno ricchi degli Spartiati e quindi pochi avranno avuto i mezzi necessari per combattere al loro fianco. Il dibattito è se tali comunità costituissero solo una componente interna di un’unica entità statale (perieci cittadini passivi, di diritto inferiore, privi di diritti politici, ma liberi) o se invece vadano considerate delle poleis dotate di proprie istituzioni politiche, ma dipendenti da Sparta e tenute ad adeguarsi alle loro decisioni. Nel primo caso la dizione formale dello stato spartano sarebbe stata “polis dei Lacedemoni”, con due categorie distinte di cittadini: gli Spartiati (i governanti) e i perieci (i governati: non partecipano alle decisioni o alle elezioni nell’assemblea). Nelle fonti questa espressione si riferisce di norma solo a Sparta e agli Spartiati; nelle poleis greche di età arcaica poi non vi era una grande distinzione tra chi avesse maggiori o minori diritti (importante IV secolo) o si era membri della comunità o non lo si era. Prevale oggi la seconda opzione: le comunità perieciche, grandi e piccole, erano delle poleis. Il termine polis, con cui esse vengono definiti non è abbastanza per dirlo con certezza (potrebbe essere generico e non implicare una natura statuale delle poleis perieciche), ma abbiamo altri dati. Innanzitutto alcune poleis greche mantenevano, tramite la figura dei proxenoi (gli individui che agivano all’interno della propria città come rappresentanti dei cittadini di un’altra polis; ex Alcibiade & Sparta) relazioni diplomatiche con poleis perieciche; la scuola aristotelica dedicò una delle sue costituzioni all’isola di Citera (una comunità di perieci), come una polis fatta e finita. Ovviamente questo status di poleis sarebbe appena embrionale: la loro dipendenza da Sparta limitò lo sviluppo di una strutturazione politica e le comunità perieciche apparivano come dei villaggi dipendenti all’interno della polis spartana.

L’interpretazione che equipara lo stato Lacedemone a uno stato federale in cui Sparta agiva come egemone deve essere abbandonata dato che non vi è traccia di istutuzioni federali (assemblea, consigli, magistrati che agivano nell’interesse di tutti; ex. Beotarchi per la lega Beotica). La relazione tra Spartiati e perieci non è nemmeno paragonabile a un’alleanza: a differenza di altri alleati della lega del Peloponneso i perieci non strinsero trattati con Sparta e non vennero mai consultati in occasione di spedizioni militari (il termine symmachoi, “alleati”, non viene mai utilizzato per i perieci). Il rapporto tra le comunità perieciche e Sparta non è definibile chiaramente con nessuno dei modelli politici ‘classici’ citati precedentemente. Bisogna però dire che si tratta di una relazione molto stretta, di natura culturale e identitaria e religiosa che, per tali motivi, perdurò molto a lungo sebbene i perieci avessero un ruolo subalterno. Isocrate probabilmente esagera quando afferma che gli efoeri potevano mettere a morte quanti perieci desiderassero. L’estensione della denominazione “Lacedemoni” a tutti i perieci dimostra la volontà di Sparta di integrarli con un toponimo che richiamasse il comune passato eroico della regione (i mitici Lacedemone e Menelao e l’identità dorica); un appropriazione voluta che ebbe esiti differenti; oltre al passato eroico, alcuni costumi si diffusero anche nell’area periecica (gioventù in classi d’età e valorizzazione sociale della morte in battaglia). Un documento (Stele di Damonon) testimonia anche un circuito festivo di gare ippiche e ginniche simili a quelle di Sparta.

Quando Sparta organizzava una spedizione militar veniva emanato un ordine di mobilitazione molto dettagliato in cui venivano indicati gli effettivi che ciascuna polis periecica doveva fornire e il luogo dell’incontro con l’esercito spartano (spesso alla frontiera): i perieci dovevano obbedire. All’inizio del V secolo essi fornivano un numero di soldati equivalente a quello degli Spartiati, ma disposto in unità separata; con il progressivo diminuire del numero di Spartiati il loro impegno dovrebbe aumentare parecchio: ci fu per questo una maggiore integrazione nell’esercito cittadino. Durante la spedizione essi dovevano obbedire a uno dei re. Ai re essi dovevano cedere una parte della loro terra migliore; non si tratta solo di mera subordinazione, ma anche di un ulteriore gesto di integrazione: attraverso di essa i perieci riconoscevano nei re eraclidi i propri re, dai quali si aspettavano di ricevere protezione; c’era anche un legame di fiducia, almeno per le élites perieciche: alcuni suoi membri accompagnavano i re in battaglia come volontari. Questo legame garantiva reciproci benefici: le élites rafforzavano il proprio ruolo nella comunità; gli Spartani avevano la garanzia della fedeltà dei perieci.

4 La costruzione dell’egemonia: VI e V secolo

Senofonte (Costituzione degli Spartani) osservava che Sparta, benché fosse la polis meno popolosa, fosse comunque diventata la città più potente della Grecia. Il problema della scarsa consistenza della popolazione spartana (oliganthropia) in età arcaica non si era ancora manifestato. L’espansione di Sparta a partire dal VII secolo e il suo dominio successivo sul Peloponneso non sarebbero altrimenti stati possibili (fine VI secolo picco popolazione spartana; 10.000 Spartiati adulti di cui 8.000 in età militare nel 480; totale popolazione, con donne e minori 40.000 unità). L’insieme delle popolazioni perieciche della Laconia e della Messenia doveva essere ancora superiore. Quanto alla popolazione servile essa doveva essere molti consistente dato che le terre degli Spartani erano esclusivamente coltivate dagli iloti (la notizia che alla battaglia di Platea, ciascuno dei 5.000 Spartiati era accompagnato da ben sette iloti è poco versosimile). Elementi determinante per il successo dell’egemonia spartana nel Peloponneso (VI secolo) furono il fattore demografico, una solida struttura istituzionale e una “rivoluzione”.

4.1 Una rivoluzione di VI secolo?

Il VI secolo (quello in cui fu inventata la figura di Licurgo) è segnato da un profondo cambiamento sociale nel segno dell’austerità. Sparta non è una polis irrimediabilmente diversa da tutte le altre, ma presenta dei tratti specifici che, assenti nel VII secolo, sono evidenti per la città di età classica. Il santuario di Artemide Orthia ci ha permesso di osservare infatti una differenza notevole (per quantità e qualità artistica) tra gli oggetti votivi più antichi e quelli “più recenti”: per i secondi si è parlato di “morte dell’arte spartana”. Per alcuni quindi ci sarebbe stata una rivoluzione che avrebbe trasformato Sparta, intorno al 570-560, in una città austera. Questa interpretazione è troppo semplicistica e i dati archeologici non consentono di scorgere all’improvviso una cultura dell’austerità. Per i prodotti artistici destinati all’esportazione (non prodotti dagli Spartiati) ci sono differenti cronologie in base al singolo oggetto e le cause del declino, più che essere endogene, sono dovute perlopiù all’ingresso del mercato di prodotti concorrenti di successo (soprattutto Ateniesi); alcune delle principali opere artistiche descritte da Pausania nella sua visita alla polis sono collobabili a ridosso o poco dopo la metà del VI secolo (statua Atena Chalkioikos, Skias). L’austerità fu un fenomeno tipico della società greca dell’epoca con leggi antisuntuarie che cercavano di rafforzare la coesione sociale impedendo le spese di prestigio attraverso cui l’aristocrazia di età arcaica rendeva visibile la propria preminenza. Il dato particolare è il modo radicale con cui le politiche antisuntuarie vengano perseguite a Sparta: nel corso del VI secolo e in particolare nei suoi decenni finali la comunità trovò un equilibrio auto-rappresentandosi come una comunità di eguali. Non si tratta di un’eguaglianza economica, ma della diffusione di un ethos egualitario e conformista che, limitando il dispiego delle ricchezze private, minimizzava le tensioni che un’eccessiva disparità di ricchezze avrebbe potuto generare. Tucidide lo testimonia per il modo di vestirsi e nelle forme di commensalità: l’élite spartana dovette abbandonare, almeno pubblicamente, il suo stile di vita (ex: molte meno vittorie alle Olimpiadi). Il termine homoioi (eguali, o ancora meglio, i simili), compare solo nelle fonti di IV secolo e forse non risale a questo periodo. C’era però una consapevolezza, che doveva essere maturata nel VI secolo, di un’eguaglianza che toccava lo stile di vita, ma anche i comportamenti sociali: tutti gli Spartiati sul campo di battaglia dovevano essere ‘egualmente valorosi: un’ideologica oplitica che assorbì tutti gli aspetti della vita sociale. C’è quindi una ‘rivoluzione’, ma essa non coincide con l’emergere dell’austerità quanto tale, ma nell’elaborazione di un sistema di istituzioni e costumi sociali che, tramite l’emergere di questo ethos egualitario e militare, fornisse una coerenza ideologica alla comunità dei cittadini. Fu un processo complicato con invenzioni, modifiche e ristrutturazioni istituzionali: alcuni costumi preesistenti, come l’educazione collettiva e i pasti in comune, furono restituzionalizzati per servire questo nuovo obbiettivo; solo in apparenza pertanto, la società spartana e le sue pratiche appaiono arcaiche.

Il nome di Chilone, già associato all’eforato, viene richiamato da alcune fonti come quello di colui che, in tempi più o meno rapidi, attuò un preciso e ‘rivoluzionario’ programma politico. Un suo intervento è possibile, ma, in mancanza di dati più concreti, è opportuno tenere distinto il piano dei cambiamenti socio-istituzionali (tempi medio-lunghi) da quello della tradizione spartana (Chilone aveva il ruolo di saggio). La società che emerse verso la fine del VI secolo è particolarmente ‘chiusa al mondo”: il mondo esterno era un pericolo (corruzione) e si presero dei provvedimenti (‘cacciate degli stranieri’ dalla città); essa perse l’apertura Mediterranea per concentrarsi sul Peloponneso.

4.2 Le guerre contro gli Arcadi e Argivi

Nelle fonti di età classica Sparta è intenta a combattere in continuazione con le poleis e i popoli confinanti: Messeni, Arcadi e Argivi. Per controllare il Peloponneso, era necessario controllare l’Arcadia, per via della centralità geografica della regione. Erodoto fornisce i dettagli degli eventi: forti della fertilità delle proprie terre e della loro consistenza demografica gli Spartani decisero di conquistare l’Arcadia e consultarono pertanto l’oracolo delfico. Il dio negò loro l’intera regione e gli concesse invece Tegea. Gli Spartani attaccarono Tegea (aneddoto ‘contrappasso’ ceppi) senza avere successo. Erodoto colloca questa prima guerra nella prima metà del VI secolo. Nella generazione successiva vi fu un’altra guerra: gli Spartani consultarono di nuovo l’oracolo delfico per comprendere quale divinità si dovesse placare per assicurarsi la vittoria contro i Tegeati. Esso rispose che bisognava ricondurre a Sparta le ossa del re Oreste, il figlio di Agamennone, e alluse anche al luogo dove si trovava la sua tomba. Le ossa si trovavano proprio a Tegea: dopo averle riportate a Sparta, gli Spartani ebbero la meglio sui Tegeati e (Erodoto) “ormai avevano sottomesso la maggior parte del Peloponneso. La comunità degli Spartani, essendo cresciuta molto in termini demografici era alla ricerca di terra arabile; Sparta tentò di espandersi anche al di fuori della Laconia, occupando la Tireatide negli stessi anni (zona pianeggiante lungo la costa orientale del Peloponneso al confine con Argo). La Laconia Survey aggiunge un altro tassello alla storia di Tegea: quando il tentativo di conquista dell’Arcadia fallì miseramente, essi tentarono di coltivare intensamente aree marginali della Laconia, fino a quel momento ritenute di scarso valore, con una serie di piccoli insediamenti rurali. La vittoria su Tegea non comportò l’asservimento dei suoi abitanti né fu accompagnata alla spartizione del territorio conquistato fra i cittadini (ex: Messenia: gli Spartani esercitarono un controllo politico sulla città vinta divenendo ‘patrona’ di Tegea. Il ritorno delle ossa di Oreste (acheo) e quelle del figlio Tisameno (da Elice) a Sparta, venivano interpretate in chiave di politica etnica: Sparta poneva fine a una politica di conquista di ispirazione ‘dorica’ e la sostituì con una politica filo-achea per formare una serie di alleanze con le potenze non doriche del Peloponneso. In realtà è più probabile che a Sparta vi fosse già un culto dedicato ad Agamennone e venne creata una tradizione ad hoc, durante l’espansione, secondo la quale Sparta era stata la sede del potere di Agamennone (e non Micene); il gesto delle ossa aveva uno scopo propagandistico: Sparta era l’erede di Agamennone, colui che aveva guidato la spedizione di tutti i Greci contro Troia, e come tale a lei spettava l’egemonia del Peloponneso.

Purtroppo per Sparta un’altra polis dorica del Peloponneso, Argo, ambiva all’egemonia: essa, come Sparta, poteva contare su un curriculum mitico niente male e aveva inoltre un potenziale umano simile a quello di Sparta. Durante l’età arcaica Argo era diventata la più potente polis dell’Argolide. Il periodo di maggior fortuna di Argo, in cui la polis avrebbe ottenuto un breve e temporaneo momento di egemonia, viene legato dalle fonti all’enigmatica figura del re (o tiranno) Fidone; sotto il suo governo, nel 669-668, Argo avrebbe infatti sconfitto Sparta nella battaglia di Hysiai. Queste notizie sono incerte e bisogna forse dubitarne (per i conflitti tra Sparta e Argo almeno fino al Vi secolo). Il primo conflitto certo ebbe luogo poco dopo la vittoria su Tegea (545; un sincronismo strano con la caduta del regno di Lidia a opera di Ciro): la recente presa della Tireatide da parte di Sparta aveva provocato la reazione di Argo. La questione doveva essere risolta tramite un combattimento programmato da entrambi i contendenti (la battaglia dei Campioni) di trecento uomini scelti; il risultato fu però incerto. Gli Argivi pretendevano di aver vinto la battaglia, in quanto due dei loro uomini erano sopravvissuti allo scontro; anche gli Spartani però pretendevano di aver vinto rimarcando come il loro unico superstite, un certo Otriade, non aveva abbandonato il campo di battaglia e aveva compiuto l’atto rituale della vittoria spogliando i corpi dei nemici (poi si tolse la vita per la vergogna di essere sopravvissuto allo scontro). Ci fu quindi una battaglia tra gli eserciti al competo: gli Spartani vinsero e introdussero una legge che permetteva loro di portare i capelli lunghi (prima non era consentito); gli Argivi presero provvedimenti opposti. Il racconto è molto dubbio: esso è infatti stato mitizzato; è per esempio un antecedente delle Termopili, un archetipo in cui sparta è rappresentata da trecento uomini. C’era pure una festività associata all’evento sul luogo dove era avvenuto lo scontro, con tanto di corone di palma in onore dei caduti (titreatiche). Il racconto inerente all’origine dell’uso del costume spartano dei capelli lunghi deve essere interpretato in modo simbolico: a Sparta i capelli potevano averli lunghi solo gli adulti, mentre i giovani, in segno di sottomissione, erano tenuti a rasarli; i capelli lunghi sono una rappresentazione della superiorità di Sparta sugli Argivi (più grandi, più nobili, più fieri secondo Senofonte), pronta a gestire da quel momento l’egemonia sul Peloponneso.

4.3 Chilone, Cleomene e la lega dei Peloponnesiaci

Alla metà del VI secolo si colloca la leggendaria figura di Chilone; annoverato fra i sette saggi, egli risulta che sia stato eforo nel 556-555. A questa figura sono associate molte delle trasformazioni spartene di VI secolo. Non possiamo verificare con certezza questo dato, ma sicuramente egli fu una figura politica di spicco (entrambe le case reali strinsero matrimoni con donne della sua famiglia). Due aneddoti di Erodoto, forse pura invenzione, rivelano invece due aspetti della politica spartana (azione anti-tirannica, minaccia proveniente dal mare), di sua attribuzione (?): nel primo Chilone, inascoltato, mette in guardia il padre del futuro tirano ateniese Pisistrato dall’avere figli; nel secondo si augura che l’isola di Citera sprofondi nel mare dato il pericolo che rappresentava per Sparta. Sparta, in quanto città ben governata, si vantava di non essere mai stata retta da tiranni e si adoperò efficacemente per abbattere quelli altrui (per mezzo dell’associazione tra Chilone e il re agiade Anassandrida). La minaccia di Citera non era quella di costituire un punto di appoggio per un attacco al territorio Spartano (ciò avvenne effettivamente nel V secolo, nella guerra del Peloponneso, quando essa divenne una base ateniese per saccheggiare la Laconia), bensì quella di favorire una politica verso il Mediterraneo e gli scambi. Citera era un ottimo punto di approdo per le navi mercantili e rischiava di corrompere il nuovo ordine sociale emergente che, secondo Chilone, avrebbe invece beneficiato da un’azione continentale e soprattutto Peloponnesiaca.

Il sistema di alleanze peloponnesiaco, in cui gli sconfitti riconoscevano l’egemonia di Sparta, si espanse dopo la vittoria contro Tegea. Dopo le città arcadi, Sparta tentò di attrarre quelle del Peloponneso nordorientale, per isolare Argo e impedire sul nascere i suoi desideri revanscisti. Questa politica fu assai efficace: durante le guerre persiane, tutti i centri dell’area (anche quelli situati nella piana argiva) combatterono al fianco di Sparta, mentre Argo rimase neutrale. Alcune di loro (Corinto e Sicione) avevano vissuto tra il VII e il VI secolo l’esperienza delle tirannidi, la cui caduta aveva visto l’emergere di regimi oligarchici che consideravano il legame con Sparta di assoluta importanza. Corinto sembra legata a Sparta già nel 525, quando contribuì alla fallimentare spedizione che gli Spartani sostennero in favore degli aristocratici esiliati di Samo contro il tiranno Policrate. L’alleanza si estese al Peloponneso nordoccidentale con l’ingresso nell’alleanza degli Elei (santuario Olimpia).

Il termine “lega del Peloponneso” è una dizione moderna: la nomenclatura antica corretta sarebbe “I lacedemoni e gli alleati”; quest’ultima infatti mostra la natura egemonica di questa alleanza. La sua legittimazione formale risiedeva nei singoli trattati che legavano Sparta a ciascuna città alleata; l’elaborazione di una ‘costituzione della lega, se mai è esistita, è successiva (età classica). Si trattava di un’alleanza ancora fluida, almeno negli ultimi decenni del VI secolo: non risulta infatti alcuna spedizione militare comune di tutti gli alleati prima di quella, abortita, condotta contro Atene nel 506; in quell’occasione i Corinzi poterono ritirarsi liberamente dalla spedizione: a quell’epoca pertanto gli alleati non erano ancora vincolati al giuramento che li vedeva obbligati a “seguire i Lacedemoni per terra e per mare dovunque essi li conducano e avere lo stesso amico e nemico dei Lacedemoni”. L’espressione si trova solo in un testo epigrafico variamente databile tra la metà del V secolo e il 418. Una clausola di un trattato tra Sparta e Tegea (Aristotele), merita attenzione: tra le altre cose gli alleati dovevano espellere i Messeni dalla terra e non concedergli la cittadinanza. Questo riferimento ai Messeni che si erano sottratti alla condizione servile ci induce ad abbassare la data del trattato dal VI secolo al periodo immediatamente successivo alla grande rivolta dei Messeni del V secolo. Aristotele interpreta invece il passo come un divieto di “uccidere” i Tegeati che patteggiavano per Sparta; un’interpretazione errata, ma molto interessante: per antichi era chiaro il dato secondo il quale Sparta era stata in grado di controllare la politica delle città alleate attraverso i gruppi di oligarchici o filo-spartani presenti in ciascuna di esse, di cui tutelava gli interessi e l’incolumità. Il tessuto connettivo della lega peloponnesiaca va perciò individuato nei legami di ospitalità tra queste oligarchie e le famiglie spartane più importanti (comprese quelle dei re), spesso liberate dai tiranni dal decisivo intervento di Sparta.

Anassandrida (agiade) non aveva avuto eredi dalla prima moglie e fu pertanto forzato (efori e anziani) a prenderne una seconda: egli non volle rinunciare alla prima ed ebbe, peculiarmente per Sparta, due mogli contemporaneamente. La seconda moglie, discendente di Chilone generò Cleomene; la prima ebbe poi tre figli tra cui spiccano Dorieo e Leonida. Cleomene divenne re, alla morte del padre, intorno al 520 per il principio di anzianità; il fratellastro Dorieo, escluso dal regno pur essendo il primogenito della prima moglie del padre, ottenne il permesso di fondare una colonia ma essa non ebbe successo e morì al secondo tentativo (primo Libia, secondo Sicilia contro Segestani e Cartaginesi). Anche gli Euripontidi ebbero problemi simili: Aristone non ebbe figli dalle prime due mogli e si unì ad una donna precedentemente sposata ad un altro uomo. Da questa unione nacque Demarato, ma la sua nascita, avvenuta prima dei nove mesi consueti, alimentò in futuro dubbi sulla legittimità come successore del padre.

Cleomene regnò per un trentennio e perseguì una politica simile a quella del proprio avo Chilone, evitando il coinvolgimento di Sparta in affari lontani dal suo territorio (tipo quelli oltremarini alla Dorieo) e avendo un orizzonte peloponnesiaco e continentale. All’inizio del suo regno egli impedì che Tebe conquistasse la piccola polis di Platea, favorendone un’alleanza con Atene. In seguito egli si dedicò a più riprese ad Atene: dapprima nel 510 egli abbatté la tirannide dei Pisistratidi, poi, fallito il tentativo pacifico di integrare Atene all’interno dell’orbita spartana, che si avviava invece ad assumere istituzioni democratiche, tentò di attuarlo lo stesso con l’uso della forza. Nel 506 Cleomene condusse una spedizione a capo della lega peloponnesiaca per insediare a Atene un aristocratico di nome Isagora, con cui intratteneva legami di ospitalità; questo tentativo fallì per l’opposizione dei Corinzi e del collega Demarato. Il suo più grande successo fu l’incredibile vittoria ottenuta sugli Argivi (494?) alla battaglia di Sepeia. Cleomene fu accusato di essersi fatto corrompere e di non aver occupato Argo quando ne aveva la possibilità (fu poi prosciolto); in realtà la sua azione spazzò per sempre ogni velleità egemonica della rivale (Argo perse 6.000 uomini) che rimase isolata ed accerchiata.

Cleomene era un re forte, capace di orientare in ogni minimo dettaglio, grazie alla propria autorità, la politica di Sparta. Egli entrò in contrasto con il proprio collega Demarato (Euripontide). Ci fu una prima rottura quando Cleomene cercò di insediare Isagora ad Atene; Demarato non condivideva la sua politica e, ritagliandosi uno spazio autonomo fece fallire la spedizione; questa divergenza fu subito seguita dall’emanazione di una legge che impediva a entrambi i re di guidare insieme l’esercito durante una campagna militare. Cleomene e Demarato entrarono nuovamente in contrasto nel 491: su iniziativa ateniese, Egina, colpevole di aver compiuto un atto di formale sottomissione ai Persiani, Cleomene sbarcò sull’isola, chiedendo che gli fossero consegnati i responsabili di quel gesto; gli Egineti però, forti del sostegno di Demarato, rifiutarono di consegnare gli ostaggi richiesti. Questa nuova intrusione non richiesta di Demarato convinse Cleomene a sbarazzarsi del fastidioso collega: accordandosi con Leotichida (egli proveniva da un ramo cadetto degli Euripontidi ed era personalmente ostile a Demarato, che gli aveva ‘rubato’ una sposa preziosa che discendeva da Chilone) Cleomene riportò in auge, grazie ad un oracolo delfico partigiano, le voci secondo cui Demarato non era figlio di Aristone. Leotichida fu nominato re e Demarato, destituito, dopo essere tornato un privato cittadino per breve tempo, si rifugiò poi presso i Persiani. Cleomene era perfettamente in grado di utilizzare i privilegi tradizionalmente concessi ai re (spedizioni militari, oracolo delfico) per esercitare con grande efficacia la propria autorità; egli poi cercava di ottenere un cambiamento dell’ordinamento normativo quando questi stessi privilegi ostacolavano le sue ambizioni (ex: il collega Demarato). Egli agisce, se dobbiamo credere ad Erodoto, con un modello di potere simile a quello di un tiranno. La fine di Cleomene è piuttosto romanzesca. Le sue macchinazioni contro Demarato furono scoperte ed egli abbandonò in un primo momento la polis rifugiandosi in Tessaglia; Cleomene intimorì i propri concittadini organizzando una coalizione di Arcadi e venne quindi richiamato nella pienezza dei propri poteri. Cleomene divenne pazzo poco dopo il suo ritorno e fu quindi legato dai suoi parenti ad un ceppo; un giorno però egli ricevette un coltello da un servo che lo sorvegliava e si dette una morte cruenta (491-488). Forse questa tradizione suggerisce un ruolo attivo dei suoi parenti nel causarne la fine: colpevoli ideali sono il fratellastro e successore Leonida e la sua unica figlia Gorgo (che Leonida aveva spostato per rafforzare il proprio diritto alla successione): una tradizione imbarazzante per le personificazioni ideali, maschili e femminili, delle virtù spartane.

4.4 L’egemonia riconosciuta: Sparta e le guerre persiane

Sparta aveva avuto già qualche contatto con l’impero persiano al tempo di Cleomene. Quando il fondatore dell’impero persiano, Ciro, conquistò il regno di Lidia di Creso, Sparta, pur essendo suo alleato, non intervenne. Sparta non soccorse neanche le poleis greche d’Asia Minore minacciate dal sovrano persiano; si limitarono ad inviare un messaggio megalomane intimandogli di non devastare nessuna polis greca. Le spedizioni fallimentari di Cleomene (Policrate di Samo) e Dorieo (Libia) forse avevano come obiettivo quello di contrastare il crescente espansionismo dell’impero persiano. Da quel momento in poi si preferì una politica isolazionista. Nel 499 il tiranno di Mileto Aristagora giunse a Sparta chiedendo il sostegno di Cleomene nella rivolta delle poleis della Ionia contro Dario, ma il sovrano spartano non gli diede alcun aiuto. I colloqui terminarono bruscamente non appena Cleomene apprese che l’impero persiano era molto distante: dal mare Egeo a Susa si impiegavano ben tre mesi; nessuna mappa di bronzo o ricchezza avrebbe mai potuto convincerlo.

Negli anni Novanta nel V secolo la pressione esercitata dall’espansionismo persiano cominciò ad essere sempre più forte anche nella Grecia continentale; alcune élites delle poleis assunsero una posizione collaborazionista verso i Persiani (“medismo”) e questo atteggiamento non dovette risparmiare neanche Sparta. In fondo il detronizzato Demarato si rifugiò proprio in Persia, segno che doveva aver già avuto qualche contatto in quell’area; è possibile che dietro la sua deposizione potesse aver contribuito anche la sconfitta dei gruppi spartani più accomodanti verso l’impero persiano. Nel 490 Dario decise di punire Atene ed Eretria, le sole che avevano appoggiato con qualche nave i ribelli della Ionia. Gli Ateniesi richiesero il sostegno di Sparta, ma esso, sebbene fosse stato concesso, giunse troppo tardi (una tradizione ateniese attribuisce il ritardo ad una rivolta di iloti); la legge impediva loro di partire prima del plenilunio e gli Spartani giunsero a Maratona troppo tardi a battaglia già conclusa potendo osservare solo i corpi dei Persiani senza vita. Atene richiese l’aiuto di Sparta riconoscendone il ruolo egemone: in fondo essa era l’unica polis in grado di esercitare un potere sovraregionale con la sua lega. Quando Serse (figlio di Dario) decise di invadere la Grecia a capo di una poderosa armata e di una grande flotta, i Greci organizzarono un’allleanza ellenica (481): essi posero fine quindi alle guerre in corso tra loro, ma nelle fonti non vengono specificati i vincoli giuridici che li univano; questa lega ellenica pare una lega del Peloponneso allargata agli Ateniesi e a pochi altri. Atene giocò un ruolo fondamentale, ma il suo status rimase sempre subordinato a quello degli Spartani. Il fatto che gli Spartani fossero i leader della lega ellenica è testimoniato dallo status della flotta: Atene in quegli anni stava vivendo un periodo di straordinaria crescita e gli Ateniesi fornirono alla lega ellenica ben duecento triremi: sebbene gli Spartani avessero fornito un numero irrisorio di navi ad essi spettava lo stesso il comando navale. Sparta non ammetteva rivali: la potente Siracusa di Gelone si dichiarò disponibile a entrare nell’alleanza, purché le venisse riconosciuto il comando militare; Argo preferì rimanere neutrale. Entrambe rimasero ai margini.

Dopo aver attraversato l’Ellesponto, nella primavera del 480, Serse invase la Grecia da nord accompagnato da Demarato; quest’ultimo probabilmente sperava di essere re-insediato a Sparta divenendone l’unico sovrano grazie al sostegno dei Persiani. Gli alleati tentarono di impedire l’accesso alla Tessaglia accampandosi a Tempe con un esercito, ma dovette ritirarsi perché la posizione era indifendibile: venne deciso di porre una nuova linea difensiva presso le Termopili, mentre la flotta greca avrebbe tentato di bloccare quella persiana presso Capo Artemisio. Alle Termopili le forze della coalizione vennero affidate al re Leonida, ormai sessantenne: nell’esercito (4.000 opliti), vi erano 1.000 Lacedemoni e 300 Spartiati (Diodoro); Erodoto si concentra sui ‘mitici’ trecento spartani ignorando gli altri Lacedemoni e gli iloti (funzione di supporto). Una notizia vuole che i trecento erano stati selezionati esclusivamente tra gli uomini che avevano già figli (almeno trentenni!), come se Leonida, consapevole che la spedizione avrebbe comportato il sacrificio di tutti i combattenti, avesse agito in questo modo per evitare l’estinzione delle loro famiglie. Questo racconto patriottico in realtà potrebbe però avere delle altre ragioni più pratiche: in primo luogo Erodoto sapeva bene che gli Spartani avevano inviato solo un’avanguardia (non gli uomini fisicamente più prestanti) perché erano impegnati nelle festività delle Carnee e ulteriori rinforzi sarebbero stati inviati non appena fosse stato possibile; questa avanguardia aveva poi lo scopo di esercitare pressione sugli alleati ancora incerti, soprattutto i Beoti, che si temeva potessero ‘medizzare’

I Greci erano pochi rispetto ai Persiani, ma resistettero per due giorni ai loro attacchi; i Greci vennero però informati che un traditore (Efialte) aveva rivelato ai Persiani come aggirare la loro posizione attraverso un sentiero montano (Anopea). Dopo un sofferto consiglio notturno, Leonida fu abbandonato dalla maggior parte dei Greci e rimase a difendere il passo con i trecento, i Tespiesi e i Beoti (che però secondo la tradizione si defilarono alla prima occasione buona). Forse si trattava di un’azione di retroguardia volta a permettere alla maggior parte dei Greci di mettersi in salvo (i Persiani avevano molti arcieri e molta cavalleria e avrebbero spazzato via i Greci): Leonida morì nella mischia il terzo giorno di battaglia; una lotta feroce si combatté per recuperare il suo corpo (pare ci che fossero riusciti) fino a quando, costretti a ritirarsi su una collina, vennero uccisi tutti. Serse ordinò che il corpo del re agiade fosse decapitato e la sua testa impalata. Erodoto offre due giustificazioni per spiegare a posteriori la decisione di Leonida. Con un “si dice” che rivela forse una giustificazione ufficiale Leonida e i trecento si sarebbero sacrificati per non andare contro all’ethos militare spartano (uno Spartiata non può fuggire abbandonando la propria posizione; deve restare a combattere e morire). L’altra versione riguarda un presunto oracolo di Delfi che, all’inizio del conflitto, aveva profetizzato la distruzione di Sparta, a meno che uno dei suoi due re non fosse morto; questa traduzione in cui Leonida appare come il grande eroe che decise di sacrificarsi per la propria polis deriva probabilmente da propaganda della famiglia agiade, intenta a glorificarne la memoria. L’esercito Persiano poté proseguire il proprio cammino, occupando e saccheggiando Atene, evacuata nel frattempo dai propri abitanti. La flotta greca, dopo uno scontro senza vinti né vincitori al Capo Artemisio, si ritirò verso il golfo Saronico e qui, nello stretto braccio di mare fra l’isola di Salamina e l’Attica, ebbe la meglio su quella Persiana (Salamina, tarda estate 480). Il ruolo determinante della vittoria lo ebbero le duecento navi ateniesi e l’astuzia di Temistocle (lo spartano Euribiade deteneva ufficialmente il comando). Serse abbandonò la Grecia affidando l’esercito al genero Mardonio. A Sparta era riemersa nuovamente la visione strategica peloponnesiaca dello scontro: arroccarsi a difesa dell’istmo di Corinto costruendo un muro “disinteressandosi di tutto il resto”. Questa posizione prevalse per un po’ di tempo, anche se la minaccia ateniesi di accordarsi con Mardonio dovette preoccupare molto gli Spartani. Da Cleombroto, fratello di Leonida e reggente, la carica in casa agiade passò al figlio Pausania, giovanissimo. Al suo comando un contingente di 5.000 Spartiati, accompagnato da 5.000 perieci (tutte le classi di leva dai venti ai quarantacinque anni) si mosse da Sparta per unirsi agli alleati. Pausania, a capo del più grande esercito che fosse mai uscito dal Peloponneso (40.000 opliti) affrontò Mardonio in Beozia, dove, tra confusione e ritirate tattiche, i Greci ebbero la meglio a Platea (479). Gli Spartani dovettero affrontare lo scontro contro le migliori truppe di Mardonio (cavalleria), ma fra gli Spartiati si ebbero solo novantuno vittime.

4.5 Eroicizzare Leonida: gli usi della vittoria

Lo stesso giorno in cui fu combattuta la battaglia di Platea, per un curioso sincronismo, sarebbe anche avvenuto un grande scontro a Micale, in Ionia. La flotta greca, dopo molte esitazioni, aveva ottenuto un’altra grande vittoria provocando così l’immediata adesione delle poleis greche d’Asia Minore alla Ionia. Il protagonista di questa grande vittoria era stato Leotichida (euripontide), ma non ebbe modo di godersi la sua fama di comandante vittorioso: qualche anno dopo, in una spedizione che voleva punire i Tessali per il loro Medismo, si lasciò corrompere dal loro denaro; scoperto, la sua casa fu rasa al suolo ed egli fu bandito da Sparta recandosi a Tegea. Anche il vincitore di Platea non ebbe sorte migliore. Nel 478-477 egli ottenne il comando della flotta greca e condusse una vittoriosa spedizione navale a Cipro e Bisanzio; egli però si comportava in modo violento e arrogante e questo suo atteggiamento lo rese popolare tra i nuovi alleati della Ionia; egli risultò anche antipatico a Sparta, dato che si assunse tutto il merito della vittoria sui Persiani a Platea (Tripode d’oro dedicato come decima all’ Apollo delfico). L’iscrizione venne immediatamente sostituita con la lista di tutte le poleis che avevano combattuto per la salvezza della Grecia. La comunità degli Spartani percepiva il potere conseguito da Pausania come eccessivo e, diffidandone, gli richiedeva di confermarsi ai valori egualitari della società spartana. Non lo salvò né il fatto di essere di stirpe reale né l’essere un eroe vittorioso: egli venne accusato (falsamente) di aver richiesto la mano della figlia di Serse allo scopo di governare sulla Grecia con il supporto persiano. Nel racconto di Tucidide Pausania sarebbe stato richiamato una prima volta a Sparta, ma fu prosciolto dall’accusa di medismo e si ritirò come privato a Bisanzio. Dopo aver fabbricato altre prove (contatti con Serse e il voler concedere la libertà agli iloti), nel 470 egli fu costretto a rientrare definitivamente in città; Pausania tentò di sfuggire all’arresto rifugiandosi come supplice nel tempio di Atena Chalkioikos: fu murato vivo al suo interno e, ne venne tirato fuori solo poco prima di spirare. Il nuovo sostituto di Pausania fu rinviato indietro dagli Ateniesi; tutti i Peloponnesiaci si ritirarono e la guida della guerra contro i Persiani fu assunta da Atene. Quest’ultima, sempre più consapevole della propria forza navale, fondò nel 478-477 la lega delio-attica. La decisione di ritirarsi dagli affari al di fuori del Peloponneso da parte di Sparta lascia intravedere il prevalere di una nuova politica isolazionista; secondo Diodoro fu una decisione non condivisa da tutti: in un’assemblea popolare del 475 alcuni, soprattutto i più giovani, erano parecchio interessati alle ricchezze che si potevano ottenere sul mare, ma prevalse la politica di chi non intendeva affatto contendere agli Ateniesi il controllo del mare. Per i successivi settant’anni il mondo Greco si polarizzò intorno a queste due potenze: la prima oplitica e continentale, la seconda navale e proiettata verso il mare. Tra le due potenze però i rapporti divennero sempre più tesi (vedi ‘Lunghe Mura’ ateniesi) e iniziò una lotta ideologica sui rispettivi meriti nella guerra appena vinta contro i barbari.

A Sparta, con il bottino di guerra, fu costruito il cosidetto ‘portico persiano’ nell’agorà. Nel valorizzare i meriti spartani, poco dopo la vittoria, si occupò il poeta Simonide di Ceo. Egli onorò in più versi i caduti delle Termopili dei quali “è gloriosa la sorte e bello il destino di morte”; c’è poi la famosa iscrizione posta sul luogo in cui erano caduti i valorosi spartani, che invitava il viandante straniero a annunciare agli Spartani “che qui giacciamo, obbedendo alle loro leggi”. Un altro momento importante segnalato da Simonide di Ceo è la battaglia di Platea; i suoi versi si riferiscono in modo positivo a Pausania e forse sono stati commissionati dagli Spartani quando il reggente non era ancora caduto in disgrazia. Simonide di Ceo si riferisce alla guerra di Troia e alla morte di Achille; un riferimento forse ad un processo di eroicizzazione che paragonava i guerrieri spartani ai combattenti achei di Troia. La propaganda spartana dovette fare i conti con l’interpretazione degli eventi delle Termopili: la battaglia fu una sconfitta perché Leonida riuscì a ritardare l’avanzata dei Persiani solo per pochi giorni. Atene riconosceva i grandi atti di valore degli Spartani, ma ovviamente sosteneva che la salvezza della Grecia avvenne per merito della sua flotta (vedi Erodoto). Gli Spartani trasformarono un sconfitta militare in un successo dei propri valori: gli Spartani (‘tesi ufficiale’) non poterono ritirarsi perché non era loro concesso di arretrare di fronte al nemico; un valore caratteristico della cultura militare spartana presente anche nelle elegie di Tirteo, divenne così un tratto distintivo dell’identità spartana. Da qui il riferimento di Simonide ad una presunta legge che ordinava agli Spartani sempre la stessa cosa: “Non sottrarsi alla battaglia, qualunque fosse il numero dei nemici, ma di vincere o morire rimanendo al proprio posto”. Da qui emersero anche i paradigmi del “buono” o del “cattivo” spartano. Alle Termopili oltre a Leonida si era distinto Dienece, mentre a Platea si distinse Amonfareto, caduto alla guida del lochos di Pitane (villaggio centrale di Sparta). Al contrario Aristodemo fu ricordato come modello negativo. Leonida lo aveva congedato perché si era ammalato agli occhi, ma fu oggetto di disprezzo a Sparta perché per questa sua condizione gli permise di salvarsi la vita: la circostanza che egli fosse sopravvissuto al suo re rendeva il suo comportamento molto disonorevole; egli divenne il prototipo di quegli Spartani che, per non aver affrontato la ‘bella morte’, ricevevano il nome di ‘fuggiaschi’ (tresantes). Essi erano politicamente e socialmente discriminati, al punto di perdere i pieni diritti civici ed essere evitati da tutti. Il comportamento di Aristodemo fu scorretto anche quando egli cercò, un anno più tardi, a Platea, di recuperare il proprio onore: dal punto di vista spartano egli non era caduto accanto ai suoi compagni, ma aveva volontariamente abbandonato il suo posto nello schieramento alla ricerca di una morte che lo potesse riscattare. La propaganda spartana, per ‘nascondere’ la sconfitta delle Termopili, trasformò la battaglia di Platea in una vendetta; la caduta di Leonida fu vendicata con la morte di Mardonio. Per far funzionare questa propaganda, Pausania (Leonida era suo zio) doveva essere riabilitato: le tombe dei due Agiadi vennero collocate l’una accanto all’altra sull’acropoli; pare addirittura che le ossa di Leonida fossero ricondotte a Sparta dallo stesso Pausania. La tomba di Pausania, sotto richiesta dell’oracolo delfico su spostata vicino al luogo della sua dipartita e vicino al santuario di Atena Chalkioikos vennero costruite due statue. Dopo le guerre Persiane ci fu un imponente processo di monumentalizzazione e memorializzazione delle gloriose guerre contro il barbaro. Per questo Erodoto poté venire a conoscenza dei nomi di tutti i trecento; egli ricevette questa informazione o da una fonte orale o dalla stele, eretta vicino alle tombe di Leonida e Pausania che ne ricordava i nomi.

4.6 Una prospettiva spartana sulla Pentecontetia

Per sparta, per il cinquantennio tra le guerre persiane alla guerra del Peloponneso, non abbiamo molte fonti. Tucidide offre un resoconto che riflette (ovviamente) il punto di vista ateniese degli eventi e Sparta vi compare solo quando le sue vicende si incrociano con quelle dell’imponente crescita della rivale. Una notizia di Erodoto ci riferisce di ben cinque battaglie vinte dagli Spartani in questi anni: Platea, Tegea (contro Tegeati e Argivi), Dipea (contro gli Arcadi eccetto Mantinea), monte Ithome (contro i Messeni) e Tanagra (contro Ateniesi e Argivi). Osservando l’elenco si comprende che, dopo il 479, il dominio spartano sul Peloponneso si fece più debole: (ecco allora un’altra ragione per la quale Sparta non intervenne sul mare!). Questo dato è chiarito dalle battaglie condotte contro gli Arcadi e Tegea; la seconda polis era sempre stata un’alleata fedelissima di Sparta, tanto da aver meritato, nelle spedizioni comuni, una posizione d’onore nello schieramento peloponnesiaco. A Dipea pare inoltre che la falange spartana combatté schierata su una sola linea: forse c’era una carenza nella disponibilità di uomini dovendo combattere su così tanti fronti. L’ostilità di Argo non è poi così sorprendente. La sconfitta di Sepeia (494) fu così grave da mutare sensibilmente il suo corpo cittadino con l’immissione di individui che fino a quel momento ne erano stati esclusi (nelle fonti ‘schiavi’ o ‘perieci’ di Argo). A questa immissione fece seguito un processo di democratizzazione della polis a cui si accompagnò l’allargamento del suo territorio (Micene e Tirinto; anni sessanta V secolo). Sparta fino a quel momento aveva garantito la loro indipendenza, ma non poté intervenire; le battaglie campali vinte dagli Spartani non bastarono per impedire ad Argo il controllo della piana argolica. Negli anni settanta si crearono centri demograficamente consistenti, grazie a diversi sinecismi (Elei, Mantinea); anche queste poleis si sarebbero poi allontanate dall’orbita di Sparta assumendo un ordinamento politico democratico.

La Pentecontetia per Sparta fu però segnata soprattutto dalla decennale sollevazione dei Messeni (inizio anni settanta del V secolo e il 464-463). Essa iniziò con un terribile terremoto che colpi duramente Sparta (voragini apertesi nel terreno, distruzione della maggior parte delle abitazioni cittadine). Il pericolo maggiore però, che metteva a serio rischio la base economica e sociale della potenza degli Spartiati era una rivolta degli iloti. A ribellarsi, secondo Tucidide, furono soprattutto i Messeni, con qualche poleis periecica; gli iloti della Laconia ebbero scarsa rilevanza dato che gli eventi militari si svolsero esclusivamente in Messenia. All’inizio gli Spartani ebbero qualche difficoltà ad affrontare la rivolta (vedi strage di trecento spartani a Steniclaro in cui morì colui che aveva ucciso Mardonio); poi la lotta si concentrò verso il monte Ithome dove i Messeni lì riparatisi, vennero assediati. Dopo una lunga resistenza si raggiunse un accordo: i ribelli poterono abbandonare il Peloponneso con mogli e figli, a patto di non tornarvi mai più (chi lo avesse fatto sarebbe diventato schiavo di chi lo catturava). Questa rivolta presuppone il costituirsi di quell’identità messenica condivisa che in età arcaica era mancata; la barriera fisica della catena del Taigeto forse vi contribuì, ma è improbabile uno sviluppo identitario autonomo da parte della popolazione servile; vi contribuirono le poleis perieciche che erano più strutturate politicamente (?)

Sparta richiese l’aiuto di Atene per sedare la rivolta. In fondo l’alleanza stipulata del 481 non era mai stata formalmente sciolta. Cimone, leader conservatore filo-spartano (uno dei suoi figli fu chiamato Lacedemonio) accolse il loro appello con 4.000 opliti. Gli Spartani temettero che questa massiccia forza ateniese potesse prendere delle decisioni eversive accordandosi con i Messeni e li rinviarono ad Atene. Una scelta infelice: essa provocò una rottura insanabile con Atene e la fine della carriera politica di Cimone (ostracizzato). La lontananza di Cimone permise a Efialte di riformare il sistema politico ateniese (vedi Aeropago) verso una democrazia radicale (vedi Pericle). La rivalità tra le due poleis si sviluppò anche su questo irriducibile piano ideologico, oligarchia contro democrazia; gli ambienti conservatori ateniesi, poco amanti della democrazia radicale, furono i creatori del miraggio spartano. Non è casuale che gli Spartani combatterono contro Atene a Tanagra (457). Atene in quegli anni fu particolarmente attiva: Megara abbandonò la lega peloponnesiaca e si unì ad Atene. L’isola di Egina fu costretta con la forza ad entrare nella lega delio-attica. Corinto non riuscì a contrastare l’azione ateniese e temeva che i suoi interessi sul golfo Saronico e su quello di Corinto venissero intaccati.

Gli Spartani coinvolse anche Sparta. Gli Spartani intervennero con successo in favore della Doride (la regione della Grecia dalla quale ritenevano di provenire) contro i Focesi che l’avevano attaccata; al loro ritorno però si trovarono la strada sbarrata dagli Ateniesi e dagli Argivi. Sparta nella battaglia di Tanagra (Beozia) si aprì la strada verso casa con la forza. Gli Ateniesi ottennero un successo dopo l’altro: essi ottennero il controllo della Beozia, condussero una spedizione navale contro le coste del Peloponneso (fu distrutto un arsenale spartano) e riuscirono a aiutare gli esuli Messeni che avevano abbandonato Ithome ad insediarsi a Naupatto. Questo quadro così favorevole mutò: la Beozia e Megara abbandonarono l’alleanza con Atene; Sparta poté così invadere l’Attica nel 446, ma il re agiade Pleistoanatte non si spinse fino ad Atene (fu accusato di essersi lasciato corrompere dal denaro; un’accusa piuttosto frequente per i re spartani; vedi Cleomene con Argo e Leotichida con i Tessali). Nel 446-445 Sparta e Atene siglarono una pace di trent’anni definendo con chiarezza le aree di influenza delle due egemoni: Atene dominava incontrastata sul mare Egeo, mentre Sparta dominava di nuovo la lega del Peloponneso ed era alleata con Megara e la confederazione beotica (confinanti con Atene); con Argo Sparta firmò una tregua trentennale.

Questo quadro geopolitico idilliaco era offuscato dal primo manifestarsi della diminuzione del numero di Spartiati (terremoto e conflitti continui, vedi cinque battaglie Erodoto). Il passaggio da un regime demografico ancora espansivo alla cronica scarsità di uomini (guerra del Peloponneso) fu un fenomeno dovuto soprattutto alla rigidità delle istituzioni spartane in materia di cittadinanza e di procreazione: la popolazione per questi motivi non si riprese più (guerra Peloponneso: Spartiati maschi adulti 5.000; Ateniesi 50.000).

4.7 Tradizione e innovazione nella guerra del Peloponneso

In un’assemblea tenutasi a Sparta nell’autunno 432 molti alleati accusarono gli Ateniesi di aver violato la pace dei trent’anni. Tra questi i Corinzi, colpiti nei loro interessi, erano i più insistenti; la loro posizione era coerente: quando Samo si era ribellata al dominio di Atene, Corinto aveva dissuasi gli altri Peloponnesiaci a intervenire in suoi aiuto, basandosi sul principio che ciascuna delle due alleanze aveva diritto di punire i ribelli; gli Ateniesi non avevano rispettato la pace dei trent’anni intromettendosi negli affari peloponnesiaci e pertanto Sparta doveva dichiarargli guerra. Essi nel farlo descrissero con efficacia la differente mentalità tra gli Ateniesi, audaci e rapidi nel realizzare i loro obiettivi quando essi avevano preso una decisione e gli Spartani, che invece erano esitanti, timorosi e paghi del loro sistema politico antiquato e poco adatto con le sue leggi rigide a una situazione in costante evoluzione. Gli ambasciatori ateniesi invitarono gli Spartani a non prendere delle decisioni avventate, ma, a ‘porte chiuse’ si scatenò un dibattito tra il re Archidamo II e l’eforo Stenelaida. L’anziano re viene presentato da Tucidide come un moderato tradizionalista, un tipico Spartano poco propenso a impegnarsi in un conflitto al di fuori del Peloponneso; il re avanzò anche un argomento molto pratico: la lega del Peloponneso non richiedeva alcun tributo ai propri alleati (al massimo contribuzioni volontarie), pertanto sul lungo termine sarebbe stato difficile sostenere economicamente lo sforzo bellico (Atene aveva il tributo dei ‘sudditi’ della lega delio-attica).

L’intervento dell’eforo Stenelaida (‘trucco’) fu decisivo: Atene aveva violato la pace ed era dovere degli Spartani soccorrere i propri alleati; in un’assemblea successiva che radunava tutti gli alleati la maggioranza di loro si pronunciò a favore della guerra: bisognava garantire l’autonomia delle poleis greche minacciate dall’imperialismo ateniese. La guerra scoppiò nella primavera del 431. Tucidide nel suo racconto rivela che la vera causa della guerra era dovuta alla crescente potenza ateniese, che stava mettendo in discussione l’equilibrio ‘bipolare’ del cinquantennio precedente; Sparta ne aveva paura e per questo acconsentì alle richieste degli alleati. Gli Spartani non possedevano una flotta capace di dar battaglia agli Ateniesi sul mare: fecero quindi valere le loro preponderanti forze oplitiche (con sempre meno Spartiati) invadendo e devastando ogni anno il territorio dell’Attica; speravano in questo modo che gli Ateniesi avrebbero abbandonato le ‘Lunghe Mura’ per dargli battaglia. Gli Ateniesi dal canto loro, grazie alle ‘Lunghe Mura’ (Atene era collegata al suo porto), erano del tutto autosufficienti e quindi, sotto consiglio di Pericle, non lo fecero mai, nemmeno quando un’epidemia colpì la polis nel 430. I primi anni trascorsero senza grandi sconvolgimenti: conflitti nelle aree periferiche della Grecia, invasioni annuali spartane dell’Attica brevi e poco efficaci e raid ateniesi lungo le coste del Peloponneso.

Nel 425 gli Ateniesi occuparono Pilo in Messenia e lo fortificarono. Gli Spartani, sorpresi, accorsero in forze, ma il successivo intervento della flotta ateniese li pose in una situazione scomoda: molti dei loro opliti si ritrovarono bloccati sulla piccola isola di Sfacteria (essa limitava l’accesso a Pilo). Gli Spartani offrirono subito la pace, ma gli Ateniesi la rifiutarono: i 292 Lacedemoni, tra cui ben 120 Spartiati, furono catturati vivi. Tucidide osserva che questa notizia sorprese enormemente tutta la Grecia: tutti si aspettavano infatti che gli Spartani avrebbero senz’altro combattuto fino alla fine (così almeno raccontava il mito che si erano auto-costruiti). Per ovviare a questo problema e alleggerire la pressione sul Peloponneso (occupazione ateniese Citera), gli Spartani colpirono gli interessi di Atene in Tracia, un’area ricca di risorse minerarie. L’ideatore di questa coraggiosa spedizione invernale era Brasida, uno Spartiata particolare pronto a superare gli schemi tradizionali di Sparta: uomo risoluto, egli condusse un esercito di mercenari e settecento iloti molto lontano dal Peloponneso. Sparta ricorse spesso all’armamento degli iloti come opliti in cambio dell’affrancamento, per ovviare alla propria carenza di uomini (a Brasida non sarebbe mai stato permesso un ‘colpo di mano’ così audace con gli Spartiati); allontanare gli iloti, soprattutto con l’occupazione ateniese di Pilo, avrebbe evitato una nuova pericolosa rivolta messenica. C’è una notizia terribile in Tucidide, un po’ sospetta: gli Spartani avevano una volta selezionato 2.000 iloti promettendo di affrancarli in cambio del loro servizio: essi vennero tutti fatti sparire (uccisi probabilmente a sangue freddo). Sparta non amava gli iloti.

L’azione di Brasida ebbe successo e determinò la defezione della colonia tracia di Anfipoli dall’alleanza ateniese. Brasida però rimase ucciso in combattimento e a Sparta ‘le colombe’ (il re Pleistoanatte, ritornato in città dopo vent’anni di esilio) stipularono una pace. La pace di Nicia (421) si fondava sul principio del ritorno allo status quo precedente allo scoppio del conflitto. Alcune clausole non vennero rispettate (Anfipoli), ma gli Spartiati catturati poterono tornare a Sparta e per qualche tempo furono limitati nei loro diritti di cittadini. Gli alleati di Sparta detestarono la pace di Nicia: i Corinzi, che avevano insistito per far entrare Sparta in guerra, non erano per niente soddisfatti; non ottenuto alcun vantaggio dalla guerra: gli Spartani avevano concluso la pace per difendere i loro interessi e “asservire il Peloponneso”. Nel mentre la tregua trentennale con Argo era terminata ed essa fu subito fautrice di movimenti anti-spartani. Per iniziativa di Atene (e Alcibiade) si formò presto un’ intesa tra Argo, Mantinea ed Elide con chiari intenti anti-spartani (i Corinzi non parteciparono), subito affrontato dal re (euripontide, figlio Archidamo II) Agide II, che vinse la coalizione nella battaglia di Mantinea riconfermando in questo modo la superiorità spartana sul campo di battaglia. La guerra riprese qualche anno dopo. Alcibiade, uno degli strateghi della spedizione ateniese in Sicilia (415) fu costretto all’esilio per una macchinazione politica ai suoi danni e si recò a Sparta. Qui diede una serie di buoni consigli agli Spartani, tra cui quello di intervenire in aiuto dell’assediata Siracusa; essi mandarono quindi Gilippo in Sicilia ad aiutare Siracusa ed egli contribuì alla rovinosa sconfitta ateniese. Nel 413 gli Spartani tornarono ad invadere l’Attica, ma, sempre su suggerimento di Alcibiade, costruirono una fortificazione a Decelea: ora le invasioni non erano più solo periodiche (e inefficaci) ed Atene fino alla fine della guerra perse il controllo su una parte del proprio territorio. Dopo la spedizione in Sicilia, Atene era debole e aveva perso molti importanti alleati; sebbene la disgregazione dell’impero sembrasse imminente, la vittoria totale richiedeva una flotta per competere con quella Ateniese e soprattutto le risorse economiche per allestirla e pagarne gli equipaggi. In parte essa derivò dagli sforzi dei Peloponnesiaci, ma era assolutamente necessario richiedere l’aiuto della potente e ricca Persia. Questa alleanza non solo tradiva il glorioso passato delle guerre persiane, ma anche l’obiettivo stesso della guerra, ovvero garantire la libertà delle poleis greche (da Atene). Tra il 412 e il 411 essi stipularono infatti un trattato con Tissaferne, che riconosceva la legittimità delle rivendicazioni del re persiano su tutti i territori che un tempo erano appartenuti all’impero persiano: le poleis greche d’Asia minore. Gli Spartani avevano bisogno di una nuova struttura di comando militare adatta ad operare nel nuovo scenario di guerra: in questo periodo compaiono gli armosti, governatori militari che operavano fuori dalla Laconia (tipo Brasida) al comando di contingenti di diversa provenienza (mercenari, iloti affrancati, perieci) in cui risultavano assenti i preziosi Spartiati. Nello stesso momento la magistratura del comandante della flotta, il navarca, prima marginale, assunse un potere sempre più forte (Aristotele, “Politica”, quasi un’altra regalità). Una serie di fattori impedivano a Sparta di assestare il colpo di grazia alla propria rivale (errori strategici, Tissaferne che versava le somme pattuite per la paga degli equipaggi in ritardo, la straordinaria capacità di ripresa ateniese) ed essa subì una serie di sconfitte, tra cui quella di Cizico nel 410, in cui perse anche buona parte della flotta.

La svolta definitiva ebbe luogo con la nomina di Lisandro per la navarchia nel 407-406. Alcune fonti indicano che egli fosse un mothax, una categoria incerta (forse i figli di Spartiati impoveriti e privati dei diritti che avevano ottenuto la cittadinanza perché sostenuti economicamente da famiglie ricche che li avevano cresciuti insieme ai propri figli). Lisandro strinse un rapporto di fiducia con Ciro il giovane (figlio secondogenito di Dario II) che era stato inviato in Asia Minore e da lui ricevette il denaro necessario per ricostruire la flotta. Dopo la sconfitta ateniese a Nozio, Lisandro dovette cedere il comando a Callicratida. La storiografia utilizzò questi due personaggi per interpretare i valori contrastanti che agitavano Sparta: Callicratida è uno Spartiata tradizionale che rispetta l’autonomia degli alleati e si rifiuta di adulare Ciro (il nemico Persiano!); senza la cooperazione di Ciro, Callicratida morì nella battaglia delle Arginuse (406). Lisandro al contrario è un innovatore astuto e ambizioso, interprete di una visione politica imperialista. Il suo fidato amico Ciro impose a Sparta di richiamarlo al comando; ciò non era possibile perché la carica di navarco non era iterabile; venne trovato però un cavillo: egli divenne il segretario del nuovo navarco, ma di fatto esercitò pienamente il comando. Gli Ateniesi vennero sconfitti definitivamente ad Egospotami (405) nell’Ellesponto: privata della flotta e della possibilità di ricevere rifornimenti, Atene venne posta sotto assedio capitolando l’anno successivo. Atene dovette abbattere le mura ed entrare a far parte dell’alleanza spartana.

Sparta sostituì Atene come principale potenza imperialistica del mondo greco: ai membri della disciolta lega ateniese fu richiesto un tributo e per di più dovettero subire l’imposizione di governi oligarchici di dieci membri (decarchie; Atene, coi “trenta tiranni” fu un’eccezione). Lisandro fu celebrato con straordinari onori: egli fu celebrato, ancorché vivente, con un culto divino (a Samo, fedelissima di Atene fino all’ultimo, gli vennero dedicate le feste tradizionali in onore di Era). La tradizione spartana era ormai pienamente abbandonata (a Brasida erano stati tributati onori eroici a Anfipoli, ma egli era già passato a miglior vita!). Non sorprende quindi che le fonti gli attribuirono l’intenzione, mai realizzata concretamente di sostituire la regalità di Agiadi e Euripontidi con una regalità elettiva, a cui evidentemente aspirava. Come nel caso di Pausania (reggente), questo eccessivo potere attirò contro di lui un’ostilità feroce: gli efori smantellarono il sistema di comando costruito da Lisando, sopprimendo le decarchie e restituendo alle città sottoposte al dominio spartano dei governi costituzionali. Ad Atene gli esuli democratici tentarono subito di ripristinare la democrazia; Lisandro si adoperò per impedirlo, ma gli fu tolto il comando. Il re Pausania II, invidioso, finse di combattere contro i democratici che dal Pireo stavano tentando di rientrare in città, ma in realtà si adoperò per una riconciliazione che nel 403 restituì ad Atene un governo democratico. La guerra del Peloponneso fu alimentare da un feroce scontro ideologico tra regimi oligarchici e democratici; per ironia della sorte gli Spartani, un anno dopo la fine della guerra, concessero il ripristino della democrazia ad Atene. Gli Ateniesi che contribuirono maggiormente al mito di Sparta fecero una brutta fine: Crizia morì nel tentativo di impedire il ritorno dei democratici, mentre Senofonte abbandonò Atene per unirsi ai mercenari che Ciro il Grande stava reclutando per prendersi il trono persiano (contro il fratello Artaserse II): Sparta aveva un grosso debito da saldare nei confronti di Ciro.

5 La struttura economica

Con la fine della guerra del Peloponneso le ingenti ricchezze che giunsero a Sparta provocarono un vero e proprio shock: in una società non abituata a gestire tali somme di denaro, esse corrosero l’ordine sociale spartano (Lisandro rientrò in città consegnando ben 470 talenti). Gilippo, l’eroe spartano della Sicilia, fu accusato di essersi impossessato in modo fraudolento di una grande quantità di monete ateniesi provenienti dal bottino e fu esiliato. Questo esilio aprì un dibattito sull’uso della moneta a Sparta: alcuni desideravano sbarazzarsi immediatamente di tutto l’oro e l’argento presenti in città, altri (amici di Lisandro) volevano che esso restasse a Sparta. Si giunse ad un compromesso: era permissibile l’entrata in città delle monete straniere a esclusivo uso pubblico; il possesso a fini privati invece era invece punibile con la morte. La struttura economica cittadina e l’ideologia che la sostenevano erano in pericolo. Lo sviluppo economico del mondo egeo, a opera del dinamismo imperiale ateniese, aveva subito nel corso del V secolo una fortissima accelerazione. Gli Spartani, presi dalle loro lotte interne (contro lo strapotere di Lisandro) non avevano né gli strumenti né la mentalità per adattarsi a tale mondo (politica “mai fuori dal Peloponneso”). La loro struttura economica appariva lenta e arcaica.

5.1 Proprietà fondiaria ed eredità.

L’economia di Sparta era perlopiù agraria. Gli Spartani non coltivavano direttamente la terra, ma erano proprietari fondiari: per essere cittadini bisognava necessariamente possedere dei terreni da cui ricavare i prodotti agricoli per i pasti in comune. Per via dell’espansione di età arcaica c’erano molte terre arabili disponibili per i cittadini. Il territorio arabile era molto esteso: 50.000 ettari in Laconia e 75.000 ettari in Messenia; i maschi adulti non superarono mai le 10.000 unità e pertanto, in occasione del picco demografico della polis, ciascun Spartiata poteva contare mediamente su 13 ettari (anche di più poi quando la popolazione cittadina diminuì). Non è un valore elevatissimo, ma è comunque un’estensione superiore alla media della proprietà fondiaria nella Grecia di età classica; la ricchezza degli Spartiati era percepita come maggiore dagli altri Greci. Bisogna però comprendere in che misura la terra fosse divisa più o meno equamente fra i cittadini. Alcuni decenni fa si pensava che il sistema, nella forma che aveva assunto al termine delle guerre di conquista, fosse basato sul principio dell’uguaglianza e indivisibilità dei lotti di terra (kleroi). Le fonti a sostegno di questa teoria sono tarde: Licurgo e Poliodoro (dopo la conquista della Messenia) operarono una divisione della terra arabile in 9.000 lotti di uguali dimensioni distribuiti fra tutti i cittadini. Plutarco riferisce informazione contrastanti: prima sostiene che ciascuno Spartiata riceveva alla nascita uno dei 9.000 lotti di terra, come se egli nel corso della vita ne fosse solo un tenutario; poi però l’autore afferma che alla sua morte il lotto passasse al figlio, come se fosse una proprietà privata. Gli storici moderni ipotizzarono quindi un sistema che prevedesse un alto controllo da parte della polis: essa avrebbe consentito questo passaggio di padre in figlio (maggiore), ma avrebbe poi assegnato ai figli cadetti i lotti eventualmente rimasti liberi. La disparità di ricchezza tra gli Spartiati attestata nelle fonti di età classica veniva spiegata ammettendo che esistesse un’ampia porzione di territorio arabile non compresa nella redistribuzione e quindi non divisa equamente. Si riteneva poi che, all’inizio del IV secolo un’apposita legge (rhetra Epitadeo, Plutarco) avesse posto fine all’uguaglianza delle proprietà fondiarie, consentendo agli Spartiati di alienare i propri lotti attraverso il dono o il lascito testamentario; tale legge avrebbe causato un rapido collasso dell’intero sistema (Aristotele notava a questo proposito che “la terra è finita nelle mani di poche persone). Questa ricostruzione ha diversi problemi: un’acritica accettazione del mito dell’uguaglianza spartana, una valorizzazione eccessiva della primogenitura (non valorizzata in genere nei sistemi greci di devoluzione dei beni) e una fiducia eccessiva nelle fonti tarde (spesso accostate in modo arbitrario).

Oggi si ritiene che quell’eguaglianza fondiaria sia un’invenzione di età ellenistica creata al tempo di Agide IV e Cleomene III per legittimare la redistribuzione delle terre (il secondo vi riuscì per un breve tempo) agganciandosi ad una politica originale di Licurgo (poi divenne un dato acquisito per Polibio e Plutarco). Il carattere dell’eguaglianza fondiaria è un mito, ma una distribuzione di età arcaica della terra deve esserci stata, magari di nuova conquista; è possibile che essa fosse stata distribuita, un po’ come le fondazioni coloniali, più o meno equamente, anche solo ai cittadini più poveri (per sostenerli come opliti a tempo pieno). In età classica infatti la proprietà fondiaria non solo non era assolutamente distribuita equamente, ma l’intero sistema era basato sul principio della divisibilità ereditaria dei beni. Si può ipotizzare che questa forte diseguaglianza fosse rimasta entro limiti contenuti nel corso delle prime generazioni successive alla distribuzione, ma che fosse poi cresciuta col tempo producendo ampie disparità di ricchezza. L’eredità paterna non era limitata ai figli maschi. Lo strumento della dote infatti, in un’economia agraria, non poteva che consistere in terre, perciò anche le figlie ricevevano una parte dell’eredità. Se poi erano assenti figli maschi, la figlia che ereditava era detta patrouchos (che detiene i beni paterni) e sul suo matrimonio, come nel resto della Grecia, gravavano delle limitazioni: da esso sarebbe dipesa la trasmissione dei beni fondiari. Erodoto sostiene che spettava ai re indicare a chi dovesse andare in sposa (se il padre non l’aveva già fatto) e nella maggior parte il marito veniva selezionato nell’ambito dei suoi parenti per non disperdere il patrimonio. Aristotele sostiene che a causa delle grandi doti e delle figlie ereditiere i 2/5 delle terre fossero in mano alle donne. A Sparta il costume della poliandria adelfica (stessa moglie per più fratelli) era permesso: a Sparta era possibile ricorrere a questo costume nei casi in cui un padre non aveva sufficiente terra da dividere tra i figli; sposando una stessa donna si manteneva così indivisa la proprietà fondiaria, evitando frizioni fra fratelli e frammentazioni.

Non bisogna sostituire il mito di una Sparta egualitaria con una nuova rappresentazione idealizzante, un sistema fondiario dai tratti liberisti, quasi del tutto sottratto al controllo delle autorità cittadine. Nel corso del VI secolo a Sparta era stata promossa una cultura dell’austerità fondata sul fatto che anche i più ricchi si dovevano adeguare allo stile di vita della maggioranza; ci devono quindi essere stati dei meccanismi che limitassero un’eccessiva diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza terriera. Questo era assolutamente necessario per mantenere una classe di opliti a tempo pieno: la frammentazione fondiaria nel tempo avrebbe determinato l’impoverimento e la conseguente perdita della cittadinanza per le famiglie più povere. Nella cultura economica greca la vendita di beni fondiari era malvista: essa privava un cittadino dell’ unica forma di ricchezza valorizzata socialmente (poi questo sarà certamente successo in qualche caso). Per Sparta, in una fonte (Aristotele, epitome “Costituzione degli Spartani”) si parla dell’inalienabilità di una “parte antica” o di una “parte disposta da principio”; si parla sempre di terra: essa non poteva essere alienata perché da ciò dipendeva la garanzia dello status di cittadino. A Sparta tale garanzia era costituita dall’avere un appezzamento di terra che consentisse a ciascuno di versare la quota di partecipazione ai pasti in comune. Non è un riferimento a una distribuzione della terra avvenuta in imprecisati tempi antichi, ma potrebbe essere la terra posseduta da principio (dalla nascita). Possiamo forse rivalutare la notizia di Plutarco: non si tratterebbe più di immaginare che la polis assegnava alla nascita uno dei 9.000 lotti eguali, ma che a ciascun figlio legittimo veniva riconosciuto (all’età adulta) il diritto di ereditare quella parte dei beni paterni che gli era stata assegnata da principio a garanzia della propria cittadinanza e che non poteva essere alienata.

Questa garanzia non impedì però l’impoverimento di una parte della popolazione spartiata, che per questo motivo fu esclusa dai pieni diritti civici. Il divieto di vendita della terra potrebbe essere caduto in disuso col tempo, ma anche il ruolo della rhetra di Epitadeo nel rimuovere gli impedimenti nell’acquisizione delle proprietà fondiarie non può essere escluso. La figura di Epitadeo potrebbe essere fittizia: in una storiella l’eforo Epitadeo promosse questa legge (Plutarco) perché, entrato in contrasto col figlio, voleva escluderlo dalla successione, consentendo a gruppi estranei al suo gruppo famigliare di ereditare la sua proprietà. Inventarsi da zero un eforo nel IV secolo è difficile: forse questo aneddoto rivela dei cambiamenti nei meccanismi di successione ereditaria (la garanzia del figlio di ereditare dal padre la quantità minima di risorse necessarie per essere cittadino venne meno).

5.2 La servitù ilotica.

A lavorare la terra degli Spartiati erano gli iloti. In Grecia c’era una distinzione tra schiavi-merce, cioè acquistati sul mercato (chattel slaves) e le servitù rurali, costituite da popolazioni assoggettate nel corso di guerre di conquista; quest’ultime continuavano a coltivare quella che un tempo era la propria terra a vantaggio dei propri padroni. A questo secondo gruppo appartengono gli iloti. C’era un forte legame fra gli iloti e la terra che coltivavano: essi per esempio non potevano essere venduti al di fuori del territorio cittadino; pertanto si può utilizzare il termine di servitù ilotica (alcuni, per le degradazioni che subivano sostengono che si possa parlare, a ragione, di schiavitù). Gli antichi avevano diverse teorie sull’origine dell’ilotismo (abitanti di Helos; gli Spartani che non avevano preso parte alla conquista della Messenia); i moderni, con Teopompo, ipotizzavano che gli iloti fossero i discendenti degli originari abitanti della Laconia, sottomessi in seguito all’invasione dorica della regione e dei Messeni asserviti dopo la conquista della Messenia. Il dato dell’invasione dorica non è più opportuno, ma questa interpretazione rimase verosimile per qualche tempo: la categoria degli iloti nacque in seguito alle guerre di conquista dell’età arcaica, quando le popolazioni vinte della Laconia e della Messenia furono poste in una condizione di servitù rispetto agli Spartani. Un’ipotesi recente ha perso messo in discussione questa tesi: era improbabile che agli abitanti dei territori conquistati fosse concesso di continuare a vivere in massa sulle proprie terre perché sarebbe rimasta inalterata la loro solidarietà di gruppo e di conseguenza la loro capacità di rivolta; in Grecia i prigionieri catturati in guerra venivano generalmente venduti. Con un diverso quadro interpretativo l’ilotismo sarebbe il frutto dell’omogeneizzazione di una pluralità di soggetti servili (schiavi-merce, schiavi per debiti, contadini impoveriti ridotti in una condizione di dipendenza come nell’Atene prima di Solone) conclusasi verso la tarda età arcaica. A questo quadro si possono naturalmente aggiungere coloro che furono asserviti a causa della conquista militare della Messenia. La tesi tradizionale assumeva che l’ilotismo costituisse un elemento primordiale della società spartana (VIII secolo), ma questo non è compatibile con i profondi cambiamenti avvenuti nel corso dell’età arcaica e nel VI secolo; questa categoria, come molte altre, subì delle trasformazioni

La questione della natura pubblica o privata della servitù ilotica è un elemento importante da considerare. Essa è correlata al regime di proprietà della terra: fino quando si è pensato a un controllo pubblico sull’allocazione dei lotti, è parso naturale assumere un carattere collettivo dell’ilotismo; quando il paradigma entrò in crisi emerse con favore l’idea di un possesso privato degli iloti. Questa seconda ipotesi sembra prevalere: Eforo accennò alla norma che impediva agli Spartani di affrancarli o venderli al di fuori dei confini del territorio cittadino. Il fatto che talvolta gli iloti venissero arruolati e affrancati collettivamente non mette in discussione questo regime privato di proprietà: anche in altre poleis dove era possibile la schiavitù-merce, era possibile, per necessità militare, affrancare pubblicamente schiavi appartenenti a dei privati (vedi Trasibulo e il ripristino della democrazia). Sebbene fossero posseduti privatamente, gli iloti tendevano a essere percepiti nella loro dimensione collettiva: un po’ come per gli Spartiati che, diseguali nelle ricchezze, si auto-rappresentavano come eguali. La valorizzazione di un ethos egualitario a Sparta si manifestò soltanto nel VI secolo; è possibile che anche la creazione dell’ilotismo come forma predominante di dipendenza servile (condizioni uguali per tutti) fosse l’esito di un processo di lunga durata terminato nel VI secolo.

Per quanto concerne la quantità di prodotto della terra che gli iloti dovevano versare agli Spartiati, esistono più interpretazioni. Plutarco fece riferimento a un canone fisso forfettario (che i padroni non potevano aumentare), consistente in una misura predeterminata di farina di orzo e di liquidi. Ciò però è possibile solo in presenza di lotti di eguale estensione; questa determinazione fece forse parta del programma di riforma fondiaria di età ellenistica: ogni Spartiata avrebbe ricevuto un’eguale porzione di terra e da essa avrebbe ricavato (con il lavoro degli iloti) un eguale reddito. La disparità del possesso fondiario rende più probabile che la quota di prodotto versato dagli iloti fosse una percentuale del prodotto totale. Ciò si osserva in alcuni versi di Tirteo: “Come asini schiacciati da pesante soma”, versavano ai padroni “la metà di quanti frutti la terra produce”. I Messeni sconfitti nella prima guerra messenica non vengono chiamati Iloti (la categoria non esisteva ancora!); è probabile però che questo ‘contratto’ si fosse preservato nell’età classica.

Nel quadro del possesso privato degli iloti, che non ne escludeva la vendita all’interno del territorio spartano, ci si è chiesti se essi rimanevano fissi su un determinato lotto di terra o se potevano invece essere dislocati. Gli iloti erano una popolazione che si autoriproduceva. Essi non potevano essere venduti al di fuori del territorio spartano o essere affrancati privatamente (solo la polis poteva farlo, soprattutto per necessità militari) perché gli Spartani si preoccupavano che il loro numero rimanesse sempre stabile. Questo implica che gli Spartani favorissero la costituzione di legami familiari; tali legami sarebbero stati ostacolati in assenza di qualche forma stabile di residenza: gli iloti quindi rimanevano sulla stessa terra o venivano dislocati in modo limitato. Quando subentrava un nuovo proprietario per effetto della divisione ereditaria o della vendita di un lotto di terra, gli iloti rimanevano attaccati alla terra che coltivavano e non al proprietario. Per le specifiche forme di residenza possediamo solo dati archeologici. In Messenia (Pilo) essi suggeriscono la presenza di piccoli villaggi di iloti, mentre in Laconia osserviamo fattorie isolate. In Laconia gli Spartiati erano in grado di gestire le proprie terre in prima persona e potevano controllare il lavoro degli iloti anche se questi vivevano in piccole fattorie; la maggior lontananza della Messenia e la propensione degli Iloti a sottrarsi al controllo spartano aveva fatto preferire agli Spartani un modello diverso (villaggi) nel quale sarebbe stato più semplice supervisionarli in modo efficace. Gli Spartani affidavano a persone di fiducia la gestione del lavoro servile (un’ élite selezionata fra gli stessi iloti?), ma non ne sappiamo molto; Esichio utilizza il termine mnoionomoi, altrimenti ignoto, per questi presunti ispettori.

I padroni esercitavano comportamenti di derisione, disprezzo e violenza (anche estrema), nei confronti degli iloti. Pare che alcuni di loro fossero forzati a bere molto vino per poi essere condotti, ubriachi, all’interno di banchetti comuni dove cantavano e si esibivano in danze grottesche; questa consuetudine aveva lo scopo di deriderli e di insegnare ai giovani ad astenersi da questi comportamenti. Grazie alla testimonianza di Mirone di Priene abbiamo un elenco più completo delle umiliazioni che segnavano la loro inferiorità: essi indossavano rozzi abiti di pelle e un berretto di pelo (kyne) che li assimilava simbolicamente a degli animali; ricevevano ogni anno (forse in occasione della dichiarazione di guerra agli iloti che gli efori proclamavano entrando in carica) un certo numero di frustate per ricordargli ritualmente il loro status servile; i più forti fisicamente di loro venivano messi a morte e i padroni che non l’avevano impedito ricevevano una punizione (la dualità Spartiati forti, iloti deboli e quindi inferiori veniva meno; l’ilota assomigliava ad uno Spartiata). L’uccisione degli iloti più forti era prevista anche da un’altra celebre istituzione spartana (krypteia); forse quest’ultima pratica aveva lo scopo di riaffermare periodicamente la distanza che separava gli Spartiati dai loro servi. Anche sul campo di battaglia c’era questa netta differenza: i cittadini combattevano nella falange; gli iloti o avevano ruoli logistici di supporto o combattevano armati alla leggera. Solo durante la guerra del Peloponneso gli iloti divennero opliti; una novità che destò grande preoccupazione, perché comportava un sovvertimento dell’ordine sociale: gli iloti valorosi di Brasida (Brasideioi) ottennero la libertà, ma vennero insediati ai margini del territorio spartano come guarnigione.

5.3 L’economia spartana tra ideologia e realtà

L’economia spartana agricola fondata sul lavoro degli iloti per i loro padroni fece nascere un’ideologia economica secondo la quale i veri cittadini erano “quanti si erano liberati dai lavori manuali e “quanti si occupavano di guerra”. Per Erodoto questo disprezzo ideologico per i lavori manuali era comune in tutta la Grecia, ma tra gli Spartani esso assunse un carattere pubblico: gli Spartani non disprezzavano solo informalmente i lavori manuali, ma introdussero (VI e V secolo) una norma che vietava ai cittadini di praticare attività artigianali. Sulla storicità di questi divieti economica bisogna fare molta attenzione: l’elemento idealizzante è infatti fortissimo. Gli storici moderni credono che sia irragionevole che fosse stato davvero introdotto un divieto per ogni attività volta al guadagno; normali transizioni di beni tese a ricavare profitti dovevano essere presenti, pure nelle forme di un’economia dai caratteri ‘arcaici’. Senofonte (“Costituzione degli Spartani”) e Plutarco considerano questo divieto l’ovvia conseguenza del carattere puro spartano che, austero e fiero, non aveva bisogno di beni di lusso, tanto che i mercanti e gli artigiani avevano abbandonato la polis; a Sparta l’unica moneta in circolazione era una scomoda moneta di ferro, pesante e di nessuna utilità al di fuori della Laconia. Le transizioni vennero mascherate dall’ideologia impostasi nel VI secolo: l’ethos egualitario, soprattutto nello stile di vita spartano, permetteva l’uso comune di alcuni beni privati (per la caccia era possibile prendere in prestito servi, cavalli e cani da caccia; da restituire dopo l’uso). Gli Spartiati più ricchi, possessori di grandi proprietà fondiarie e di greggi, ne ricavavano un prodotto molto superiore alle loro necessità: di certo questo surplus (lana, carne, cereali) veniva immesso sul mercato tramite dei venditori al dettaglio. Le transizioni avvenivano nell’agora di Sparta: essa era ben frequentata (4.000 individui)) ed era un mercato di riferimento non solo per i cittadini, ma per l’intera regione; c’erano di sicuro botteghe di fabbri che vendevano armi. Solo gli Spartiati al di sotto dei trent’anni erano esclusi dall’attività di compravendita; per quelli più grandi essa era disonorevole solo se avveniva con continuità. Gli Spartiati quindi non erano al 100% esclusi dalla sfera economica; la loro attività veniva solo regolata in base al sistema delle età. Gli Spartiati potevano anche stringere contratti; gli efori giudicavano le controversie che sarebbero eventualmente emerse.

Prima dell’età ellenistica gli Spartani non coniarono monete di metallo pregiato. Un dato non inusuale: Sparta non fu l’unica a non farlo; anche altre poleis, quando necessario, ricorsero a monete di altre città che godevano di fiducia e di larga diffusione (nel Peloponneso: moneta d’argento di Egina). Nella metà del VI secolo, quando nella Grecia continentale si diffuse la moneta, a Sparta prevalse l’austerità: l’economia agraria più grande del Peloponneso se ne tenne fuori. La polis di VIII secolo era pienamente inserita nelle relazioni commerciali del Mediterraneo; ora, avendo perso uno strumento così dinamico per le relazioni economiche, l’economia di Sparta del tardo arcaismo divenne chiusa e autoreferenziale. Le monete di ferro erano considerate la tradizionale moneta spartana: priva di ogni pregio o utilità, per trasportarne una cifra modesta, sembra che fosse necessario addirittura l’utilizzo di un carro (una singola moneta pesava 630 grammi); si diceva che il ferro, mentre era ancora incandescente, venisse bagnato nell’aceto per renderlo inutilizzabile per altri usi. Una moneta inutile: essa era priva di valore intrinseco ed era quasi impossibile da trasportare: una moneta pensata per non essere utilizzata insomma. Non è l’unica moneta di ferro nel mondo greco (vedi quella di Bisanzio), ma bisogna analizzarla con precisione: la scelta del ferro si potrebbe tranquillamente spiegare dall’ampia disponibilità di questo metallo in Laconia; le monete, soprattutto se addolcite, si deterioravano facilmente e pertanto non ne possediamo alcun esemplare. Forse la moneta prendeva il nome di pelanor e aveva la forma di focaccia. Per questo motivo è meglio concentrarsi sulle tradizioni costruitesi attorno alla moneta: Senofonte e Plutarco attribuiscono la sua introduzione a Licurgo, che avrebbe invece bandito dalla città l’oro e l’argento. Si tratta ovviamente di una invenzione successiva: la proibizione di possedere metalli preziosi fu invenzione di quanti, alla fine della guerra del Peloponneso (404), cercarono di impedire (contro Lisandro), l’introduzione in città di monete straniere; essi difesero la propria posizione asserendo che Licurgo le avesse proibite. Chi doveva opporsi al possesso di monete d’oro e d’argento doveva però contrapporre una tradizionale moneta spartana: non sappiamo se essa fosse stata inventata sul momento o se, più probabilmente, gli avversari di Lisandro valorizzarono un preesistente strumento di scambio in ferro che aveva avuto qualche tipo di diffusione a Sparta (in contesti particolari?). A partire dall’età tardo-arcaica l’economia spartana si chiuse sempre di più. Per gli scambi interni si ricorse a lungo al baratto, in forma marginale alle monete straniere e in parte (forse) a uno strumento di scambio in ferro. Lo shock del 404 determinò l’introduzione di uno specifico divieto passeggero di possedere privatamente monete preziose; esso col tempo cadde in disuso. Per le relazioni con il mondo esterno (relazioni diplomatiche e militari) Sparta si dotò di un tesoro pubblico che disponeva di oro e di argento. Un’ epigrafe risalente alla guerra del Peloponneso presenta una serie di contribuzioni volontarie per il fondo di guerra spartano: vi sono contribuzioni di città, di gruppi di esuli o di singoli; in alcuni casi in argento non coniato, ma più spesso in moneta (‘stateri’ di Egina d’argento e “darici’ persiani). Nel complesso le donazioni sono modeste, in linea con il giudizio di Aristotele, secondo il quale Sparta era una polis nelle cui casse pubbliche non vi era mai denaro.

5.4 Gli usi privati della ricchezza

Le lunghe guerre condotte da Sparta comportarono la necessità di imporre un tributo agli Spartiati; un sistema di riscossione inefficiente secondo Aristotele. Questa scarsa propensione a versare denaro per la propria polis è evidente anche per l’assenza di un’istituzione assimilabile alle ‘liturgie’: il metodo principale tramite il quale la polis imponeva ai cittadini più ricchi di assumere sulle proprie spalle degli oneri finanziari. I ricchi proprietari fondiari spartani non formarono mai una ‘classe liturgica’ chiamata a sostenere le spese più importanti della polis. La povertà pubblica permetteva la presenza di ricchezze private anche molto consistenti. La ricchezza era di origine agraria e i ricchi proprietari fondiari poterono quindi acquisire le terre che i cittadini più poveri erano stati costretti ad alienare per necessità; ciò portò ad un’ulteriore crescita della disparità economica (società plutocratica). L’immagine idealizzata di Senofonte e di Plutarco per la quale la ricchezza era inutile (“non aveva modo di manifestarsi e rimaneva chiusa in casa e immobilizzata”) appaiono piuttosto ingenui. In teoria la ricchezza a Sparta veniva disprezzata e c’erano delle importanti limitazioni nell’esibizione della ricchezza in nome dell’egualitarismo licurgico; le limitazioni si manifestavano in aspetti rilevanti della vita sociale e rituale (vestiario, armi, matrimoni, funerali), ma essa riemergeva in diverse occasioni.

C’erano anche delle forme femminili di ostentazione del lusso: la proibizione di indossare ornamenti d’oro, riferita alle ragazze nell’età di transizione verso lo status matrimoniale ne è un esempio. La ricchezza poteva anche incidere sulla partecipazione ai canti corali; non c’era una figura analoga al corego ateniese che si assumeva tutte le spese e ciascuno doveva farlo coi propri mezzi. Nelle cerimonie festive infine si materializzavano chiaramente le differenze sociali e le differenti possibilità economiche: la processione da Sparta ad Amicle aveva luogo durante le Iacinzie, in occasione della quale le ragazze viaggiavano su carri riccamente adorni. Tesaurizzare o esibire la propria ricchezza in città era proibito, ma alcuni Spartiati particolarmente facoltosi potevano farlo al di fuori della polis. Già dal V secolo si è parlato di “tesaurizzazione rimossa”: l’uso di occultare parti delle proprie ricchezze (oro e argento) in depositi situati all’estero (Arcadia). Le proprie disponibilità economiche potevano essere esibite nei grandi santuari panellenici o anche nelle competizioni che avevano luogo in questi siti (soprattutto la corsa dei carri); da entrambi si ricavavano prestigio e potere: le vittorie a Olimpia erano diminuite in maniera drastica nei primi decenni del VI secolo, ma, tra il 450 e il 420 (per un ventennio gli Spartani furono esclusi dai giochi olimpici), proprio quando il divario economico tra ricchi e poveri si stava allargando, aumentarono di molto (gare ippiche). Pare che ci fossero anche delle competizioni equestri locali, ma esse erano di sicuro meno prestigiose delle vittorie ottenute nei principali agoni panellenici. Per i ricchi Spartiati il luoghi in cui celebrarsi (competizioni, battaglie) ed esibire le proprie ricchezze erano i santuari panellenici (con sfarzosi monumenti o statue; vedi il monumento dei navarchi di Lisandro con ben quaranta statue in bronzo); essi non erano più vincolati al contenimento delle spese suntuarie. Senofonte indicò tra le cause della crisi della polis proprio coloro che, per sottrarsi all’austerità e al duro modo di vivere spartano, preferivano avere comandi all’estero.

6. L’ordine della vita collettiva

La “Spartan way of life” agli occhi degli altri Greci si racchiudeva in alcune pratiche sociali che, nella maggior parte dei casi, furono l’esito di trasformazioni sociali della polis nell’età tardo-arcaica. L’austerità di queste pratiche era proverbiale tanto nell’antichità quanto ai giorni nostri. L’immagine di una polis ‘totalitaria’, che perseguiva politiche eugenetiche (anziani che giudicavano se i neonati fossero sani), attribuendosi un’ autorità pervasiva su ogni aspetto della vita del cittadino, dalla nascita alla morte. La critica ha negato l’eccezionalità di Sparta e ha normalizzato molti aspetti della sua società, ritenendola solo parzialmente diversa rispetto alle altre poleis greche. Tra questi interventi ha negato l’immagine ‘totalitaria’ della polis riconoscendo il ruolo della famiglia e del privato all’interno della comunità. Bisogna però non cedere a facili entusiasmi e analizzare ogni pratica di volta in volta, senza dubitarne la storicità a priori. Non mancano, nelle sue pratiche sociali e nelle sue interpretazioni dei costumi e dei riti degli aspetti di originalità che la facevano apparire ‘diversa’. Su queste pratiche e costumi costruì la propria idea di cittadinanza.

6.1 Sistema delle età ed educazione collettiva.

L’educazione spartana era diversa da quella delle altre poleis ed era obbligatoria per quasi tutti i cittadini; gli unici esentati erano gli eredi al trono: essi erano destinati a comandare e pertanto non partecipavano a una pratica sociale che aveva la funzione di abituare i ragazzi all’ubbidienza e al conformismo. Il termine con cui è nota questa pratica è agoge, sebbene esso risulti utilizzato in questo senso solo a partire dall’età ellenistica; più che riferirsi all’educazione nel suo complesso, l’agoge era la disciplina che la società spartana richiedeva ai suoi giovani. L’agoge costituiva un forte elemento identitario per Sparta e sopravvisse per secoli; è inevitabile che esso subì dei cambiamenti e non è facile valutare l’affidabilità delle fonti tarde. Plutarco assistette in prima persona ad alcuni riti che avevano ancora luogo alla sua epoca; non sappiamo però se la sua ricostruzione possa essere valida anche per l’età classica: diverse convergenze tra le descrizioni di Plutarco (fonte principale: Aristotele) e Senofonte ci rendono più ottimisti. Il processo educativo si basava sul sistema di classi di età. A Sparta assistiamo a una strutturazione del corso biologico dell’esistenza rigidamente determinata, che assegnava al criterio dell’età (classi d’età; organizzazione dell’intera comunità per fasce generazionali) un ruolo di primo piano in tutte le sfere dell’azione sociale. Nelle altre poleis la funzione dei gruppi di età era in genere limitata ai riti e ai culti che presiedevano il passaggio dell’adolescenza all’età adulta. Sulle origini di questo fenomeno si è in dubbio: forse gli Spartani rifunzionalizzarono dei riti preesistenti e intorno ad essi costruirono una complessa organizzazione delle età. Forse ciò avvenne in corrispondenza della profonda ristrutturazione del santuario di Artemide Orthia all’inizio del VI secolo: questo per il legame esistente tra le classi di età giovanili e il culto della dea. Sia l’organizzazione delle età sia il sistema educativo di età classica non rappresentano quindi il residuo di un mondo arcaico o primitivo, ma un processo intenzionale di istituzionalizzazione. Ciascun individuo veniva inserito all’interno della classe d’età che comprendeva tutti coloro che fossero nati in uno stesso anno; queste classi poi scorrevano di anno in anno attraverso un sistema di gradi di età. Le fonti tarde forniscono il nome dei singoli gradi di età annuali (14-20 anni) ed è probabile che questi nomi risalissero già all’età classica. Quelli che compivano vent’anni venivano chiamati eirenes: per ogni Spartiata esso era un momento significativo perché segnava il passaggio all**’età adulta**, l’assunzione del ruolo di cittadino e l’entrata a pieno titolo nell’esercito (le classi d’età da questo momento diventavano classi di leva). Un’altra età significativa di cesura era quella dei trent’anni, quando aveva termine l’educazione collettiva. Né Senofonte né Plutarco si soffermano sui singoli gradi di età annuali, ma li accorpano all’interno di categorie più ampie: Senofonte distingue tre fasce d’età e associa ciascuna di esse specifici comportamenti: le prime due fasce erano costituite da ragazzi (paides e poi paidiskoi), mentre la terza includeva i giovani tra i venti e i trent’anni (hebontes). All’educazione si accedeva a partire dai sette anni: i bambini non venivano sottratti alla famiglia; alla socialità dell’ambiente familiare se ne aggiungeva una seconda, particolarmente valorizzata dall’ideologia cittadina. Non sappiamo però quanto tempo si trascorresse in famiglia e quanto coi compagni d’età.

I ragazzi venivano divisi in gruppi (agelai, greggi; nome corrente a Sparta bouai) e su tutti sovrintendeva un magistrato specificamente addetto all’educazione, il paidonomos. Intorno ai dodici anni l’educazione diveniva più dura: i ragazzi si rasavano a zero i capelli, vivevano per tutto l’anno con un’unica veste e dormivano insieme ai coetanei su dei pagliericci; si dovevano accontentare su razioni ridotte di cibo, ma era concesso rubarlo, purché non si fosse scoperti, altrimenti si veniva puniti. Questa pratica contraddittoria aveva come scopo quello di mettere alla prova i ragazzi e far emergere le capacità dei migliori: l’educazione spartana generava conformismo, ma era anche un meccanismo di selezione della leadership. Nel santuario di Artemide Orthia il furto del cibo era al centro di un rituale importante. In età classica il rito si basava sulla sfida tra un gruppo di ragazzi intenti a rubare dei formaggi posti sull’altare della dea e un secondo gruppo di giovani uomini che, armato di fruste si adoperava per impedirlo. Non era una fustigazione rituale, perché i ragazzi cercavano di evitare di essere colpiti dalle fruste, ma una prova di sopportazione e abilità. I dati archeologici ci vengono in aiuto per ottenere altre informazioni. Nel santuario sono state trovate molte maschere di terracotta (VII e V) che rappresentavano figure grottesche (donne anziane, giovani uomini, adulti); probabilmente nel santuario avvenivano rappresentazioni drammatiche, connesse forse con i riti di passaggio d’età che ne facevano ampio uso. Sono state restituite anche delle steli con iscrizioni dedicatorie a Orthia; in quella di età classica, i vincitori delle competizioni tra adolescenti celebravano la loro vittoria e dedicavano alla dea un falcetto (i ragazzi spartani, non ancora opliti adulti la portavano con sé come arma; era collegata ai rituali di iniziazione). Ogni adulto esercitava un ruolo di sorveglianza rispetto al processo educativo dei ragazzi: esso aveva anche l’obiettivo di evitare usi impropri di tali armi nel corso delle numerose gare e lotte che accompagnavano questa formazione. A vent’anni il percorso iniziatico aveva termine: i giovani si facevano crescere i capelli, si ungevano d’olio il corpo e assumevano atteggiamenti spavaldi e competitivi che contrastavano con l’obbedienza e la riservatezza cui erano tenuti durante la prima fase dell’educazione. Oltre ad una competizione che prevedeva l’uso di una palla (sphaira, i giovani detti sphaireis), le rivalità continue dei ragazzi si manifestavano nella selezione dei trecento hippeis (“cavalieri”; opliti, élite dell’esercito, avevano il compito prestigioso di accompagnare i re in battaglia). La selezione era affidata dagli efori a tre uomini nel pieno del vigore fisico (hippagretai), ciascuno dei quali ne doveva scegliere cento ragazzi giustificando poi la propria scelta. Il gruppo degli esclusi provava risentimento per non essere stato scelto e spesso, sentendosi in costante competizione con i trecento prescelti, iniziava delle lotte: la selezione si rinnovava ogni anno e, fino ai trent’anni, gli esclusi potevano aspirare a essere ammessi tra gli hippeis; essi sfruttavano ogni occasione propizia per attaccare quelli che erano stati scelti al loro posto per sostituirli. Gli adulti avevano la facoltà di intervenire qualora lo scontro degenerasse; questa violenza controllata offriva uno sfogo all’irruenza giovanile mettendola al servizio della città.

C’è un importante dialettica tra i ragazzi non ancora ventenni e i giovani tra i venti e trent’anni. I secondi, sebbene fossero ancora sottoposti all’educazione collettiva, coadiuvavano il paidonomos nel vigilare sui ragazzi ed esercitavano una funzione educatrice che trovava espressioni nelle relazioni pederastiche. Per consuetudine il giovane uomo assumeva il ruolo di ‘amante (erastes, nome locale eispenelas, “colui che soffia dentro”) di un ragazzo ‘amato’ (eromenos). Nella concezione spartana l’amante trasmetteva all’amato, attraverso il proprio seme, le sue qualità di eccellenza fisica e militare. Non c’è ragione di dubitare che l’atto fosse realmente consumato: le fonti che descrivono la pederastia spartana come un’ammirazione che il ragazzo provava per il giovane adulto (Plutarco, Senofonte) negando che vi fosse un rapporto carnale, sono quelle che riflettono maggiormente l’idealizzazione di Sparta. Per questo motivo, pur essendo una pratica profondamente integrata nel sistema educativo, è improbabile che la pederastia coinvolgesse obbligatoriamente tutti i ragazzi. Queste relazioni potevano costituire un mezzo di ascesa sociale: non diversamente dalle relazioni matrimoniali, esse potevano essere di mera convenienza.

La krypteia è una pratica sociale così efferata che perfino la tradizione antica aveva difficoltà a attribuirla a Licurgo. Per molto tempo essa fu considerata un rito di iniziazione: per divenire un membro a pieno titolo della comunità il ragazzo spartano doveva uccidere un ilota. Le fonti non sono univoche: con questo nome è riportato anche un particolare esercizio di resistenza al dolore e alla fatica, che richiedeva ai giovani di vivere per un certo periodo nascosti lontano dalle città (Platone; il termine significa “nascosto”); c’era anche un ulteriore pratica terroristico-poliziesca che contemplava delle spedizioni notturne nelle quali i giovani uccidevano gli iloti (Aristotele). Potrebbero trattarsi di usanze differenti; bisogna però notare che nessuna delle fonti che nominano la krypteia sia precedente agli anni cinquanta del IV secolo: forse allora non rappresenta il retaggio ancestrale di un rito primitivo, ma un costume introdotto dopo la perdita della Messenia. Attraverso l’uccisione degli iloti veniva ribadita la superiorità degli Spartiati e il loro diritto a dominare su iloti e Messeni. La krypteia non aveva una funzione iniziatica per la transizione all’età adulta, ma era riservato ad un numero limitato (élite) di giovani uomini.

6.2 La “costruzione” delle madri e dei figli.

L’educazione collettiva terminava a trent’anni: a quest’età i giovani abbandonavano la compagnia dei propri coetanei ed erano incoraggiati a mettere su famiglia (molto incoraggiati: esistevano punizioni specifiche per i celibi a trentacinque anni). La comunità si attendeva che, una volta concluso il percorso educativo, i giovani diventassero padri il prima possibile. Lo scopo non era quello di massimizzare la procreazione, altrimenti non si spiegherebbero le punizioni per coloro che si sposavano troppo tardi. La riproduzione del corpo civico, generazione dopo generazione, era centrale nella cultura spartana: bisognava infatti generare ‘buoni spartani’. Il ruolo della donna era quindi più valorizzato rispetto a quello del resto del mondo greco. Leonida disse a sua moglie Gorgo che il ruolo della donna spartana era quello di “sposare un uomo valente e generare figli valenti” (Plutarco, Moralia). Altri detti chiariscono l’affermazione di Leonida: l’esempio (realistico?) della madre che invitava il figlio in partenza per la guerra a tornare “con lo scudo” o “sopra lo scudo” è esemplificativo; il figlio doveva ricoprirsi d’onore (vivo o morto non importava) e doveva mostrarsi degno della sua polis (fuggire di fronte al nemico abbandonando lo scudo era un disonore, così come era importante che le ferite dei caduti fossero sul petto e non sulla schiena). Si tratta di una rappresentazione ideologica della maternità spartana. A Sparta c’era quindi un’attenzione particolare per le ragazze in quanto future madre generatrici di uomini “degni di Sparta (educazione, matrimonio, nascita).

Le ragazze spartane tendevano a sposarsi più tardi rispetto alle consuetudini vigenti in Grecia: 18/20 anni). C’era quindi un periodo più lungo in cui le ragazze erano al tempo stesso puberi e nubili. Agli occhi degli altri Greci questo ‘ritardo’ dell’età matrimoniale appariva poco decoroso: le ragazze nelle altre poleis si sposavano giovanissime (spesso, anche prima dei quindici anni, passavano dalla casa del padre a quella del marito) e non godevano mai di libertà eccessive; esse non avevano l’occasione di socializzare tra loro negli spazi pubblici come a Sparta, ma dovevano rimanere all’interno della casa e produrre vesti (o essere impegnate in altre attività domestiche). Da questi comportamenti deriva l’accusa di Aristotele riguardante la presunta licenziosità delle donne spartane. Esse avevano certamente la fama di essere molto belle (proprio come il loro archetipo mitico: la spartana Elena), ma era una reputazione ambigua: le ragazze spartane avevano l’ abitudine di indossare una tunica corta, necessaria all’esecuzione di attività fisiche, e questo dettaglio faceva in modo che fossero apostrofate come ‘mostracosce’, incapaci di essere pudiche; questo pregiudizio era alimentato da alcune processioni rituali in cui le ragazze cantavano e danzavano nude di fronte ai giovani.

Il differimento dell’età matrimoniale era giustificato sulla base della credenza che i figli sarebbero nati robusti solo se generati da madri e padri a loro volta robusti. L’età giusta per procreare era quella della piena maturità fisica (trent’anni per gli uomini e venti per le donne); da un lato non era quindi opportuno sposarsi precocemente, dall’altro, proprio come i loro coetanei maschi, le ragazze erano sottoposte durante l’adolescenza a un intenso esercizio fisico che le avrebbe permesso da spose di generare figli forti. Le loro attività consistevano in gare di corsa e di lotta. Le ragazze non sembra che attraversassero dei gradi di età analoghi a quelli maschili, ma la loro socializzazione (cori, attività ginnica), era intensa e risentiva certamente del modello maschile (anche in merito a possibili relazioni omosessuali fra le ragazze). Il matrimonio a Sparta aveva funzione procreativa, ma era abbastanza particolare: Plutarco attesta che il matrimonio assumeva le forme di un rapimento rituale e che gli incontri tra gli sposi avvenivano, per un periodo più o meno lungo, di nascosto; in occasione di questi incontri la ragazza attendeva lo sposo al buio stesa su un pagliericcio, con il capo rasato a zero e indossando un mantello e dei calzari da uomo (l’aspetto di un ragazzo sottoposto all’educazione collettiva). Agnone di Tarso afferma che per i giovani spartani era consuetudine avere con le ragazze dei rapporti sessuali modellati sulle relazioni pederastiche che in questa stessa fase della vita intrattenevano coi ragazzi; il rapporto era quindi infecondo. Plutarco e Agnone parlano della stessa cosa, differendo solo sulla natura prematrimoniale (Agnone) o matrimoniale (Plutarco) dell’episodio; Plutarco afferma che il giovane era intento a non farsi vedere mentre entrava e usciva dalla casa in cui lo attendeva la ragazza e pertanto non è una relazione già matrimoniale (“matrimonio nascosto”). I giovani fra i venti e i trent’anni erano impegnati in una duplice sessualità: la prima, socialmente valorizzata, pederastica, la seconda, eterosessuale, in cui si univano con le loro (future) spose nelle stesse forme in cui lo facevano con i ragazzi, senza attendersi la generazione di figli (a volte ne nascevano lo stesso).

La procreazione per l’uomo era proibita fino ai trent’anni; chi non si sposava e non procreava veniva punito. Da qui emerge un’ulteriore divisione del corpo civico secondo un criterio generazionale: figli, padri, anziani (nonni paterni). I figli erano coloro che non avevano ancora trent’anni e pertanto erano ancora sottoposti all’educazione collettiva; i padri erano gli uomini di età matura fra i trenta e i sessant’anni che potevano accedere alle magistrature cittadine: non tutti diventavano padri, ma la scelta di non sposarsi e non avere figli era molto stigmatizzata; gli anziani erano gli uomini liberi dal servizio militare che potevano essere eletti al consiglio degli anziani. Il fatto che il periodo sociale della procreazione fosse severamente circoscritto, faceva in modo che la distanza tra le generazioni fosse costante, con indubbi vantaggi per la devoluzione dei beni fondiari: un figlio di trent’anni che formava una poteva contare sul fatto che il padre, se vivo, avesse superato i sessant’anni e gli avesse ceduto la gestione della proprietà familiare.

Questa struttura generazionale è importante per riconsiderare il famoso costume spartano dello scrutinio dei neonati. Alla nascita, Plutarco (unica fonte) asserisce che i padri conducevano i neonati nelle cosiddette leschai, nelle quali gli anziani della tribù li esaminavano con attenzione: se venivano considerati robusti comandavano che fossero allevati e che ricevessero un lotto di terra; se apparivano deboli o deformi essi venivano abbandonati in una voragine nei pressi del Taigeto. Questo infanticidio implica il perseguimento di una politica eugenetica volta all’allevamento dei migliori. La tradizione recente ha negato per fortuna la storicità di questo costume: le pratiche eugenetiche risultano attestate nella “Repubblica” di Platone e in altri modelli utopici di città; forse allora esso fu inventato da un qualche autore di un autore della “Costituzione degli Spartani” basandosi su un motivo diffuso nella tradizione utopica e che poi quest’ultimo fosse stato consultato da Plutarco. Lupi fornisce però un ulteriore interpretazione, sostenendo che il riferimento alle leschai, luogo tipico della socialità spartana, potrebbe cogliere un aspetto di questa cerimonia che potrebbe invece essere corretto. Le cerimonie dei neonati dinanzi agli anziani delle tribù erano comuni in tutta la Grecia ed erano finalizzate ad ammettere i bambini all’interno della suddivisione civica alla quale apparteneva il padre; attraverso questa cerimonia la comunità riconosceva la legittimità di nascita del neonato e il suo futuro diritto ad essere ammesso nel corpo civico e a ereditare i beni paterni. A Sparta i figli nati durante la fase ‘nascosta’ del matrimonio non erano affatto ritenuti legittimi; questa cerimonia rimarcava che i figli legittimi erano solo quelli messi al mondo da genitori che non fossero troppo giovani o troppo ‘vecchi’ (la piena maturità fisica equivaleva all’avere figli sani e robusti). Più che prevedere chi sarebbe cresciuto sano e chi no, si verificavano se fossero stati rispettati i severi criteri della procreazione legittima (meccanismo di controllo della corretta distanza tra le generazioni): i figli generati nel momento sbagliato (troppo presto o troppo tardi) risultavano illegittimi perché giudicati troppo deboli o malfermi. Difficilmente i figli illegittimi venivano condotti dinanzi agli anziani della tribù: si può presumere che l’infanticidio fosse più una pratica simbolica che reale. Anche per questo motivo a un uomo anziano che avesse una moglie giovane era consentito ottenere una discendenza tramite un uomo fisicamente prestante. Questa relazione matrimoniale era ‘deviante’ rispetto alle norme spartane sulle età dei coniugi, ma il ricorso a una paternità surrogata rispettava il principio secondo il quale i figli dovevano nascere da genitori biologicamente nel pieno delle forze. Essi non erano del tutto legittimi: era riconosciuta loro la posizione sociale del padre legale, ma non ne ereditavano i beni (Senofonte); c’erano figli illegittimi a Sparta che potevano comunque ricevere onori.

6.4 I pasti in comune

Un’altra istituzione in cui si era voluto riconoscere l’aspetto totalitario della società spartana sono i pasti in comune: ogni giorno, di sera, gli Spartiati non condividevano i pasti in famiglia, ma dovevano prenderli insieme a un piccolo gruppo dei propri concittadini. Nella tradizione antica essi sono noti come sissizi, una commensalità in cui l’aspetto dominante era dato dal “consumare insieme il pasto”; un altro termine, syskenia (Senofonte), mette in risalto che i pasti si tenevano sotto una stessa tenda, valorizzando così l’aspetto militare dato che, durante le campagne militari, gli Spartani consumavano i pasti sotto le tende dell’accampamento. Entrambi non sono termini utilizzati dagli Spartani. Il termine sissizi fu un’invenzione che la tradizione antica ideò per dibattere sulle somiglianze tra la costituzione spartana e quella cretese, incentrate proprio sui pasti in comune. Una categoria unitaria all’interno della quale inserire le commensalità a Sparta e a Creta, denominate invece in modo diverso (Creta, andreia, “banchetti degli uomini”; Sparta pheiditia o philitia, frugalità, amicizia tra membri di uno stesso sissizio). Il termine compare quasi sempre al plurale: non si tratta quindi del singolo individuo che si aggrega ad altri per partecipare a un banchetto privato, ma un’istituzione della polis (essa ripartisce i propri membri in una pluralità di gruppi conviviali); il criterio tradizionale della cittadinanza, secondo Aristotele, era la partecipazione ai pasti in comune e il pagamento mensile delle quote contributive. Questa quota operava come un meccanismo censitario: ogni Spartano conservava la cittadinanza fintanto che le sue proprietà gli garantivano (oltre ai prodotti necessari per la sua famiglia) un prodotto sufficiente per pagare tale quota; tale quota, essendo l’economia spartana perlopiù agraria, consisteva in quegli stessi prodotti che i cittadini producevano dai propri territori e consumavano poi durante i pasti: farina d’orzo e vino, formaggio, fichi e una modesta somma di denaro per l’acquisto di altri alimenti. Le quantità indicate sono superiori al consumo ordinario di un individuo; un parte della quota forse era destinata alla città per finalità pubbliche (militari), un parte spettava al sissizio di cui il cittadino faceva parte. Fintanto che la disparità economica non si acuì, in base alla grandezza media delle proprietà fondiarie spartane, rispettare questo obbligo non dovette essere così difficile. Gli unici a non versare la propria quota erano i due re: oltre a banchettare insieme quando non erano impegnati in spedizioni militari, essi erano nutriti a spese pubbliche. Il principio base era che coloro che prendevano il pasto insieme erano compagni d’armi; essi fungevano anche da unità militare, di piccole dimensioni, dato che in età classica vi partecipavano quindici persone.

Non erano i magistrati cittadini a decidere a quale sissizio aggregare ciascun cittadino; pur svolgendo una funzione pubblica, esso conservava anche un carattere privato: si diceva che nessuna delle parole che i convitati si scambiavano dovesse trapelare all’esterno. I componenti di ciascun sissizio avevano la facoltà di decidere quali nuovi membri cooptare al proprio interno; Plutarco sostiene che, per l’ammissione di un candidato, fosse necessaria l’unanimità: ogni commensale gettava dentro vaso una pallottola di mollica che, se schiacciata, costituiva un voto contrario all’ammissione. Un voto così ‘democratico’ richiama vagamente la procedura ateniese dell’ostracismo e ci rende perplessi: forse questa modalità fu introdotta solo nel IV secolo, non per non ammettere i candidati al sissizio, ma per respingere i membri che non avevano più i requisiti per farne parte. Le relazioni pederastiche avevano un ruolo importante nel processo di cooptazione: a partire dall’età in cui erano coinvolti in tali relazioni, infatti, i ragazzi iniziavano a frequentare il sissizio del proprio erastes. Questa frequentazione aveva uno scopo educativo: durante i pasti in comune si discuteva su chi fosse un buon cittadino e chi no; i ragazzi venivano messi alle prova con delle domande alle quali dovevano rispondere adeguatamente: eventualmente poi al raggiungimento dei vent’anni venivano ammessi.

L’ethos egualitario si misurava sia nella mancanza di sfarzo degli ambienti in cui essi si tenevano, sia nella quantità fissa di cibo per tutti, con pietanze comuni (focacce d’orzo e il brodo nero preparato con carne suina). La dieta era integrata dalla carne che i commensali erano soliti inviare al sissizio in occasione di sacrifici e battute di caccia, le due uniche circostanze per le quali era lecito assentarsi. Accanto alla quantità fissa di cibo c’erano però le epaikla (‘aggiunte al pasto’) che correggono l’immagine egualitaria del sissizio spartano; durante questa seconda parte del banchetto gli alimenti (carne e pane di frumento, più ricercato di quello tradizionale di orzo) erano offerti dai più ricchi: un momento di redistribuzione alimentare che consentiva a tutti una dieta più varia. La liberalità dei più ricchi nel fornire questi cibi ‘aggiuntivi’ costituiva un mezzo di differenziazione sociale (involuzione oligarchica dei sissizi nel III secolo). Rispetto al consumo di vino, gli Spartani avevano usanze diverse rispetto a quelle del mondo greco (simposi): a Sparta ognuno consumava vino secondo il proprio desiderio; era proibito far circolare la coppa di vino fra tutti i commensali, con conseguente obbligo di bere. La specifica coppa laconica (tazza ceramica kothon) era lodata per la sua semplicità e praticità d’uso durante le campagne militari.

Il simposio aristocratico è attestato nella Sparta di VII e VI secolo (poesia di Alcmane; scene banchetto ceramica laconica con i personaggi nella tipica posizione reclinata). La tradizione antica rappresenta i sissizi come ossimoro dei simposi, rimarcandone l’aspetto di commensalità militare; essi rimanevano comunque una forma di quella convivialità maschile che da Omero in poi costituì un connotato essenziale della società greca. L’origine dei sissizi si rifà ad Alcmane che dice di ricercare un pasto fatto di “cose comuni, allo stesso modo del damos”. Si potrebbe forse cogliere in queste parole l’emergere, in opposizione ai simposi aristocratici, dei valori comunitari (ed egualitari) propri del damos oplitico; questa correlazione purtroppo rimane oscura e non è detto che avvenne in modo progressivo. I sissizi erano un’istituzione civica fondamentale (la cittadinanza dipendeva dalla quota contributiva dei sissizi!) e forse ci fu un momento preciso in cui furono inventati (decenni finali VI secolo?). Le forme più sobrie di convivialità del popolo furono istituzionalizzate e rese una pratica obbligatoria per tutti i cittadini. La pluralità dei modelli conviviali, soprattutto quelli delle élite, essendo pasti quotidiani dovette essere abbandonata.

6.5 Gli Spartani in festa

La quotidianità della partecipazione ai sissizi era interrotta dalle festività previste dal calendario religioso. Nulla di anormale poiché le feste scandivano il tempo di ogni comunità greca: gli Spartani le consideravano però così importanti che, in diverse occasioni, ritardarono la partenza delle loro spedizioni militari per portare a termine le cerimonie. Tutti i principali culti cittadini erano accompagnati da feste, con talvolta agoni ippici e ginnici. Le più preminenti erano tre grandi festività riservate ogni anno ad Apollo (nelle celebrazioni le diverse classi d’età avevano diversi ruoli). Apollo era certamente la divinità preminente: secondo Erodoto al dio erano offerti a spese pubbliche ben due sacrifici al mese (plenilunio, settimo giorno del mese). L’ordine in cui le tre festività venivano celebrate è incerto; tenendo però conto dei fenomeni astronomici che regolavano il calendario si pensa che l’ordine fosse il seguente: Iacinzie (inizio primavera); Gimnopedie (piena estate) e Carnee (poco dopo le Gimnopedie).

Le Iacinzie sono una festa di capodanno, di rinnovamento per tutta la comunità (ogni Spartiata passava da un grado di età annuale a quello successivo). Esse devono il loro nome all’eroe Hyakinthos, il giovane amato da Apollo, la cui morte, ritualmente rievocata, dava alla prima parte della festività un’atmosfera di compianto e di lamento; la gioia dominava invece la fase successiva, nella quale si svolgevano i riti principali. Innanzitutto vi era la processione verso Amicle, che le ragazze spartane raggiungevano su dei carri molto decorati; le donne sposate tessevano invece il chitone per la statua di Apollo. C’erano poi una serie di sacrifici, un banchetto (kopis), danze e canti corali: il canto del peana in onore di Apollo era il momento culminante. La festività sarebbe durata tre giorni, un tempo non sufficiente forse per contenere la molteplicità di riti che la rendevano la più importante celebrazione a Sparta. Gli abitanti di Amicle ospitavano la festa, ma tutti partecipavano ai festeggiamenti (uomini di ogni età, ragazze, donne sposate e perfino gli schiavi). Anche i perieci vi partecipavano (il santuario di Apollo ad Amicle era importante per tutti i Lacedemoni); la festa degli Hekatmbaia delle comunità perieciche (un sacrificio buoi per ciascuna di esse) si svolgevano forse durante le Iacinzie.

Il nome delle Gimnopedie implica che i partecipanti vi danzassero nudi; è incerto cosa comporti il riferimento alla nudità. Esso poteva certamente significare solo l’essere ‘disarmati’, ma la nudità aveva un valore ben preciso nella cultura spartana (Tucidide: gli Spartani furono i primi a denudarsi in pubblico e a ungersi il corpo per le esercitazioni ginniche): non si può escludere che la nudità richiamata dal nome debba essere intesa in modo letterale. I celibi sanzionati per non essersi sposati entro l’età richiesta, non potevano prendervi parte: c’è forse un collegamento fra questa festa e la nudità intesa come incentivo al matrimonio (?). Durante questa festività c’erano tutta una serie di competizioni corali (ragazzi, uomini adulti, anziani); c’era anche una performance in cui tre cori (trichoria), rappresentanti le diverse età della vita, erano presenti contemporaneamente sulla scena alternandosi nel canto. Secondo Plutarco il coro degli anziani iniziava cantando “noi un giorno fummo uomini vigorosi”; a esso rispondeva dapprima il coro degli adulti dicendo “e noi lo siamo, se vuoi fanne esperienza”, e infine quello dei ragazzi che cantava infine “e noi saremo molto più forti”. Una rappresentazione paradigmatica del ruolo delle età e della loro successione.

Le carnee (culto Apollo Karneios; ‘karnos’ significa montone, che guida le greggi come Apollo aveva fatto con i Dori) erano una festività diffusa tra le poleis che rivendicavano un’ascendenza dorica. Esse rievocavano il momento della discesa dei Dori nel Peloponneso. Le carnee venivano organizzate dai giovani non ancora spostati. Esse valorizzavano l’aspetto militare e la sua disciplina: uno dei riti prevedeva che ottantuno uomini (tre per fratria), consumassero il pasto insieme distribuiti in nove tende, obbedendo, come se fosse in un accampamento, agli ordini di un araldo. La distribuzione degli uomini nelle nove tende rifletteva la struttura civica di matrice dorica (tre tribù e 27 fratrie o obai). Questa enfasi ‘triadica’ trovava un’ulteriore espressione nella durata della festa: 9 giorni.

6.6 Gli Spartani in guerra.

La guerra è centrale nell’orizzonte ideologico degli Spartani. Questa ‘patina’ guerresca si rifletteva anche su quegli aspetti della società che non avevano una connessione diretta con la guerra (ex: pasti in comune; educazione). Questa ideologia non si rifletteva in un militarismo rivolto alle conquista; anzi, Sparta preferiva di gran lunga evitare le politiche interventiste e i continui conflitti. Gli Spartani non ricercavano la guerra in quanto tale, se si prescinde dalla ‘guerra’ contro gli iloti, funzionale al mantenimento dell’ordine sociale. L’ideologia guerriera fece in modo che gli Spartani, educati alla guerra fin dalla più giovane età, costruissero una potente macchina militare. Gli efori, in occasione delle spedizioni militari, indicavano le classi di leva che dovevano mobilitarsi (questo compito in origine spettava ai re: esse comprendevano tutti gli uomini tra i venti e i sessant’anni. I soldati più anziani ovviamente erano mobilitati raramente per spedizioni al di fuori del territorio spartano; all’inizio della guerra del Peloponneso era comune chiamare alla leva i 2/3 dell’esercito (gli uomini fino ai quarantacinque anni), ma fu poi necessario aumentare, per il rapido diminuire del numero degli Spartiati, il numero delle classi mobilitate.

La stessa struttura dell’esercito subì delle trasformazioni tra l’età arcaica e quella classica. Nell’età di Tirteo esso era costituito da tre grandi unità corrispondenti alle tribù doriche, e forse quest’organizzazione perdurò ancora negli anni delle guerre persiane. Durante la guerra del Peloponneso, il calo della popolazione cittadina richiese l’integrazione dei perieci all’interno delle unità militari degli Spartiati: essa non aveva alcun rapporto con le suddivisioni civiche e comprendeva sei o sette unità maggiori (lochoi, Tucidide; morai Senofonte), ciascuna guidata da un polemarco. Il re e i polemarchi costituivano lo stato maggiore dell’esercito e condividevano la stessa tenda. Queste unità maggiori erano poi suddivise a loro volta in unità di dimensioni più piccole. Nella maggior parte delle poleis il carattere non professionale degli eserciti comportava che essi fossero poco articolati al loro interno e costituiti da opliti che raramente combattevano fianco a fianco. Questo era il punto di forza di Sparta: l’esercito era articolato da gruppi di soldati molto affiatati, perché abituati a stare (e combattere) insieme; la solidarietà e l’affiatamento del gruppo erano affinati dal fatto che i membri di uno stesso sissizio si trovassero in una stessa unità militare. L’unità base era l’enomotia, cioè il gruppo di uomini vincolati da un giuramento che li obbligava a non abbandonare mai il comandante della propria unità, nemmeno se era morto sul campo; questa scelta enfatizza il carattere gerarchico dell’esercito spartano (ad Atene gli efebi giuravano di non abbandonare il compagno schieramento accanto). In ciascuna enomotia c’erano circa quaranta soldati (idealmente uno per ciascuna delle quaranta classi di leva); più classi di leva venivano mobilitate, più grande era il numero dei componenti enomotia che partecipava allo scontro. Come esempio di come fosse strutturato l’esercito consideriamo la battaglia di Mantinea (418). La mobilitazione di massa escluse solo i giovanissimi e le classi di leva più anziane. Tucidide, nonostante la difficoltà di ottenere informazioni attendibili (“segretezza”) ci informa che gli Spartani erano distribuiti in sette battaglioni (lochoi), suddivisi in quattro unità intermedie (pentekostyes), a loro volta suddivise in quattro enomotiai (32 uomini schierati su 8 file; la profondità poteva variare in base alle indicazioni del polemarco). La catena di comando era rigida, ma molto funzionale: tutti gli ordini partivano dal re, passavano ai polemarchi e attraverso i comandanti delle varie unità minori giungevano ai componenti delle singolo enomotiai. Questa organizzazione era l’espressione più avanzata dell’oplitismo greco. Gli Spartani venivano percepiti come dei ‘professionisti della guerra’, ma in realtà, non erano impegnati continuamente in esercitazioni militari; pur liberi da necessità economiche, i cittadini di oltre trent’anni (fine dell’educazione collettiva) avevano solo l’obbligo di mantenere in esercizio il proprio fisico. Un addestramento militare eccessivamente tecnico secondo gli Spartani serviva a poco: ciò che contava era la prestanza fisica e per conservarla la caccia era considerata l’attività più utile. Gli Spartani erano noti per alcune manovre militare che agli occhi degli altri Greci apparivano complessissime; all’occhio esperto di Senofonte esse erano di fatto abbastanza semplici.

Il comandante in capo (uno dei due re) procedeva a compiere una serie di sacrifici: il primo al momento in cui l’esercito lasciava la città, l’ultimo subito prima della battaglia. Gli Spartani erano molto scrupolosi nel compimento degli obblighi religiosi nei confronti degli dei e ben poco propensi a combattere in presenza di presagi negativi. L’equipaggiamento, come in tutte le altre poleis greche, era a carico del cittadino; la polis imponeva una sostanziale uniformità intesa a marcare l’uguaglianza: i soldati indossavano una veste color porpora, i loro scudi di bronzo portavano come emblema una grande lambda (la lettera iniziale di Lacedemoni; questa informazione proviene solo da un commediografo ateniese: occhio) e portavano i capelli lunghi. Questo equipaggiamento faceva apparire l’esercito che avanzava come “un’unica massa di bronzo e di porpora” in grado di incutere timore agli avversari. Questo fortissimo elemento psicologico giocava un ruolo importante nelle vittorie militari spartane: pochi Greci, consci della fama di invincibilità degli Spartani, erano in grado di sostenere il loro impeto quando li vedevano avanzare con sicurezza e in totale silenzio, al suono dei flautisti, senza che l’intero schieramento si scomponesse (il suono dei flauti si sentiva da lontano e preannunciava il loro sinistro arrivo).

6.7 Cerimonie funebri e memoria dei caduti

Nell’etica militare spartana non mancava una particolare valorizzazione di coloro che fossero morti in battaglia. Prima dell’età tardo-arcaica (vedi i versi di Tirteo), la cerimonia per il guerriero morto in combattimento conservava tratti tipicamente omerici: durante la cerimonia “giovani e anziani levavano lamenti e tutta la polis si affliggeva nel doloroso rimpianto, ed insigne era la sua tomba fra gli uomini, e insigni i suoi figli, i figli dei figli, e la stirpe a venire”. Siamo di fronte ad una eroicizzazione del defunto (un aristocratico) dalla quale la sua famiglia traeva molto prestigio. La cerimonia, con i lamenti funebri e la deposizione di beni di prestigio nella tomba, era un’occasione per esaltare il valore individuale del defunto e, di riflesso, quello dei suoi familiari.

A partire dalla metà del VI secolo, le sepolture individuali vennero sostituite da tombe collettive. Questo costume era presente anche ad Atene nel V secolo e non era perciò limitato solo a Sparta, ma tra i due si nota un’importante differenza: la prassi ateniese prevedeva che le salme dei caduti in guerra fossero ricondotte in patria e seppellite durante una pubblica cerimonia nel cimitero del Ceramico. A Sparta le sepolture erano collocate nei pressi del luogo in cui si era svolta la battaglia. Questo costume risale almeno al tempo della “battaglia dei campioni”: esso è riflesso nel celebre detto di uno Spartano, il quale, all’Argivo che gli faceva notare che nel territorio di Argo vi erano molte tombe di Spartani, rispose che a Sparta invece non ve ne era nessuna di Argivi (Plutarco, Moralia), sottolineando in questo modo che il territorio spartano non era mai stato invaso. Questa sepolture in terra straniera avevano due obbiettivi: il primo era di ricordare ai nemici la potenza di Sparta; il secondo era un di sottolineare l’impegno profuso dagli Spartani per venire in soccorso dei loro alleati (ex: Ceramico, tomba Spartani di Pausania II che nel 403 perirono contro i democratici ateniesi).

Le sepolture (tutte) si adeguarono alla sobrietà della società spartana. Licurgo concesse infatti che i morti fossero sepolti all’interno della città e che le tombe fossero poste vicino ai templi, in modo che i giovani, crescendo in mezzo a esse, si abituassero a non inorridire di fronte alla morte; per salvaguardare la semplicità della sepoltura egli non permise che fosse sepolto qualcosa insieme al morto, il cui cadavere inumato veniva sobriamente avvolto in una veste di porpora e in foglie d’ulivo. Il lutto non poteva protrarsi per più di undici giorni. Questa pagina di Plutarco rivelano anche come il sistema ideologico spartano privilegiasse comunque il morto in battaglia rispetto agli altri defunti: il nome del defunto, per ordine di Licurgo, non poteva essere iscritto sulla tomba, a meno che non si trattasse di donne ‘sacre, perite durante il parto, o uomini morti in guerra. Le tombe erano molto semplici: esse erano di dimensioni contenute, fatte di pietra locale e si presentavano in forme assai modeste. Le tombe in città provenivano dal territorio spartano o da quello di alcune poleis perieciche della Laconia e non dal sito della battaglia; un’informazione in netto contrasto con quello che abbiamo sottolineato nel paragrafo precedente, ovvero che le sepolture collettive dei morti in battaglia fossero situate nelle vicinanze dello scontro: bisogna quindi chiedersi perché i corpi fossero stati riportati in patria e sepolti singolarmente.

Si sono avanzate diverse ipotesi: le tombe appartenevano a guerrieri feriti e poi deceduti dopo il ritorno in città; l’uso del sepolcro collettivo non era esclusivo e c’erano delle tombe in città di singoli guerrieri caduti; o ancora che queste stele non avevano la funzione di marcare una toma (i caduti erano già stati seppelliti nel luogo della battaglia), ma erano dei piccoli monumenti utili a conservare la memoria del defunto in città. La tomba collettiva in terra straniera assumeva la funzione di messaggio rivolto al mondo esterno, mentre il significato delle stele per i caduti in guerra era rivolto alla comunità degli Spartani. Forse esse furono commissionate dai familiari del defunto (?), ma la loro estrema e formalizzata sobrietà non le rendono oggetti particolarmente adatti per la commemorazione del morto da parte della sua famiglia. Le tombe recavano solo il nome del caduto e negavano il richiamo alle sue origini, espresso di solito con il patronimico (presente per i caduti alle Termopili). Le intenzioni delle autorità spartane consentivano ai familiari la commemorazione, seppure in forme così limitate, ma avevano uno scopo preciso. Non si trattava solo di austerità: queste stele servivano a creare un particolare paesaggio funerario. Sparta era una polis costituita da una pluralità di villaggi: chiunque si muovesse all’interno del territorio spartano si doveva imbattere frequentemente in lapidi funerarie con i nomi dei morti in battaglia. Esse ricordavano di continuo agli Spartani quale comportamento ci si aspettava tenessero in battaglia, e quale fosse l’unico atto grazie al quale si sarebbe conservata la loro memoria.

L’unica cerimonia funebre che faceva eccezione rispetto a questo quadro di moderazione e austerità era quella riservata ai sovrani, sepolti seguendo modelli eroici. Anche in questo caso le norme spartane sottolineavano la differenza fra i re morti in guerra e gli altri. Erodoto sostiene che, quando un re moriva in battaglia, veniva approntata una sua immagine e poi essa veniva posta su una tomba ben adorna. Il primo re che morì in battaglia fu Leonida (per le fonti che abbiamo); forse l’usanza di accompagnare il funerale del re con un’effigie funeraria potrebbe essere stata introdotta proprio per onorarlo.

7. Dalla crisi di IV secolo alla città romana

Nel 400, poco dopo i funerali del re Agide (“più solenni di quanto adeguato a un essere umano”), quando la vincitrice della guerra del Peloponneso dominava incontrastata il mondo greco, esplosero le tensioni insite nella società spartana. Un indovino che eseguiva i consueti sacrifici rituali annunciò l’imminenza di una congiura; un delatore qualche giorno dopo rivelò che effettivamente, un tale Cinadone, un tale che non apparteneva al novero degli ‘eguali’, stava tramando una rivolta (399). I congiurati facevano affidamento sull’esiguità degli Spartiati, in continua diminuzione, e sul sostegno del crescente numero di coloro che erano privi dei diritti politici o della libertà personale. Non si trattava più solo dei perieci o degli iloti, dato che le trasformazioni sociali degli anni della guerra del Peloponneso avevano fatto sorgere nuovi gruppi di esclusi. In primo luogo c’erano gli Spartani decaduti al rango di ‘inferiori (hypomeiones), forse per non essere stati in grado di pagare la contribuzione mensile per i pasti in comune; in secondo luogo c’erano un ristretto gruppo di iloti che, introdotti per necessità nelle file dell’esercito, erano diventati ‘nuovi cittadini’ (neodamodeis) senza che questi gli garantisse reali diritti politici. Gli Spartani sembravano divorati da un desiderio di ricchezza senza fine, che corrompeva il sistema dei valori cittadini: il risentimento che provavano queste categorie fu espresso bene da Cinadone stesso che sosteneva che se li “sarebbero mangiati anche crudi”. La congiura fu sventata prima del nascere e Cinadone, arrestato, rivelò i nomi di tutti i congiurati: prima di essere messo a morte disse che la ragione della congiura stava nella volontà di “non essere da meno a nessuno a Sparta”

7.1 L’età di Agesilao

La successione al trono euripontide fu contestata. Il figlio di Agide, Leotichida, ancora giovanissimo, sarebbe dovuto succedere al padre, ma correva voce che egli fosse in realtà il frutto di una relazione proibita, che la moglie di Agide aveva intrattenuto con Alcibiade durante il suo soggiorno a Sparta. Lisandro sfruttò abilmente queste dicerie per sostenere l’ascesa al trono del proprio candidato, Agesilao (fratellastro di Agide); Lisandro era stato l’erastes di Agesilao e volse in suo favore un oracolo che metteva in guardia la polis da una ‘regalità zoppa’: egli convinse l’assemblea degli Spartani che l’oracolo non si riferiva ad Agesilao, che pure era leggermente claudicante, ma a Leotichida, che, non essendo un vero Eraclide in quanto figlio illegittimo, avrebbe reso la città moralmente zoppa. Agesilao II, quasi quarantacinquenne, divenne il re di Sparta. Egli fu un re dalla fortissima personalità e seppe costruire una rete clientelare estremamente solida: egli donava ai membri appena eletti del consiglio degli anziani una veste e un bue come segno del proprio prestigio e legava a sé i notabili delle città perieciche e alleate; queste attività gli permisero di marginalizzare tutti i re che si succedettero sul trono agiade. Egli dominò pertanto la storia della propria polis, e in generale quella della Grecia, per i successivi quarant’anni, tanto che fu giudicato da Teopompo “per comune consenso il più grande e illustre uomo del suo tempo”. Eppure il suo regno accompagna la parabola discendente della storia spartana: egli non può essere ritenuto il responsabile delle profonde ragioni sociali della crisi, ma è comunque un dato interessante.

Nel 401 Ciro il giovane aveva cercato di scalzare il fratello maggiore Artaserse II dal trono persiano, contando su un nutrito esercito di mercenari greci e del velato appoggio spartano, ma fu ucciso nella battaglia di Cunassa. Il satrapo Tissaferne aveva allora rivendicato il dominio della Persia su tutte le poleis greche d’Asia Minore, che gli Spartani si erano impegnati a concedere durante la guerra del Peloponneso in cambio degli ingenti aiuti persiani. Gli Spartani avevano dato sostegno a Ciro e ora, trovandosi schierati apertamente contro il re Artaserse II, poterono presentarsi nuovamente come protettori dei Greci d’Asia Minore: essi quindi condussero una spedizione in Asia Minore in nome della libertà delle poleis greche. Al comando si succedettero l’armosta Tibrone, poi Dercillida e infine, nel 396 ad Agesilao. Il re volle compiere, prima di attraversare l’Egeo, un sacrificio ad Aulide, una località della Beozia in cui la leggenda voleva che il re Agamennone avesse compiuto lo stesso rito quando si era imbarcato per Troia: Agesilao voleva presentarsi come un novello Agamennone in procinto di condurre una spedizione panellenica contro l’impero persiano. I Tebani ostacolarono il sacrificio e questo gesto fu forse l’origine della politica ferocemente anti-tebana del re. Lisandro aveva organizzato la spedizione in modo che Agesilao II la comandasse, con la speranza di poterlo affiancare e controllare per perseguire i suoi obiettivi personali; Agesilao stesso, dalla personalità forte, si sbarazzò presto dell’ingombrante tutela e sconfisse i Persiani nella battaglia di Sardi. La guerra non produsse grandi risultati, se non la rimozione del satrapo Tissaferne che, per i suoi fallimenti, Artaserse II fece mettere a morte. Dato interessante (e preoccupante per Sparta): gli unici Spartiati presenti nell’esercito guidato da Agesilao II erano un gruppo di trenta consiglieri.

L’impero persiano cambiò strategia e ne trovò una particolarmente efficace: per allontanare gli Spartani dall’Asia, essi incoraggiarono generose elargizioni d’oro ai potenziali nemici di Sparta, in modo che la polis fosse costretta ad affrontare un nuovo inaspettato fronte di guerra in patria. Le poleis coinvolte furono Argo e Atene, ma anche Corinto (una volta fiera alleata di Sparta) e Tebe (sempre più dominante nella federazione beotica) si unirono alla guerra. Nel 395, in una disputa tra i Locresi e i Focesi, i Tebani intervennero in sostegno dei primi, mentre gli Spartani vennero in soccorso dei secondi. La guerra di Corinto vide una vittima illustre: Lisandro morì presso la città beotica di Aliarto (395); il re Pausania II non arrivò in tempo e, sospettato di aver volutamente ritardato il ricongiungimento, fuggì a Tegea per sottrarsi alla pena capitale. Agesilao II fu costretto a rientrare in Grecia. La flotta, che egli aveva affidato al proprio cognato Pisandro, fu perduta nelle acque di Cnido (394), sconfitta dalle navi persiane guidate dall’ammiraglio ateniese Conone; ciò segnò la fine del controllo del mare che Lisandro aveva conseguito con la battaglia di Egospotami. Sparta ottenne due vittorie campali a Nemea e a Coronea (qui Agesilao II al comando), ma non furono risolutive: la guerra continuò stancamente nelle aree intorno a Corinto. Sparta subì anche una pesante sconfitta per via delle innovazioni introdotte dall’ateniese Ificrate (peltasti armati alla leggera; su terreni accidentati distruggevano gli opliti) perdendo nel 390 un intero battaglione spartano a Lechaion. Sul piano diplomatico essi concessero ai Persiani il controllo delle poleis greche d’Asia Minore, purché a Sparta fosse garantito il ruolo di garanti dell’autonomia e della libertà delle poleis greche. Ad Atene fu impedito l’accesso all’Ellesponto e così, senza ulteriori possibilità di manovra, la guerra si concluse nel 387/6 con la Pace del Re (o di Antalcida): il re persiano Artaserse II si impegnava teoricamente a combattere con ogni mezzo coloro che l’avessero infranta. La guerra non fu vinta tecnicamente da Sparta che, anzi, aveva tradito i Greci d’Asia; in quanto garanti del principio dell’autonomia e della libertà (cui Agesilao II diede un’interpretazione rigidamente funzionale agli interessi di Sparta), vinsero però la pace. La clausola dell’autonomia, dal punto di vista di Sparta, non richiedeva lo scioglimento della lega del Peloponneso: l’autonomia degli alleati era formalmente rispettata e non venivano loro richiesti tributi. In base allo stesso principio gli Spartani imposero ai Tebani lo scioglimento della lega beotica. Lo stesso discorso valse per Argo e Corinto che, nel corso della guerra, si erano unite per costituire un’unica polis; ritornarono nuovamente poleis distinte. Sparta colpì poi un ex-alleato ritenuto poco fedele: essa impose che Mantinea (385) abbattesse le proprie mura e che fosse divisa in quattro villaggi autonomi; un evidente abuso del principio dell’autonomia (applicato ai villaggi costitutivi).

La percezione dei contemporanei mutò drasticamente quando Febida, nel 382, fu affidata la guida di una spedizione contro Olinto, responsabile della costruzione di una federazione di città della Calcidica, in aperta violazione alla Pace del Re; mentre era in marcia Febida colse l’occasione per occupare l’acropoli di Tebe (Cadmea) e Agesilao II (ideatore del piano?) difese il suo operato nel dibattito successivo. Agesipoli (figlio di Pausania II) era contrario ad una politica così irrispettosa della pace e dell’autonomia delle poleis greche, ma Agesilao “era favorevole alla guerra e aspirava al dominio sui Greci (Diodoro). Perfino Senofonte dovette riconoscere che quest’occupazione costituì una palese ingiustizia (pur non accusando il suo benefattore Agesilao II), che gli dei non avrebbero tardato a punire. Febida fu multato, ma a Tebe la guarnigione spartana rimase, così come in molte altre poleis vennero collocati presidi e armosti. La politica imperialista di Agesilao II si accompagnò a una riorganizzazione della Lega del Peloponneso. In primo luogo gli alleati potevano adesso versare denaro al posto di uomini, utilizzato per assoldare mercenari, sempre più presenti negli eserciti greci di questo periodo. In secondo luogo la lega venne divisa in dieci distretti, ciascuno obbligato a fornire un’eguale quota di opliti per le spedizioni militari; gli Spartani, fra cittadini e perieci, costituivano solo uno dei dieci distretti, a dimostrazione della sempre maggiore sproporzione tra il potere egemonico di cui disponeva Sparta e la consistenza del suo contributo militare.

Il sistema spartano era intrinsecamente fragile. Nel 379 gli esuli tebani, che si erano rifugiati ad Atene, rientrarono in città e cacciarono il presidio spartano presente sulla Cadmea. L’anno successivo, d’estate, Sfodria, armosta di stanza a Tespie (Beozia), senza l’autorizzazione delle autorità spartane (?), attaccò il Pireo di sorpresa; il suo attacco, per il sopraggiungere dell’alba, fallì, ma creò una grave crisi diplomatica con Atene. In un primo momento gli Spartani si salvarono promettendo che avrebbero punito Sfodria mettendolo a morte. Sfodria era legato politicamente al re agiade Cleombroto (succeduto ad Agesipoli, morto di febbre mentre conduceva una campagna contro Olinto). Non essendo legato ad Agesilao II la punizione sembrava inesorabile: il figlio di Sfodria però, Cleonimo, era l’eromenos di Archidamo, figlio di Agesilao II ed erede al trono euripontide. Per compiacere Cleonimo, Archidamo intervenne presso il padre in difesa di Sfodria, e Agesilao ne favorì l’assoluzione: Sfodria era colpevole, ma, con pochi uomini, era poco saggio condannare un uomo che durante tutte le fasi della vita (educazione) aveva sempre agito con onore per il bene di Sparta. La mancata condanna irritò gli Ateniesi, che si stavano già adoperando per la costruzione di una nuova alleanza navale anti-spartana. Il decreto fondativo della lega (Decreto di Aristotele), dichiarava espressamente l’intenzione ateniese di rispettare l’autonomia delle poleis che vi avessero aderito, lamentando al tempo stesso il fatto essa fosse necessaria perché gli Spartani non lasciavano i Greci liberi e autonomi. Per Sparta la vera minaccia non era Atene, ma Tebe. Tebe aveva aderito alla nuova lega navale ateniese, ma in realtà stava già progettando di ricostruire sotto la sua guida la lega Beotica. Gli Spartani condussero una serie di campagne in Beozia per impedirlo (dal 376 guidate da Cleombroto, Agesilao II anziano e fuori dai giochi), ma vennero sconfitti a Tegira nel 375 (due battaglioni subirono gravissime perdite). I Tebani detenevano oramai il controllo su quasi tutta la Beozia; quando Platea, storicamente alleata di Atene, fu presa e distrutta dai Tebani (373) gli Ateniesi realizzarono il pericolo dato dalla crescente potenza tebana e si allearono con gli Spartani.

7.2 Il collasso del dominio spartano

A Sparta (anni Settanta IV secolo) fu chiaro a tutti che gli Spartani non disponevano più della forza necessaria per esercitare da soli un ruolo egemonico sull’intera Grecia continentale. Nel 371 ci si riunì pertanto a Sparta per rinnovare i termini di una pace comune. Atene e Sparta speravano di essere nuovamente le due egemoni della Grecia continentale, ma il principio di autonomia stava sempre più stretto ai Tebani: essi chiesero di poter giurare la pace a nome di tutti i Beoti. Quando Agesilao II si dimostrò inflessibile su questo punto e intimò ai Tebani di lasciare autonoma la Beozia, Epaminonda replicò che questo principio doveva valere anche per la Laconia. Queste dure parole mettevano in dubbio il diritto degli Spartani di parlare a nome di tutta la lega del Peloponneso e dei Perieci: la legittimità stessa di una minoranza politica di Spartiati che decideva per tutti veniva messa in discussione. Agesilao II, irritato, cancellò dal trattano i Tebani, che furono gli unici esclusi. Da un lato gli Spartani rispettarono il principio del trattato ritirando i loro armosti e presidi; dall’altro ordinarono al re Cleombroto (in Focide) di invadere la Beozia per costringere i Tebani ad accettare l’autonomia delle poleis della regione. Cleombroto, sospettato già in passato di essere filo-tebano, affrontò i Tebani in campo aperto per evitare l’esilio; lo scontro ebbe luogo a Leuttra (371) e gli Spartani, pur essendo superiori di numero, subirono una pesante sconfitta grazie alle innovazioni militari introdotte da Epaminonda. Quest’ultimo rese l’ala sinistra la migliore dell’esercito beota e, prima di affrontare lo schieramento più forte spartano (tradizionalmente l’ala destra), la rinforzò nel numero di file: 1000 Lacedemoni rimasero sul campo; dei 700 Spartiati ne perirono ben 400, fra cui lo stesso Cleombroto, i giovani hippeis schierati a sua protezione e parte dello stato maggiore dell’esercito. La battaglia di Leuttra fu percepita come un evento epocale, tanto inaspettato da sembrare quasi soprannaturale. Le perdite furono considerevoli nel quadro del già declinante numero di Spartiati, ma Sparta non era mai stata sconfitta in modo così umiliante sul campo di battaglia ed era dai tempi di Leonida I che un re spartano non moriva in battaglia. Per Aristotele Sparta “non fu capace di resistere ad una sola disfatta ed andò in rovina per mancanza di uomini”. A Sparta si era nell’ultimo giorno delle Gimnopedie e gli efori, pur avendo saputo l’esito della battaglia, non interruppero l’esecuzione del coro degli uomini; essi comunicarono poi il nome dei caduti, raccomandando alle donne di sopportare in silenzio il dolore; il giorno dopo, mentre i parenti dei superstiti, vergognandosene, evitavano di farsi vedere in pubblico, quelli delle vittime si aggiravano per la polis con volto sereno. Perfino la morte di Cleonimo, caduto in battaglia assieme al padre Sfodria, non rattristò Archidamo: egli disse con orgoglio che il giovane di cui era stato l’erastes non gli aveva arrecato vergogna; Cleonimo era stato il primo dei cittadini a morire in battaglia combattendo di fronte al proprio re. Gli efori decretarono per la prima volta la mobilitazione di tutte le classi di leva fino ai sessant’anni. Gli Spartiati sopravvissuti costituivano un problema: per non essere morti accanto a Cleombroto, essi si configuravano come “fuggiaschi” e dovevano essere puniti con la perdita dei diritti politici; per evitare un’ulteriore diminuzione del numero di cittadini Agesilao II risolse il problema stabilendo che per quel giorno era opportuno lasciar ‘dormire’ le leggi.

La vittoria tebana ebbe conseguenze immediate negli equilibri peloponnesiaci. Mantinea tornò a costituire una singola città e ricostruì le sue mura; su suo impulso si formò un’alleanza anti-spartana formata dalla maggioranza degli Arcadi, che si unirono in una federazione, e dalle poleis di Elide e di Argo. Questa alleanza richiese naturalmente l’aiuto di Tebe, che nell’inverno del 370-369 discesero nel Peloponneso al comando di Epaminonda. Pur sapendo delle difficoltà di accesso alla valle dell’Eurota, i Tebani si lasciarono convincere a attaccare Sparta, confidando in una sollevazione di perieci. Sparta per la prima volta doveva difendere la propria città da un esercito nemico, indifesa com’era essendo priva di mura. Gli Spartani promisero la libertà agli iloti che avessero preso le armi contro gli invasori (6.000 in tutto); quando gli Spartani videro gli iloti armati e schierati al proprio fianco, ne ebbero però timore perché “parevano davvero essere troppi”. La pianura fu saccheggiata, ma Epaminonda preferì evitare un combattimento estenuante casa per casa e si diresse prima verso Gytheion, che assediò per qualche giorno, e poi in Messenia. La liberazione della Messenia segnò molto più di qualsiasi sconfitta l’irreversibilità del declino spartano (Senofonte la omette); molte proprietà dei suoi cittadini si trovavano in quell’area e la loro perdita aggravò la loro condizione economica (rischio di perdita della cittadinanza). Epaminonda patrocinò la fondazione di Messene (369) ai piedi del monte Ithome (corpo civico formato dagli iloti e perieci della Messenia

Per molti decenni gli Spartani non riconobbero la legittimità della nuova polis: dal loro punto di vista la Messenia era solo una nozione geografica che si riferiva ad una parte del proprio territorio e i suoi abitanti erano solo degli iloti. Oltre a Messene, nacque anche la polis di Megalopoli, nata dal sinecismo di numerose comunità dell’Arcadia meridionale. Anche in questo caso la fondazione fu decisa da Epaminonda: essa però non fu solo una scelta strategica per isolare Sparta circondandola di poleis ostili legate ai Tebani. Nello stesso periodo emersero nuove identità etniche che si dettero nei primi decenni del IV secolo delle nuove entità statuali che ridefinirono la mappa del Peloponneso. Gli Spartani fino ad allora avevano avuto buon gioco a controllare la lega peloponnesiaca proprio per questa limitata strutturazione politica di alcune sue alleate (Elide, Arcadia): per averle sotto controllo bastava intessere dei legami clientelari con i gruppi dominanti che dominavano queste comunità. Queste nuove entità si strutturavano come polis o strutture federali e la loro identità etnica le rendeva molto coese; favorendo una maggiore partecipazione politica, queste nuove entità politiche erano tendenzialmente democratiche e anti-spartane. L’egemonia sul Peloponneso, per tutte queste ragioni politiche, demografiche e militari (calo numero Spartiati, perdita Messenia) non era più recuperabile e la stessa lega appariva ormai perduta. Qualcosina riuscirono ancora a fare: in assenza dei Tebani, gli spartani vinsero la “battaglia senza lacrime” (non vi furono caduti da parte spartana) contro una coalizione di Arcadi, Messeni e Argivi, ma era troppo tardi: Sparta non poteva più proteggere gli alleati che le erano rimasti fedeli e fu costretta a lasciar liberi i Corinzi di concludere una pace separata con Tebe nel 365. Il cardine della lega peloponnesiaca, quello di seguire gli Spartani ovunque essi li conducessero, venne così messo; gli Spartani concessero di cessare le ostilità agli alleati che non erano più disposti a combattere al loro fianco. Gli Spartani avrebbero continuato a combattere a oltranza: mai avrebbero accettato di perdere la Messenia, che avevano ricevuto dai loro padri.

7.3 Verso l’Ellenismo: isolamento e irrilevanza

Epaminonda nel 362 discese nuovamente nel Peloponneso su sollecitazione degli Arcadi. Le circostanze erano cambiate: gli Elei e Mantinea avevano abbandonato l’alleanza con Tebe e si erano riavvicinate a Sparta; Atene si unì a loro, timorosa che, un’ulteriore vittoria tebana, avrebbe sancito definitivamente l’egemonia di Tebe. Epaminonda puntò su Sparta, ma un deciso contrattacco spartano lo fece desistere; ripiegò allora nel territorio dell’Arcadia, dove, nella piana di Mantinea, i due eserciti si scontrarono. La coalizione guidata da Epaminonda vinse sul campo, ma la sua dipartita vanificò la vittoria. A questo scontro seguì il celebre commento di Senofonte a conclusione delle “Elleniche”, secondo il quale, in Grecia, regnava oramai una grandissima confusione, dato che nessuna poleis era riuscita ad instaurare un’egemonia solida e durevole. Bisogna però ammettere che una vittoria spartana non avrebbe davvero mutato né il corso degli eventi né invertito la dinamica declinante della loro società: Sparta, privata di metà del suo territorio e delle ricchezze della Messenia, non era nemmeno più in grado di esercitare una politica egemonica nel Peloponneso e iniziò (anni Cinquanta) ad isolarsi politicamente essendo oramai una potenza sempre più di secondo piano.

Questo spiega la disattenzione storiografica verso quanto avveniva a Sparta: fino alla metà del III secolo disponiamo infatti di fonti molto limitate. Sul regno dell’irrilevante (?) re agiade Cleomene II, lunghissimo (regnò sessantun anni fino al 309), non sappiamo assolutamente nulla. Il contrasto tra la fama di Sparta e la situazione post 362 si può osservare con la spedizione che Agesilao II, ormai ottantenne, condusse in Egitto (360) per far fronte alla difficile situazione finanziaria della polis. Egli, sostenendo i ribelli persiani contro il re di Persia, agiva di fatto come un mero mercenario. Gli Egiziani, vedendolo così anziano e malconcio, lo derisero (una considerazione di Plutarco sulla mutevolezza dei destini umani?), ma egli si fece valere; al comando di 1.000 opliti, forse Spartiati declassati, Agesilao II fu coinvolto nelle faide interne tra i capi dei ribelli, offrendosi al miglior offerente; quando era sul punto di tornare a Sparta coi soldi guadagnati in Egitto morì però in Libia. Agesilao fu solo il primo di una serie di re o principi spartani che si allontanarono da Sparta per assumere il ruolo di condottiero all’estero. Il regno del figlio Archidamo III coincise con l’emergere della potenza macedone. La terza guerra sacra consentì a Filippo II di intromettersi negli affari della Grecia. Archidamo III sostenne come poté (anche finanziariamente) i sacrileghi Focesi, ma si astenne dal farsi coinvolgere in azioni militari: quando Filippo II strinse un’alleanza con Messene, Megalopoli e Argo, rinnovando il progetto tebano di isolare Sparta, ad Archidamo III non rimase che adeguarsi ai nuovi rapporti di forza e imbarcarsi come aveva fatto il padre a soccorrere le colonie spartane di Litto (contro Cnosso) e Taranto. Le fonti antiche enfatizzano il legame di consanguineità tra Taranto e Sparta per sostenere l’intervento di Archidamo III contro gli Italici; dovette però contare molto la consistenza dell’ingaggio. Archidamo III morì combattendo contro i Messapi nel 338, lo stesso anno in cui Filippo II s’impose in Grecia sconfiggendo gli Ateniesi e i Tebani nella battaglia di Cheronea. Sparta era così isolata da essere l’unica polis a non aderire alla lega di Corinto, lo strumento con cui Filippo unì i Greci sotto la sua egemonia per attaccare i Persiani. Né Filippo II né Alessandro Magno si curarono granché di Sparta: gli Spartani non parteciparono alla spedizione che Alessandro Magno condusse a partire dal 334 in Asia; anzi, per celebrare la sua prima vittoria nella battaglia di Granico, Alessandro inviò ad Atene trecento armature catturate ai Persiani, chiarendo, nell’iscrizione che accompagnava la dedica della dea, che a offrirle erano “Alessandro e tutti i Greci eccetto Sparta”.

Involontariamente questa iscrizione, rimarcando così esplicitamente l’assenza degli Spartani, ne sottolineava il loro ruolo politico ancora considerevole. I Persiani infatti li riconoscevano come tali: nel tentativo di allontanare l’esercito di Alessandro Magno dall’Asia, essi ricorsero all’usuale strategia di fornire agli Spartani i mezzi finanziari per suscitare una rivolta in Grecia arruolando mercenari. Il grande progetto fu vanificato dalla velocità con cui il sovrano macedone ebbe la meglio su Dario III, ma l’euripontide Agide III, il figlio di Archidamo III, utilizzò comunque il denaro dei Persiani per una azione militare. Più che liberare la Greca dai Macedoni, essa forse intendeva ripristinare l’egemonia Spartana nel Peloponneso; forse Agide III sognava anche di riprendersi la Messenia. Agide III fu però sconfitto nella battaglia di Megalopoli (331-330) da Antipatro, che Alessandro Magno aveva lasciato come reggente in Macedonia in sua assenza, e morì eroicamente (secondo le fonti) nello scontro. Alessandro ironizzò sulla battaglia soprannominandola “battaglia di topi”; gli eserciti per entrambi i contendenti erano molto consistenti, ma essa, rispetto alle grandi vittorie che stava ottenendo in Oriente, doveva sembrargli ben poca cosa. Come garanzia di buon comportamento futuro, cinquanta Spartiati appartenenti all’élite cittadina furono consegnati ad Antipatro.

Questa nuova sconfitta segnò il definitivo ripiegamento di Sparta. La tradizione letteraria colloca infatti nei primi anni dell’età ellenistica l’erezione di una cinta muraria, resasi necessaria per le ripetute invasioni della Laconia (prima essa fu solo una palizzata di legno; le mura individuate dagli archeologi sono della fine del III secolo). Gli episodi su cui le fonti si soffermano sono pochi: alcune spedizioni oltremarine, l’invasione della Laconia di Pirro (re dell’Epiro e in quel momento della Macedonia) e la guerra cremonidea (267-261: Areo I, con Atene e il supporto di Tolomeo II, re di Egitto contro il macedone Antigono Gonata in nome della libertà della Grecia). Areo morì durante la guerra cremonidea presso Corinto (265), ma fu un re importante per la storia di Sparta. Egli durante il suo lungo regno trasformò la regalità spartana sul modello di quelle ellenistiche. Sulle prime monete d’argento spartene (coniate in verità al di fuori di Sparta per pagare i mercenari assoldati per la guerra cremonidea) compare il nome del re Areo, ignorando che a Sparta di re ve ne erano ancora due. Durante il suo regno cambiarono anche i costumi che segnavano la ‘diversità’ degli Spartani: i sissizi (Filarco) abbandonarono la loro consueta sobrietà e introdussero cibi raffinati (seconda parte del pasto); nei decenni successivi il ripristino delle istituzioni ancestrali fu spesso al centro delle violente lotte politiche spartane.

7.4 Gli ultimi re: Agide IV, Cleomene II e Nabide

Nella seconda metà del III secolo Sparta tornò ad assumere (temporaneamente) un ruolo rilevante all’interno del Peloponneso; le fonti pertanto sono più numerose, soprattutto per Agide IV, Cleomene III e Nabide, colui che per ultimo a Sparta si fregiò del titolo di re. Come fonti abbiamo Plutarco, che scrisse due biografie un po’ idealizzanti (dalla fonte Filarco) su Agide IV e Cleomene III, di assoluta importanza; Polibio e sulla sua scia Tito Livio, offrono al contrario un’interpretazione tirannica di Cleomene III e (soprattutto di Nabide). Per ripristinare il ruolo egemonico di Sparta nel Peloponneso era necessario offrire una risposta alle ragioni sociali della crisi della polis. Alla metà del III secolo, il numero degli Spartiati si era ridotto a 700 unità; solo cento Spartiati però possedevano una terra e un lotto. Gli Spartiati esclusi, privi di onore e risorse, vivevano in città e attendevano l’arrivo di un cambiamento e di una rivoluzione, combattendo senza ardore nelle guerre esterne e nella difesa della polis. La rivoluzione spartana di III secolo non fu prodotta dal basso, ma fu promossa dal vertice stesso della società da alcuni sovrani che, come Areo, erano stati influenzati dal modello della regalità ellenistica. Tale regalità si fondava sul legame tra il re e il suo esercito; praticare una politica di potenza era impossibile senza la ricostruzione di un corpo cittadino di proprietari terrieri dediti all’esercizio delle armi e legati al sovrano (i mercenari ovviavano a questo problema solo in parte). A Sparta non era possibile operare cambiamenti istituzionali, se non legittimandoli come un ritorno all’originaria costituzione di Licurgo; sia i promotori delle riforme sia il ristretto gruppo degli oligarchi che vi si opponevano, cercavano ovviamente di piegare le istituzioni licurgiche ai propri interessi. La lotta politica fu estremamente violenta e prevedeva anche l’eliminazione fisica dei propri avversari.

Agide IV (euripontide) ascese al trono nel 244. Plutarco lo presentò come un giovane idealista che, benché ricchissimo e cresciuto negli agi, assunse subito un comportamento spartano. Si adoperò subito per restaurare la pretesta eguaglianza introdotta da Licurgo: in primo luogo egli pianificò una totale abolizione dei debiti e una redistribuzione egualitaria delle terre (4.500 lotti per gli Spartiati nella valle dell’Eurota e 15.000 per i perieci nel restante territorio della Laconia). Era quindi previsto che il numero degli Spartiati fosse integrato concedendo la cittadinanza a chi possedesse alcuni criteri (perieci, stranieri): un’educazione da uomini liberi, essere nel fiore dell’età ed essere fisicamente idonei. Infine Agide IV impose il ripristino dei costumi tradizionali, ivi compresi i sissizi in cui distribuire il nuovo corpo cittadino. Il piano di Agide IV fu presentato dall’eforo Lisandro al consiglio degli anziani, ma venne respinto per un solo voto: l’ostilità dell’altro re, Leonida II, a cui facevano riferimento i ricchi proprietari terrieri ostili alla distribuzione delle terre, era evidente. L’eforo Lisandro, tramite alcune antiche norme che Leonida II avrebbe violato, lo fece destituire (successore: Cleombroto II) e così la riforme venne approvata. Stranamente venne solo attuata la parte inerente all’abolizione dei debiti. Lo zio di Agide IV, Agesilao, fu eletto all’eforato l’anno successivo e ritardò la distribuzione delle terre; Agesilao, secondo Plutarco, era un proprietario indebitato e aveva ogni interesse nell’abolizione dei debiti, ma nessuno nella redistribuzione fondiaria. Quanti erano avversi alle riforme ebbero quindi tutto il tempo per reagire e i rapporti di forza si capovolsero: Nel 241 Leonida II riottenne il trono, Cleombroto II fu costretto ad andare in esilio e Agide fece una brutta fine: egli si rifugiò dapprima nel santuario di Atene Chalkioikos, ma poi ne era stato condotto fuori con l’inganno e venne arrestato e ucciso.

Cleomene III, il figlio di Leonida II, riprese e attuò i progetti di riforma. Leonida II gli diede in sposa la vedova di Agiade IV, Agiatide: ella fu rappresentata da Plutarco in modo abbastanza stereotipato come una tipica donna spartana dal carattere forte, in grado di condizionare le scelte politiche dei propri uomini. Secondo il racconto di Plutarco ella trasmise a Cleomene III le idee rivoluzionarie del primo marito. Il quadro sociale esistente a Sparta non consentiva a Sparta di rispondere alle minacce esterne: verso il 240, durante un’incursione in Laconia, gli Etoli catturarono un numero considerevole di iloti (Plutarco esagera: 50.000). Era necessario intervenire in modo deciso. Divenuto re nel 235, Cleomene III dovette innanzitutto confrontarsi con la lega achea, che in quegli anni si stava imponendo come potenza egemone del Peloponneso sotto la guida di Arato di Sicione. Forte dei primi successi ottenuti contro gli Achei (la presa e il saccheggio di Megalopoli!), Cleomene nel 227 attuò il suo piano: egli ridistribuì le terre, costituì quindi un esercito cittadino di 4.000 opliti e ristabilì i ginnasi e i sissizi. Per non incontrare opposizioni, eliminò fisicamente il consiglio degli efori, abolendo la magistratura in toto in quanto non licurgica; forse avrebbe soppresso anche la gerousia (le fonti non ci riferiscono loro notizie), ma è probabile che molti fossero stati effettivamente esiliati. Fu introdotta invece la carica del patronomos (“guardiani della tradizione patria”) dai poteri ben più limitati. Egli mise fine alla doppia regalità degli Agiadi e degli Euripontidi: l’ultimo erede della dinastia, esule dopo la morte di Agiade IV, venne assassinato al suo ritorno a Sparta; al suo posto Cleomene lo sostituì con il proprio fratello Euclida. Cleomene III con questa mossa non stava rispettando formalmente la doppia regalità: la regalità spartana era oramai assimilata a quella ellenistica e per i monarchi ellenistici era comune associare al regno un proprio congiunto.

Il potere assoluto esercitato da Cleomene III gli permise di condurre una politica aggressiva nei confronti della lega achea, tanto che quest’ultima sembrava ormai disposta a riconoscere l’egemonia di Sparta e il comando stesso della lega (achea). Arato di Sicione temeva certamente la forza di Cleomene III, ma aveva anche paura che le idee di rivoluzione sociale del re spartano si diffondessero nel resto del Peloponneso: per questo richiese l’aiuto del re di Macedonia, Antigono Dosone. Di fronte alla discesa dell’esercito macedone, Cleomene III offrì agli iloti la possibilità di comprare la propria libertà e ottenne così la somma necessaria per finanziare lo sforzo militare, soprattutto tramite l’arruolamento di mercenari. Egli fu però sconfitto nel 222 nella battaglia di Sellasia (Lacedemoni, alleati e mercenari: 20.000 uomini) e fu costretto a rifugiarsi in Egitto. Antigono occupò Sparta (prima volta) e ristabilì la costituzione degli avi (patrios politeuma); con questo atto potrebbe aver reinsediato il collegio degli efori. Alla morte di Cleomene III, gli Spartani provarono a ripristinare la doppia regalità, ma la scelta dei membri degli Agiadi e degli Euripontidi non fu felice e provocò solo un’ulteriore discesa in Laconia dei Macedoni (Filippo V).

Il quadro degli eventi degli anni successivi è sempre più caotico. Dopo una rovinosa sconfitta subita dagli Achei in un’ennesima battaglia di Mantinea (207), emerse la figura di Nabide. Egli era il figlio di un certo Demarato e ciò implica che abbia rivendicato una pretesa discendenza dall’omonimo re euripontide vissuto tre secoli prima. Nabide è un re ellenistico a tutti gli effetti: conia monete con il proprio ritratto, dispone di un palazzo reale e intrattiene rapporti diplomatici con gli altri regni ellenistici che gli riconoscono il titolo di basileus. Nabide fu il primo spartano a doversi confrontare con i Romani (tema storiografia; fonti romane: tiranno), ormai proiettati verso il Mediterraneo orientale dopo la vittoria sui Cartaginesi. La sua posizione anti-macedone gli aveva assicurato inizialmente buoni rapporti con i Romani, in quel momento impegnati nella guerra contro Filippo V; il suo comportamento era stato però troppo ambiguo: egli infatti aveva occupato Argo contando sulla complicità dello stesso re macedone. Quando Tito Quinzio Flaminino ebbe sconfitto i Macedoni ed ebbe proclamato la libertà delle poleis greche ai giochi istmici del 196, l’occupazione di Argo non era più gradita. L’anno successivo pertanto i Romani discesero per la prima volta in Laconia. Nabide non poté fare nulla di fronte alla disparità di forze e fu costretto ad accettare le durissime condizioni di pace che gli vennero imposte, ma fu lasciato sul trono. In seguito, sfruttando la confusione che seguì al suo assassinio (192), gli Achei guidati dal loro stratego Filopemene occuparono Sparta e la incorporarono nella lega achea.

7.5 Dall’adesione alla lega achea alla pax romana

La resa di Nabide (195) aveva posto fine alla secolare dipendenza delle poleis perieciche; Flaminino aveva sottratto a Sparta il controllo delle città costiere della Laconia, ponendole sotto la tutela degli Achei; nello stesso anno o di lì a poco, esse si federarono in una lega, il koinon dei Lacedemoni. Sparta, ora priva di un accesso al mare, non era più l’unica entità politica della Laconia. La servitù ilotica non durò a lungo: l’ultima loro apparizione nelle fonti risale al regno di Nabide. Il sovrano ne aveva già affrancati parecchi, ma, forse, la loro condizione giuridica fu formalmente abolita nel 195, quando Flaminino ne liberò altri come ricompensa per la loro collaborazione contro Nabide, o forse scomparve piano piano negli anni seguenti. I rimasugli delle istituzioni licurgiche vennero abrogate qualche anno dopo (temporaneamente). A Sparta prese il sopravvento la fazione anti-achea, che mal sopportava l’alleanza forzosa con Filopemene (nel 192 Sparta fu incorporata forzosamente alla lega achea). Nel 189 essi attaccarono la cittadina di Las (penisola Tenaro), dove si erano rifugiati gli esuli filo-achei; Filopemene intervenne di nuovo a Sparta, ottenendo (188) con le minacce la consegna degli esponenti della fazione a lui ostile, che furono messi a morte, l’abbattimento delle mura e l’abrogazione delle leggi e dei costumi di Licurgo (Tito Livio: per gli Spartani era un grande sacrificio). Sparta fu costretta ad assumere gli ordinamenti della lega achea e a riconoscerne i magistrati e i decreti.

Sparta si ritrovò lacerata dalle lotte tra fazioni, tanto che, nel 184-183, essa inviò a Roma ben quattro delegazioni che si facevano interpreti di interessi diversi. I Romani non erano intervenuti nel 188, ma, non avendo apprezzato affatto gli eccessi di Filopemene, fecero diverse concessioni: Sparta doveva rimanere dentro la lega achea, ma poteva ricostruire le mura e riadottare i costumi tradizionali (146 è l’opzione alternativa). Il rapporto tra Roma e la lega achea cominciò nei decenni successivi a sfaldarsi e Sparta divenne per i Romani un interlocutore privilegiato. In questo senso, tra i membri dell’élite romana iniziò a diffondersi il mito di Sparta e ci furono delle riflessioni tra le somiglianze fra le istituzioni delle due città: Sparta comprese che per salvaguardare i propri costumi e le proprie istituzioni bisognava abbracciare “il mondo nuovo che Roma stava instaurando”. Certi dell’appoggio di Roma, Sparta abbandonò la lega achea (148): gli Spartani vennero sconfitti, ma il senato romano confermò comunque la loro indipendenza. La lega achea si sollevò disperatamente contro i Romani: Lucio Mummio vinse facilmente le forze della lega achea, che sciolse, e rase al suolo Corinto (146). A Sparta fu invece riconosciuta la condizione di civitas libera. Gli Spartani erano formalmente liberi, ma non potevano che muoversi nell’orbita del grande impero mediterraneo di Roma. La necessità di avere dei forti protettori nel nuovo centro del mondo li spinse a diventare clienti della famiglia dei Claudii. Sparta fu poi coinvolta, suo malgrado, nelle guerre civili: nella prima tra Cesare e Pompeo essa si schierò, come tutte le altre, con quest’ultimo, mentre in quella fra i cesariani e i cesaricidi gli Spartani appoggiarono i triumviri Gaio Ottaviano e Marco Antonio (a caro prezzo: 2.000 soldati caduti a Filippi); nella terza guerra civile tra Ottaviano e Antonio Sparta fece la scelta giusta poiché fu una delle poche poleis greche a patteggiare per il futuro imperatore Augusto. Lo spartano Euricle, figlio di un certo Lacare che Antonio aveva messo a morte con l’accusa di pirateria, guidò un piccolo contingente navale nella battaglia di Azio (31) e fu premiato per la sua fedeltà con la cittadinanza romana (Gaio Giulio Euricle). Nel mondo pacificato da Ottaviano (ora Augusto), egli ottenne la presidenza degli Actia, i giochi istituiti a commemorazione della vittoria di Azio, e, grazie al suo forte amicizia con l’imperatore, poté esercitare un potere su Sparta non troppo dissimile a quello monarchico per un quarto di secolo (legittimazione costituzionale incerta). Euricle fu accusato per ben due volte di fronte ad Augusto dall’aristocrazia spartana (erano assoggettati dal figlio di un pirata!). Nella seconda occasione (tra 7 e 2) Augusto prese atto che Euricle abusava della sua amicizia e lo esiliò. Euricle fu riabilitato post mortem e i suoi discendenti continuarono ad esercitare sulla città un potere dinastico fortissimo che ebbe termine solo con il principato di Nerone (ritorno ad un governo ‘repubblicano’). Dopo il suo esilio l’imperatore riorganizzò la lega dei Lacedemoni che assunse il nome degli Eleutherolakones (“I Laconi liberi”). Dall’età dei Flavi a quella dei Severi (I d.C a III d.C.) il numero delle iscrizioni spartane aumenta in modo rilevante (liste di magistrati, culti, festività cittadine). Ciò ci permette di capire come Sparta, una città qualunque della provincia romana di Acaia, si confrontò con il proprio passato, utilizzandolo abilmente per costruire la propria identità d’eccezione.

7.6 La città musealizzata

Nel 21 Augusto aveva visitato Sparta. Augusto restituì a Sparta il possesso dell’isola di Citera (proprietà privata di Euricle), prese parte ai sissizi. Non erano più i pasti in comune cui tutti i cittadini erano tenuti a partecipare quotidianamente, ma è particolare che esistessero ancora in qualche forma. Augusto si comportò, come molti altri nobili romani da ‘turista’, alla ricerca dei luoghi del suo grande passato. Un viaggio di formazione culturale in cui si visitava Atene, con i suoi monumenti e le sue scuole filosofiche o oratore, e Sparta. Quest’ultima non era famosa per i suoi monumenti: la si visitava per osservare dal vivo le sue disciplinate istituzioni, o quanto ne rimaneva: i sissizi e l’educazione collettiva. Essi, opportunatamente modificati e ritualizzati, la rendevano un ‘museo vivente’. Tra le figure che vi avevano soggiornato troviamo anche Cicerone e il filo-ellenico imperatore Adriano (124-125 e 128-129), che amavano la cultura greca. Per Sparta la riproposizione delle sue usanze (alcune arcaicizzate) erano un modo per affermare la propria identità. Si tenevano ancora per esempio dei riti nel santuario di Artemide Orthia (un cult per l’élite colta del principato): i ragazzi che vincevano le competizioni erano ancora inquadrati in gradi di età annuali e dedicavano ancora un falcetto alla dea. La continuità è solo apparente: queste pratiche non erano più un’espressione viva della società spartana, integrata con le altre istituzioni cittadine: esse erano solo dei costumi riservati ai giovani dell’aristocrazia cittadina per un periodo limitato di tempo (16-20). I riti che vi si svolgevano erano un po’ diversi. In età classica l’abilità dei ragazzi consisteva nel rubare i formaggi evitando i colpi delle fruste; in età romana il rituale si esauriva nell’atto della fustigazione: il vincitore era chi sopportava meglio le frustate in silenzio. Una tradizione letteraria enfatizzava che il sangue dei ragazzi fustigati bagnava l’altare della dea a tal punto che alcuni di essi sarebbero morti durante il rito; la fascinazione per gli spettacoli violenti e pieni di sangue apparteneva però alla cultura romana (gladiatori). Le istituzioni richiamavano la tradizione spartana, pur conservando le istituzioni tipiche di una città provinciale romana. C’era il patronomos, relegato alla funzione onorifica di magistrato eponimo e tre principali magistrature: i cinque efori, i cinque nomophylakes (“guardiani delle leggi”) e la gerousia. Di queste istituzioni si conservava solo il nome: gli efori assieme ai nomophylakes costituivano la synarchia, il comitato congiunto di dieci magistrati che aveva la funzione probuleutica; i membri della gerousia non dovevano più avere sessant’anni e, oltre a essere solo 23, formavano assieme alla synarchia un consiglio (boule) di trentatré membri. Gli Spartani fecero dei maneggi per mantenere un’apparente continuità con il passato (somma efori e anziani in età precedente era uguale all’attuale numero della bulè).

Da un punto di vista urbanistico la città non aveva nulla della Sparta arcaica e classica, ancora formata da una pluralità di villaggi. Adesso, racchiusa all’interno delle mura di età ellenistica, essa ora era divisa nelle quattro ripartizioni di Pitane, Limne, Mesoa e Cinosura. Esse rivendicavano per sé il nome arcaicizzante di obai (suddivisioni civiche nella Grande rhetra), ma non erano più villaggi, bensì quartieri di una città relativamente prospera e sviluppata sotto il profilo urbano. La città attraverso una fase di monumentalizzazione, attraverso l’erezione di un gran numero di templi (ex: quelli per Cesare e Augusto, in posizione importante nell’agora). Nell’età augustea, lungo le pendici dell’acropoli, fu creato il teatro, espressione del mecenatismo di Euricle. Il teatro era collocato poco distante dalle statue di Leonida e Pausania ed era inserito in un’area pregna di valori simbolici: ogni anno, in loro onore, venivano fatti dei giochi e delle declamazioni a cui solo gli Spartani potevano partecipare (festa: Leonidea). Euricle voleva valorizzare nuovamente la grande vittoria sui Persiani (ci fu anche una ristrutturazione del portico dei Persiani) che adesso assumeva un nuovo significato con la rinnovata minaccia ‘persiana’ rappresentata dall’impero dei Parti. Gli imperatori Lucio Vero (162 d.C.) e Caracalla (214 d.C.) richiesero a Sparta delle truppe da impegnare nella spedizione contro i Parti; il secondo volle poi che la gioventù spartana fosse inquadrata all’interno di un lochos di Pitane, quello che, settecento anni prima, si era distinto nella battaglia di Platea.

Il materiale epigrafico, in linea con la tendenza generale del passaggio dal monto antico alla tarda antichità, inizia a rarefarsi (ultimi cataloghi magistrati: metà III secolo d.C.). Nel 268 la discesa degli Eruli in Grecia potrebbe forse aver raggiunto anche Sparta. Sparta fu saccheggiata dai Goti di Alarico nel 396, a seguito del quale venne eretto un nuovo muro di fortificazione; l’abitato si era ridotto di molto (area attorno acropoli). La penetrazione del cristianesimo (già II d.C.) sempre più ampia generò delle tensioni fra la componente cristiana della città e coloro che volevano rimanere fedeli alle tradizioni e ai culti antichi. Il retore Libanio assistette ancora allo spettacolo del santuario di Artemide Orthia, ma sapeva che alcune statue cultuali, nel 365, erano state distrutte ad opera dei cristiani. Fu un processo inarrestabile: un secolo dopo l’apologeta cristiano Teodoreto rimarcava l’abbandono delle leggi di Licurgo che permettevano costumi aberranti (pederastia e matrimoni). La memoria di un grande passato era scomparsa: nel 457 venne nominato un vescovo; nel secolo successivo venne costruita una basilica cristiana sull’acropoli (a pochi passi dal tempio vitale di Atena Chalkioikos). Nel 600 d.C. ci fu l’occupazione slava della valle dell’Eurota. Il sito di Sparta non venne abbandonato del tutto; duecento anni dopo l’imperatore bizantino Niceforo I riconquistò il Peloponneso e lo ripopolò (area Lacedemonia). L’area fu ancora abitata durante gli eventi della quarta crociata, quando un esercito franco discese in Laconia e prese possesso della città, costruendo la fortezza di Mistrà. La città a ridosso della fortezza fu l’ultimo grande centro della cultura bizantina, ma ciò determinò, alla fine del 1200, il definitivo abbandono dell’abitato antico.

Ciriaco di Ancora fu il primo dei viaggiatori dell’Europa occidentale che si recarono a Sparta durante l’età dell’Umanesimo. A quel tempo si credeva che la città bizantina di Mistrà corrispondesse al sito dell’antica Sparta. Il Peloponneso era sotto il dominio ottomano e furono pochi coloro che seguirono il suo esempio. Un certo abate francese, Michel Fourmont si recò a Sparta nel 1730: trascrisse numerose iscrizioni antiche; ne distrusse e ne falsificò altrettante. Il fondatore dell’archeologia spartana è il colonnello britannico William Martin Leake che visitò Sparta durante le guerre napoleoniche: egli descrisse con cura le rovine che poté osservare e cercò di identificare Sparta con l’ausilio delle fonti antiche (libro 1830). Nel 1830 i protocolli di Londra sancirono la piena indipendenza della Grecia dall’impero ottomano; il suo primo re, Ottone I, si insediò ad Atene e accettò (invito abitanti Mistrà) di rifondare Sparta presso il suo antico sito.

In età moderna l’interesse per i testi antichi raggiunse un nuovo apice. Tramite questi testi (Senofonte, Plutarco, Vita di Licurgo) i lettori ebbero un’immagine decisamente idealizzata di Sparta: un modello politico di riferimento. Sparta fu molto amata dalla cultura francese tra l’Illuminismo e la Rivoluzione. Le voci su Sparta nell’Encyclopédie (Cavaliere de Jaucourt) sono decisamente celebrative, ma non tutti i philosophes condividevano le sue lodi sperticate. Voltaire ne offrì uno negativo: Sparta, se messa a confronto con Atene, aveva lasciato ai posteri un lascito culturale scarnissimo; egli non poteva essere attratto da quella città austera perché era convinto degli effetti positivi della ricchezza e del lusso per lo sviluppo delle arti. Nel 1700 furono moltissimi coloro che si lasciarono affascinare, leggendo probabilmente le pagine di Plutarco, dai sobri costumi spartani. Rousseau idealizza l’austerità repubblicana di Sparta (pensando alla sua Ginevra) su un piano puramente astratto e non menziona specifiche istituzioni spartane. Mably mette in relazione la frugalità degli Spartani con le riforme socioeconomiche attuate da Licurgo, valorizzandone in particolare quella fondiaria: da Plutarco egli ricavò probabilmente l’idea di perfetta uguaglianza di ricchezze fra tutti i cittadini e che gli Spartani non possedessero in regime privato le terre assegnate alla loro nascita (a Sparta vigeva la comunità dei beni e gli Spartani disponevano solo dell’usufrutto della terra). Influenzati dalla critica di Rousseau della proprietà privata, questa interpretazione ‘comunista’ influenzò l’azione dei rivoluzionari francesi. Nei suoi discorsi, il leader giacobino Robespierre, si richiamava spesso a Sparta. Che la sua economia fosse basata sulla comunità dei beni era certo, ma Robespierre non credeva che questo modello economico potesse essere adatto alle esigenze della Francia; fu François-Noël Babeuf ad ispirarsi a questo modello economico promuovendo nel 1796 la congiura degli Eguali contro il governo del Direttorio (la proprietà privata era la causa primaria della diseguaglianza fra gli uomini e andava abolita).

Nell’Ottocento il clima postrivoluzionario e l’affermarsi di sistemi politici liberali (ambito anglosassone) eclissò la popolarità di Sparta in favore di Atene. Nel mondo autoritario della Germania di Bismarck, Sparta ebbe sempre un’ottima reputazione. Con il nazionalsocialismo (anni Trenta) ad affascinare di Sparta non era la pretesa redistribuzione delle terre, bensì la questione della razza. Si venne a creare una parentela ideologica e razziale fra la stirpe spartana e quella tedesca (Goebbels, ministro propaganda Terzo Reich: “A Sparta io mi sento come in una città tedesca). Hitler considerava Sparta “il più luminoso esempio di Stato a base razziale della storia umana”. Venne infatti teorizzato che la razza spartana era la stessa dei Tedeschi: i Dori (Spartani) erano giunti per ultimi in Grecia provenendo da nord e avevano pertanto conservato intatta la loro razza ariana. Sparta era dunque, nell’immaginario nazista, uno Stato nordico, razzista e che perseguiva politiche di conservazione della purezza della razza. Le presunte politiche di Sparta, come l’eliminazione dei bambini deformi, davano supporto ideologico alle politiche eugenetiche perseguite dai nazisti. Per educare l’élite tedesca sull’argomento vennero pubblicati pure dei libri: “Lotta per la sopravvivenza di una casta dirigente nordica” (1940). Il libro fu curato dell’archeologo Otto Wilhelm von Vacano e dallo storico Helmut Berve. La Germania era impegnata nello sforzo bellico per assicurare alla razza tedesca il dominio dell’Europa e Sparta e i suoi valori, secondo questo libro, erano il modello a cui ispirarsi; ovviamente non mancò un richiamo alle Termopili e al valore supremo della morte in battaglia. Questo sinistro richiamo si fece sempre più forte man mano che si avvicinava la caduta del Terzo Reich. Nell’Appello alla Wermacht del 30/1/1943), Göring invitava i soldati tedeschi accerchiati a Stalingrado a sacrificarsi seguendo l’eroico esempio di Leonida e dei suoi trecento; così da poter essere onorati con parole simili a quelle della celebre iscrizione che onorava i caduti delle Termopili: “Se tu vai in Germania riferisci che ci hai visti combattere a Stalingrado, come la legge, la legge per la sicurezza del nostro popolo, ci ha comandato. Anche Hitler utilizzò la sorte di Leonida e i suoi per spiegare le ragioni che lo spinsero a non abbandonare la sua capitale con l’armata sovietica alle porte di Berlino (la lotta disperata come eterno valore di esempio)

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale Sparta fu perlopiù ignorata proprio in virtù di questa sinistra associazione. Durante la Guerra fredda la pubblicistica americana avvalorò un’assimilazione tra la democrazia ateniese e quella statunitense e, per converso, tra il militarismo e totalitarismo spartano e quello dei sovietici. Per alcuni decenni successivi il giudizio di Sparta fu negativo proprio per via dell’associazione con le due maggiori ideologie totalitarie del Novecento. Solo in anni ‘recenti’ si è potuto parlare di Sparta in termini neutrali (anni 70) e solo abbandonando il presunto aspetto totalitario della società spartana. Si ripartì di nuovo richiamandosi con le Termopili (“modello predefinito nella coscienza occidentale per costruire il coraggio civico). Il primo film fu del 1962 (The Spartans di R. Maté), ma esso risentì del clima della guerra fredda: gli aspetti più controversi della società spartana furono ampiamente messi in luce (schiavitù o la durezza dell’educazione) e il suo ruolo fu relativizzato a favore di una lettura delle Termopili come sforzo comune di tutti i Greci in nome della libertà. La più recente pellicola di Hollywood dedicata alla battaglia, 300 (Z. Snyder, 2007) è ripresa dall’omonimo fumetto di F. Miller. Anche questo film non nasconde alcuni degli aspetti più controversi della società spartana, ma offre un’immagine della città molto positiva; il film si fa portatore di un messaggio politico: esso tende a modellare la lotta tra Spartani e Persiani come uno scontro di civiltà (ex: Stati Uniti contro Iraq e Afghanistan; l’orda barbarica di Serse assume tratti vagamente arabeggianti e mediorientali). Leonida è un virile patriota mentre Serse è rappresentato in forme sessualmente ambigue. “Ogni epoca ha l’idealizzazione di Sparta che si merita” (A. Warburg), mai neutrale. Oggi Sparta e Leonida sono un brand di successo della cultura pop globale. (T-shirt delle parole di Leonida a Serse: “vieni a prenderle”, molon labe)


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Alessandro Poma
A cura di

Alessandro Poma

Studente di Scienze Storiche

Studente di Scienze Storiche all'Università di Torino. Amo moltissimo la storia dell'antica Grecia (396-362; 323-281 a.C.).

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