La Verità nel Medioevo non importa
Nel Medioevo, se finivi in tribunale, a nessuno fregava assolutamente nulla della verità. L'unico, vero obiettivo dei giudici era farti smettere di dare fastidio, a qualunque costo e con qualunque mezzo.
Se pensate che la giustizia dell'anno Mille fosse una faticosa indagine stile CSI per trovare il colpevole, avete sbagliato tutto. Nell'Italia post-carolingia (che inizia alla fine del IX secolo), la legge era un martello per imporre la pace sociale, e non quindi un bisturi per estrarre la verità, a nessuno interessava veramente andare nel dettaglio.
E per raggiungere quella pace, lo "Stato" era disposto a chiudere entrambi gli occhi, permettendo che i processi si trasformassero in teatri di menzogne, prove di forza o risse a cielo aperto.
Il circo del "Placito"
La giustizia si amministrava nelle piazze o nei cortili dei castelli, all'interno di un'assemblea pubblica chiamata placito. Le aule dei tribunali moderni, silenziose e austere, sono tutt'altra cosa.
Non c'era un giudice imparziale isolato dietro un banco. C'era un signore della guerra locale, un conte, un vescovo o un inviato del re, circondato da esperti di diritto e dai boni homines, i notabili del posto.
Era un evento politico, più simile a un regolamento di conti tra famiglie mafiose mediato da un boss, che a un processo moderno. Tutta la comunità doveva assistere, perché tutta la comunità doveva poi garantire che l'accordo venisse rispettato.
Leggendo le vecchie pergamene giunte fino a noi, questi processi sembrano di una noia mortale, risolti sempre in modo pulito e a favore dei potenti. Ma i documenti ufficiali, spesso e volentieri, mentivano spudoratamente.
Le sentenze fantasma e i duelli taciuti
I notai medievali usavano formule fisse per descrivere la fine di una causa. A volte l'accusato semplicemente non si presentava, terrorizzato, lasciando campo libero agli avversari (investitura salva querela).
Altre volte, l'accusato si presentava davanti alla corte e, improvvisamente, si pentiva. Ammetteva di avere torto marcio, rinunciava a ogni pretesa sulle terre contese e prometteva di non riprovarci mai più (finis intentionis terrae).
Tutto molto civile. Fin troppo. C'è palesemente qualcosa che non quadra...
Prendiamo come esempio un caso avvenuto a Pavia (antica capitale del Regno Longobardo) nel 1014. Il monastero di San Salvatore accusa due potenti fratelli, Ugo e Berengario, di aver rubato delle terre. La pergamena ufficiale del placito ci racconta di una splendida giornata di civiltà: i fratelli ammettono l'errore, rinunciano ai terreni e tutti tornano a casa felici e contenti.
Ma noi, per puro caso, possediamo anche un altro documento di quei giorni, firmato dall'imperatore Enrico II in persona. E lì scopriamo la cruda verità che il verbale del tribunale aveva censurato.
Non c'era stata nessuna pacifica rinuncia. I due fratelli erano stati massacrati di botte in un duello giudiziario contro i campioni del monastero, davanti agli occhi dell'imperatore.
Solo dopo aver sputato sangue, Ugo e Berengario erano stati costretti a recitare la formula di rinuncia pacifica. Il verbale nascondeva la violenza per registrare solo il risultato finale: l'ordine era stato ristabilito. La finzione documentale serviva a sigillare una pace costruita sul sangue.
La rissa di Reggio Emilia che spezzò il sistema
A volte, però, la tensione era così alta che non bastava un documento falso a nascondere il caos. È quello che accadde nel 1098, vicino a Reggio Emilia.
Il potentissimo monastero di San Prospero vuole riprendersi delle terre occupate dagli "Uomini delle Valli", una dura e compatta comunità di contadini. Il tribunale dà ragione ai monaci, ma i contadini non ci stanno.
Vogliono ribaltare la sentenza del tribunale. Ma come fare? Si appellano direttamente alla superpotenza dell'epoca: la celeberrima contessa Matilde di Canossa. La quale, in quattro e quattr'otto, annulla le carte dei giudici e ordina di risolvere la questione con un duello all'ultimo sangue.
I monaci, terrorizzati dall'idea di perdere (li capisco, neanche io vorrei combattere contro dei contadini delle valli), cercano di comprare la pace rinunciando ai terreni. Ma i contadini annusano la debolezza. Rifiutano l'accordo informale. Vogliono combattere per umiliare l'abbazia e ottenere un'autonomia ancora maggiore.
Si arriva al giorno del duello. I due campioni si fronteggiano armati. Ma prima ancora che le lame si incrocino, scoppia il finimondo.
Il lottatore dei contadini lancia addosso all'avversario un guanto femminile: un atto di magia nera, un maleficio per paralizzarlo. Non appena il campione dell'abbazia esita, non è il suo rivale ad attaccarlo, ma l'intera folla degli Uomini delle Valli, che rompe il cordone di sicurezza e lo lincia in una mega-rissa da stadio.
I giudici fuggono terrorizzati. Per la prima volta, non sanno chi dichiarare vincitore e mettono a verbale, nero su bianco, la loro totale incapacità di emettere una sentenza. La brutalità locale aveva sconfitto l'autorità formale.
Il tramonto dei tribunali itineranti
Quello era l'episodio sintomatico del fatto che il mondo stesse cambiando, non era infatti un'eccezione isolata.
I conti e i funzionari del re, che un tempo viaggiavano di villaggio in villaggio per portare la legge, smisero di farlo. Iniziarono a rinchiudersi nei loro castelli, disinteressandosi della giustizia generale per concentrarsi solo sulle terre che potevano controllare militarmente.
I placiti smisero di essere l'espressione di un regno unito e diventarono lo strumento personale di piccole dinastie locali, usati non per difendere i deboli, ma per ratificare i nuovi equilibri di forza della società.
Se vuoi scoprire come questa brutale gestione del potere si inseriva nel quadro politico dell'epoca, dai un'occhiata al nostro riassunto dettagliato sulle Signorie Locali nell'Italia medievale.
La ricerca di una presunta giustizia oggettiva sarebbe rimasta sepolta sotto secoli di abusi, rimpiazzata da un'unica regola fondamentale: chi ha la forza per imporre la pace, ha il diritto di scriverne le condizioni.
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Bibliografia
Questo articolo è tratto dal libro "L'Italia dei Poteri Locali" di Luigi Provero, qui puoi leggere il riassunto completo: Riassunto: L'Italia dei Poteri Locali (Luigi Provero).