Il re d'Aragona e il castello abbandonato: una licenza del 1460 che racconta la Sicilia medievale.

Un atto burocratico del 12 dicembre 1460, firmato a Saragozza da re Giovanni II d'Aragona, apre oggi una finestra inedita sulla Sicilia post-Peste Nera. Attraverso l'analisi di una littera patens conservata all'Archivio di Stato di Palermo, l'articolo ricostruisce la concessione al barone Giovanni de Castella per il ripopolamento del Castello di Tavi. Tra poteri giurisdizionali di "vita e di morte" e strategie di controllo territoriale, il documento rivela il legame profondo e inaspettato tra un antico feudo abbandonato e la futura fondazione di Leonforte nel XVII secolo.

Pubblicato: 22/04/2026
Aggiornato: 22/04/2026
Immagine di copertina per l'articolo Il re d'Aragona e il castello abbandonato: una licenza del 1460 che racconta la Sicilia medievale.

In copertina la prima pagina del documento originale, in cui accanto e sopra al timbro è scritto un riassunto del documento del 1460:

In Cristo, a Giovanni de Castella alias Parapertusa barone di Favara.

Con la presente licenza in un castello denominato Tavi di tutti quei termini giuridici e sue pertinenze potrà costruire edificare in detta terra, ornata di abitazioni per case, ospizi e mura nonché popolare la stessa ed erigere locali per il mercato, della panificazione e fare anche tutte le altre cose necessarie che tutti i baroni che possiedono in questo Regno hanno fatto sempre per consuetudine”.

Era il 12 dicembre 1460. Nella città di Saragozza, lontano migliaia di chilometri dalla Sicilia, il re Giovanni II d'Aragona e re Giovanni I di Sicilia, appose la propria firma su un documento destinato a un suo fedele vassallo sull'isola. Un atto apparentemente burocratico — una licentia populandi, una licenza per costruire e popolare un castello — che oggi ci permette di aprire una finestra straordinaria sulla Sicilia del tardo Medioevo.

Qui è disponibile per il download gratuito il documento trascritto e tradotto.

Un documento, mille storie

Il documento in questione è conservato nell'Archivio di Stato di Palermo, nel registro della cancelleria regia siciliana a carta 199. Si tratta di una littera patens, una lettera aperta redatta secondo le formule solenni della burocrazia aragonese, con cui il re concedeva al nobile Giovanni de Castella, detto de Parapertusa, barone di Favara, la facoltà di ricostruire, riparare e ripopolare il Castello di Tavi, nella Valle di Castrogiovanni, l'odierna provincia di Enna.

Pochissime righe di latino medievale, dense di abbreviazioni e formule giuridiche. Eppure, dietro ogni parola, si nasconde un mondo.

Chi era Giovanni II d'Aragona?

Il re che firma il documento è Giovanni II d'Aragona (1398–1479), in Sicilia chiamato Giovanni I, fratello e successore del celebre Alfonso V il Magnanimo — il re che aveva conquistato il regno di Napoli nel 1442 e che il documento stesso ricorda con devozione, definendolo di "immortale memoria", a conferma che era già scomparso nel 1458.

Giovanni II non mise mai piede in Sicilia. Governava l'isola a distanza, tramite i viceré, dalla sua corte di Saragozza. Nel 1460, il suo rappresentante sull'isola era Matteo Iusta, citato esplicitamente nel documento come destinatario dell'ordine di far rispettare la concessione.

Il Castello di Tavi: un feudo nel cuore dell'isola

Il Castellum vocatum Tavi — "il castello chiamato Tavi" — si trovava nell'entroterra siciliano, nel cuore della Valle di Castrogiovanni (Valle di Castro), tra le dolci colline degli Erei. Un feudo rurale come tanti: una torre, delle mura, qualche edificio, e un territorio agricolo da controllare e difendere.

Ma nel 1460 il castello era in quasi totale abbandono e quasi senza abitanti.

Perché? La risposta va cercata un secolo prima: la Peste Nera del 1347–1348 aveva decimato la popolazione siciliana, e le successive ondate epidemiche del XIV e XV secolo avevano spopolato molti castelli e casali dell'interno.

Da qui la supplica al re, e da qui il documento del 1460.

🎮 MINIGIOCO STORICO
Conosci davvero la Storia?

L'evento è successo prima o dopo? Metti in ordine cronologico gli eventi! 3 difficoltà, batti il tuo record e ripassa!

Gioca a Chrono →
Gameplay di Chrono

Cosa autorizzava la licenza?

La concessione era generosa. Il re concedeva al barone di Favara la facoltà di:

  • costruire, edificare e riparare il castello con le sue case, gli ospizi e le mura;
  • erigere merli, torri e opere difensive, secondo l'uso degli altri baroni del regno;
  • ripopolare il territorio con "uomini di qualsiasi nazione e condizione", purché non fossero nemici o ribelli del re;
  • accogliere le famiglie dei nuovi coloni;
  • esercitare sul feudo la piena giurisdizione signorile, il cosiddetto mero e misto imperio.

Quest'ultimo punto merita una spiegazione. Nel diritto feudale medievale, il merum imperium era il potere di giudicare i crimini gravi, fino alla pena capitale — la "giustizia del sangue". Il mixtum imperium comprendeva invece le cause civili e i reati minori. Avere entrambi significava detenere una sovranità quasi completa sul feudo: il barone era, nei fatti, il signore assoluto di Tavi.

La corona, però, si riservava sempre i propri diritti: "riservando tuttavia fermamente a noi i diritti e le pertinenze che appartengono alla nostra corona". Così, nessun barone era mai davvero indipendente.

Una licenza "di ripopolamento": un fenomeno antico

Si tende spesso ad associare le licentiae populandi siciliane al Seicento, quando i grandi feudatari spagnoli fondarono ex novo decine di nuovi paesi, con piazza centrale, chiesa e case per i coloni. Ma questa tipologia documentaria aveva radici molto più antiche: era già in uso nella Sicilia normanna e sveva del XII–XIII secolo, ed era pienamente consolidata nell'epoca aragonese.

La differenza sostanziale è questa: le licenze quattrocentesche, come quella del 1460, autorizzavano il restauro e il ripopolamento di siti già esistenti; quelle secentesche riguardavano la fondazione di centri urbani del tutto nuovi. Due fenomeni distinti, uniti da un filo comune: la volontà di rendere produttivi i territori spopolati.

Il finale inatteso: il castello non fu mai ricostruito

La storia del Castello di Tavi ha un finale ironico. Nonostante la licenza regia, Giovanni de Castella non ricostruì mai il castello. I suoi successori nemmeno. Il sito rimase quasi abbandonato per oltre un secolo e mezzo.

Fu solo nel 1610 che il territorio tornò alla vita — ma in modo completamente diverso. Il viceré di Sicilia concesse all'allora conte di Raccuja, Nicolò Placido Branciforti, la licentia populandi per fondare un nuovo paese ai piedi del Monte Cernigliere: Leonforte, che oggi sorge a pochi chilometri dall'antico sito del castello di Tavi, alle falde del monte Cernigliere, di fronte al castello.

È proprio qui che si spiega una piccola curiosità paleografica: il documento del 1460 reca una sottoscrizione marginale che recita semplicemente "Leonforce" — Leonforte. Si tratta, con ogni probabilità, della sigla autografa di un funzionario di cancelleria che, dopo il 1610, annotò il documento collegandolo alla storia del nuovo centro urbano. Una firma postuma, un filo sottile che unisce due epoche.

Il castello di Tavi non fu mai riscostruito e cadde definitivamente nell'oblio con la nascita di Leonforte, abbandonato definitivamente da Nicolò Placido Branciforti a seguite della fondazione del nuovo centro abitato.

Un documento importate

Questa licenza feudale del 1460 ci racconta, in poche righe in un latino medievale:

  • come funzionava il potere regio aragonese in Sicilia, esercitato a distanza tramite viceré e cancellerie;
  • la crisi demografica dell'entroterra siciliano dopo la Peste Nera;
  • la struttura del diritto feudale medievale e i suoi meccanismi di concessione e controllo;
  • come i grandi feudatari ottenevano e gestivano i propri poteri giurisdizionali;
  • e, non ultimo, come certi documenti sopravvissuti per secoli in un archivio siano capaci di restituirci il volto di un'epoca intera.

La storia non è sempre fatta di grandi battaglie e monarchi celebri. A volte, è scritta in una carta di archivio ingiallita, tra abbreviazioni paleografiche e formule burocratiche che nessuno legge più da secoli.

Finché qualcuno non si ferma a farlo.

Pubblicazioni dell'autore:

  • D’Angelo F., Madre Teresa di Calcutta. La spiritualità della contemplazione e dell'azione, Euno Edizioni, Leonforte 2003
  • D’Angelo F., Tradizioni e devozioni. L'Ecce Homo e Ramaliva a Leonforte, Euno Edizioni, Leonforte 2024
  • D’Angelo F., (a cura di) Aspetti Biblici e Teologici, in Crimì A., Il Lamento a Leonforte, Euno Edizioni, Leonforte 202

L'Autore
Immagine profilo di Dr. Fabio D'Angelo

Biografo, Storico e Saggista

Laureato in Scienze Religiose presso l'ISSRA di Roma, Università Pontificia Santa Croce. Biografo, Storico e Saggista, si è occupato di storia e tradizioni locali. Nato a Leonforte (En) nel 1966.

Leggi tutti gli articoli →
Come citare questo articolo

Hai usato questa pagina per la tua tesina o il tuo blog? Scegli il formato che preferisci e copia la citazione per inserirla nella tua bibliografia o nel tuo sito web.

Codice HTML (Per siti e blog)
<b>Dr. Fabio D'Angelo</b>, <a href="https://studiastoria.it/medievale/storia-castello-tavi-licenza-popolandi-1460" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il re d'Aragona e il castello abbandonato: una licenza del 1460 che racconta la Sicilia medievale.</a>, StudiaStoria.it, 2026.
Stile APA (Accademico)
Fabio D'Angelo, D. (2026). Il re d'Aragona e il castello abbandonato: una licenza del 1460 che racconta la Sicilia medievale.. StudiaStoria.it. https://studiastoria.it/medievale/storia-castello-tavi-licenza-popolandi-1460
Stile Chicago / Storico
Fabio D'Angelo, Dr.. "Il re d'Aragona e il castello abbandonato: una licenza del 1460 che racconta la Sicilia medievale.." StudiaStoria.it. Ultima modifica 22/04/2026. https://studiastoria.it/medievale/storia-castello-tavi-licenza-popolandi-1460.