I REGNI DEGLI IMPERATORI HUAN E LING (146-189)
Molte fonti antiche attribuirono la grave crisi della dinastia Han orientale agli imperatori Huan (r. 146-168) e Ling (r. 168-189).
In realtà, quando Huan e Ling regnarono, l’impero era già in declino da diverso tempo. Un’élite potente e influente impediva al governo centrale di esercitare pienamente le proprie funzioni di governo: quest’ultimo non esercitava più alcun tipo di controllo a livello locale e non poteva più riscuotere alcun tipo di tassazione.
Il governo centrale non disponeva quindi più dei fondi adeguati per sostenere i costi che le gloriose conquiste di un passato prospero e glorioso, ormai lontano, richiedevano all’impero; il peso della tassazione ricadeva quindi quasi interamente sui contadini già in difficoltà, alimentando il loro malcontento.
Il destino sembrò però accanirsi in modo particolare con la sfortunata dinastia: dopo l’imperatore Ming (r. 58-75), infatti, nessun altro sovrano visse oltre i quarant’anni. Sul lungo periodo la scarsa longevità degli imperatori Han indebolì fortemente l’impero.
Per tradizione, alla morte di un imperatore, la moglie principale di quest’ultimo, assieme ai suoi parenti maschi più prossimi, assumeva il controllo della reggenza sul nuovo futuro imperatore bambino. In mancanza di eredi maschi, l’imperatrice aveva l’autorità di scegliere e adottare come figlio e futuro imperatore un discendente maschio della famiglia imperiale.
Gli ultimi decenni della dinastia Han orientale furono quindi caratterizzati dal dominio di queste potenti famiglie che, a ogni passaggio generazionale, con le loro manovre politiche e i loro colpi di stato per ottenere o mantenere il potere, rendevano l’impero particolarmente instabile e fragile.
Nel 159 l’imperatore Huan tentò di porre fine a questo circolo vizioso sbarazzandosi del potentissimo reggente Liang Ji tramite l’ausilio esclusivo degli eunuchi al servizio dell’harem e del palazzo imperiale; in pratica Huan sostituì semplicemente lo strapotere dei reggenti con quello degli eunuchi senza risolvere così il problema in maniera definitiva.
Le fazioni nobiliari non apprezzarono per niente l’ascesa al potere di una nuova potente fazione e protestarono vivamente.
L’imperatore, forte del sostegno degli eunuchi, li escluse da ogni carica. Nel 168 l’imperatore Huan morì senza aver avuto eredi maschi. La fazione nobiliare sperò dunque di veder ripristinati il proprio potere e prestigio tramite la reggenza di Dou Wu e Chen Fan sull’imperatore bambino Liu Hong.
Fu una vana speranza: gli eunuchi erano ormai troppo forti e si sbarazzarono per primi dei due reggenti, mantenendo così il potere sul giovanissimo imperatore e sul governo dell’impero. L’imperatore Ling non fu un ottimo sovrano; non poteva esserlo dato che, fin da bambino, egli, già imperatore, fu sottoposto alla stretta tutela degli eunuchi: Ling ignorava semplicemente quale fosse la situazione dell’impero al di fuori del ristretto ambiente della corte imperiale.
Ling, oltretutto, prima di essere adottato e posto improvvisamente sul trono, era cresciuto in povertà e questa esperienza lo condizionò nelle sue politiche successive. Egli era infatti noto per l’accumulazione ossessiva di denaro e per aver espanso la vendita delle cariche governative; l’ultima politica in particolare danneggiava fortemente la sua autorità di governo e indeboliva la già barcollante struttura dell’impero.
Mentre le proscrizioni contro le famiglie nobiliari continuavano, l’impero, tra pesanti sconfitte militari ai suoi confini ed epidemie mortifere, s’indeboliva sempre di più.
Le epidemie in tutto l’impero favorirono l’emergere di santoni e culti eterodossi. Il culto che si sviluppò intorno alla figura di Zhang Jue ebbe però delle ripercussioni di lungo corso.
Nel 184 Zhang Jue guidò infatti la cosiddetta Rivolta dei Turbanti Gialli.
Il governo centrale reagì rapidamente e riuscì a sedare la rivolta, ma diverse parti dell’impero rimasero ancora in tumulto. L’imperatore, per sopraffare i ribelli, pose fine alle proscrizioni nei confronti delle famiglie nobiliari, ma questo gesto di riconciliazione non mutò l’ormai compromesso rapporto tra le fazioni nobiliari e la corte.
L’ammutinamento delle guarnigioni della provincia Liang creò nuovi problemi: per i decenni successivi l’intera area rimase al di fuori del controllo dell’impero; si perse così il controllo sul lucrativo e prezioso commercio della via della Seta che passava proprio da quella provincia.
In mezzo a tutti questi disastri l’imperatore Ling provò a intervenire tramite una necessaria riforma del sistema di governo locale; essa, come altre sue politiche, anziché migliorare la situazione, non fece altro che peggiorarla, rendendo i governatori locali ancora più potenti e autonomi rispetto al governo centrale.
Nell’estate del 189 l’imperatore Ling si ammalò all’improvviso e morì prematuramente all’età di trentacinque anni: la maledizione della dinastia Han orientale colpiva ancora. Alla sua morte l’impero si trovava in una situazione di estrema difficoltà, con la corte divisa tra le fazioni rivali dei nobili e degli eunuchi e una controversa successione tra i due figli dell’imperatore.
[I regni degli imperatori Huan e Ling (146-189): Yang Zhengyuan, 2019, pp.5-6]
LA FINE DELL’AUTORITÀ IMPERIALE: IL COLPO DI STATO DI DONG ZHUO
L’imperatore Ling aveva due figli: il primo, Liu Bian, aveva circa diciassette anni ed era il figlio dell’imperatrice He; il secondo, Liu Xie, era nato invece da una consorte di minore importanza e aveva solo otto anni.
L’imperatore Ling aveva espresso numerosi dubbi sull’idoneità al trono di Liu Bian e prediligeva come suo successore il figlioletto Liu Xie. Prima di morire però, l’imperatore Ling non aveva espresso in modo ufficiale le sue ultime volontà in materia di successione e pertanto l’imperatrice He e suo fratello maggiore He Jin, ‘comandante in capo’ dell’esercito, ne approfittarono per porre lo stesso Liu Bian sul trono imperiale.
L’imperatrice e He Jin eliminarono poi ogni possibile sacca di resistenza al loro potere.
He Jin cercò immediatamente di rafforzare la propria posizione tramite l’alleanza con la potente famiglia degli Yuan di Runan, che da ben quattro generazioni aveva prestato servizio presso i più alti e prestigiosi ranghi della burocrazia imperiale: i principali eredi di questa famiglia, Yuan Shao e Yuan Shu, divennero i principali luogotenenti di He Jin.
La fazione nobiliare, ora saldamente al potere, desiderava ardentemente vendicarsi sui loro rivali eunuchi: l’imperatrice-vedova, però, volendo forse evitare un nuovo bagno di sangue, si oppose fermamente alla loro richiesta. He Jin, dietro consiglio di Yuan Shao, convocò allora gli eserciti dalle province: si trattava di una chiara dimostrazione di forza mirata a intimidire a proprio vantaggio sua sorella e gli eunuchi.
Nel settembre 189 gli eunuchi, terrorizzati, attirarono He Jin con l’inganno all’interno del palazzo imperiale e lo assassinarono. Questa mossa disperata fu la causa della loro rovina: i sostenitori di He Jin, assetati di vendetta, attaccarono in forze il palazzo imperiale e, guidati da Yuan Shao, iniziarono a massacrare gli eunuchi senza pietà:
In seguito (Yuan Shao) ordinò ai soldati di arrestare tutti gli eunuchi e di ucciderli senza alcuna distinzione d’età. Furono messi a morte persino alcuni giovani ancora imberbi, scambiati erroneamente per eunuchi, mentre altri riuscirono a salvarsi soltanto mostrando il proprio corpo.
Anche gli eunuchi onesti, che avevano rifiutato di lasciarsi corrompere da influenze malvagie, furono ugualmente massacrati. La strage si svolse in questo modo e provocò più di duemila vittime. (CTR, Yuan Shao, tradotta da Jack Yuan)
Alcuni eunuchi riuscirono a fuggire in tempo dal palazzo imperiale e abbandonarono la capitale. Accompagnati dall’imperatore e da Liu Xie, essi si diressero disperatamente verso il fiume Giallo. Le truppe fedeli a He Jin li avevano inseguiti e molti, pertanto, affogarono nel fiume nell’estremo tentativo di salvarsi la vita.
Il mattino del 25 settembre i rampolli imperiali ritornarono a Luoyang, dove furono accolti dal generale Dong Zhuo. Egli era un generale con molta esperienza, che aveva servito l’impero sia durante la Rivolta dei Turbanti Gialli sia durante l’ammutinamento della provincia di Liang; Dong Zhuo si trovava nei pressi della capitale perché, come altri generali, egli aveva risposto all’appello del ‘comandante in capo’ He Jin.
Da lontano Dong Zhuo aveva visto Luoyang in fiamme e aveva allora guidato di propria iniziativa le sue truppe all’interno della capitale. Dong Zhuo invase la città senza aver ricevuto alcun ordine e soprattutto senza avere l’autorità legale per poterlo fare.
Come osserva astutamente Rafe de Crespigny (1991, p. 1), il colpo di mano di Dong Zhuo riportò in realtà la struttura politica dell’impero alle sue radici più primitive. Il fondatore della dinastia Han Occidentale, l’imperatore Gao, e quello della dinastia Han Orientale, l’imperatore Guangwu, avevano conquistato il potere vincendo le rispettive guerre civili grazie al loro cristallino talento militare: i loro successori avevano poi continuato a regnare perché, in ultima istanza, l’esercito obbediva fedelmente agli ordini dell’imperatore in carica.
La morte di He Jin e il massacro degli eunuchi avevano ora creato un pericoloso vuoto di potere che Dong Zhuo si era affrettato opportunisticamente a riempire. Le truppe di He Jin si unirono presto a Dong Zhuo rafforzando ulteriormente il suo potere.
Un ufficiale di He Jin, un certo Ding Yuan, che avrebbe potuto costituire un pericoloso punto di riferimento alternativo, fu presto eliminato: Dong Zhuo convinse la sua guardia del corpo, Lǚ Bu, ad assassinarlo e a unirsi alla sua causa. Il 28 Settembre poi, per giustificare artificiosamente il proprio ruolo come reggente, egli obbligò il già adolescente Liu Bian ad abdicare in favore del più giovane e manipolabile Liu Xie (il futuro imperatore Xian).
Due giorni dopo Dong Zhuo fece avvelenare l’imperatrice-vedova He e il marzo dell’anno successivo la stessa sorte toccò anche a Liu Bian. Dong Zhuo era un uomo decisamente crudele e senza scrupoli, ma anche lui aveva bisogno di legittimare, almeno in apparenza, il proprio ruolo alla corte imperiale: Dong Zhuo si fece quindi nominare Cancelliere; in realtà, egli esercitava la propria autorità quasi esclusivamente attraverso la forza militare.
Solo un potere militare altrettanto forte avrebbe potuto quindi rimuoverlo dal suo ingombrante e oppressivo ruolo a corte: per questo motivo molti personaggi prestigiosi, tra cui spiccavano Yuan Shao e Yuan Shu, abbandonarono la capitale Luoyang per unirsi alle forze che nelle province si stavano ribellando all’autorità di Dong Zhuo.
All’inizio del 190 le forze ribelli sottrassero la parte orientale dell’impero al controllo di Dong Zhuo: ogni possibile accesso alla regione della capitale Luoyang fu bloccato dalle forze lealiste. Questo improvviso entusiasmo non era solo dovuto a pii sentimenti di lealtà nei confronti della dinastia Han orientale; all’interno del movimento, molto eterogeneo, si potevano trovare infatti anche molti avventurieri, che speravano di sfruttare il periodo di caos per ottenere prestigio o profitti.
Si potrebbe forse osservare, malignamente, che, questi ultimi componevano la maggioranza della coalizione: la pressione locale fece sì infatti che molti funzionari locali delle province si unissero controvoglia alla ribellione, pena una rapida eliminazione. Tra i membri della coalizione spiccavano certamente Yuan Shao e Yuan Shu. Essi potevano vantare un’influenza e un potere così vasti da avere pochi rivali. Grazie al ruolo di primissimo piano che la loro famiglia aveva goduto storicamente all’interno dell’amministrazione imperiale, essi potevano mobilitare un’ampia rete clientelare; i possessi fondiari della famiglia Yuan erano poi vastissimi e fornivano loro un’immensa disponibilità di ricchezza.
Non sorprende pertanto che proprio a Yuan Shao fu affidato il ruolo di leader della coalizione. Ovviamente non tutti potevano vantare il pedigree della famiglia Yuan. Tra i ribelli vi erano anche uomini come Cao Cao che non godevano certamente dello stesso prestigio degli Yuan, ma che possedevano comunque risorse sufficienti per arruolare un proprio piccolo esercito personale (Rafe de Crespigny, 1991, pp. 1-2).
I lealisti formarono tre accampamenti distinti. Yuan Shao occupò quello più a nord a Henei. Yuan Shu occupò invece quello a sud a Nanyang. Tra Yuan Shao e Yuan Shu i rapporti erano particolarmente tesi: Yuan Shu invidiava Yuan Shao per la posizione di maggior prestigio che quest’ultimo godeva all’interno del clan e per questo forse preferì accamparsi altrove (Rafe de Crespigny, 2007, p. 1009-1010).
I personaggi che godevano di meno prestigio si recarono invece a est a Chenliu. Luoyang era particolarmente vulnerabile a un deciso attacco dei lealisti. Dong Zhuo decise per questo di abbandonarla in favore di Chang'an. Mentre la capitale veniva evacuata in tutta fretta, Dong Zhuo e i suoi sgherri rimasero a Luoyang, mettendola a ferro e a fuoco: i templi e i palazzi imperiali vennero saccheggiati e distrutti; non furono nemmeno risparmiate le tombe imperiali, che vennero aperte per saccheggiare i tesori sepolti al loro interno.
La furia cieca di Dong Zhuo non risparmiò nemmeno le famiglie più ricche ancora presenti a Luoyang: i loro sfortunati membri furono infatti uccisi senza pietà e le loro proprietà furono confiscate. Dong Zhuo aveva evidentemente bisogno di molto denaro per fronteggiare la ribellione dei lealisti e non si fece scrupoli per ottenerlo in ogni modo possibile.
Quando Dong Zhuo abbandonò la capitale imperiale, Cao Cao, che si trovava in quel momento nell’accampamento a est a Chenliu, tentò di spronare i propri compagni all’azione: il gesto di Dong Zhuo per lui era un’evidente ammissione di debolezza e bisognava approfittarne:
È stato arruolato un ‘esercito della giusta causa’ per porre fine alla ribellione e ora ci siamo tutti riuniti: come potete, signori, essere ancora indecisi? [taglio]. [Dong Zhuo] ha dato alle fiamme i palazzi imperiali ed è fuggito portando con sé il Figlio del Cielo. Nel paese regnano il disordine e la confusione, e il popolo non sa più a chi obbedire: questo è il segno inviato dal Cielo che è giunto il momento della sua rovina. Una sola battaglia basterà a riportare la pace nell'impero; non possiamo lasciarci sfuggire quest’occasione (CTR, Cao Cao, traduzione di Adrian Loder)
Cao Cao aveva combattuto a lungo nella Rivolta dei Turbanti Gialli e aveva quindi acquisito una certa esperienza militare. Il suo piano era infatti molto ambizioso, ma non era affatto irragionevole. All’interno dell’accampamento la sua strategia non ottenne grandi consensi e Cao Cao si apprestò quindi a combattere le forze di Dong Zhuo da solo, senza aver ricevuto alcun supporto concreto da parte dei propri compagni.
Per questa e altre ragioni egli fu immediatamente sconfitto da Xu Rong, un generale al servizio di Dong Zhuo. Durante lo scontro Cao Cao rischiò la vita. Il suo cavallo fu ferito gravemente da una freccia vagante rendendolo un bersaglio facile per i soldati nemici: Cao Cao riuscì a salvarsi e a dileguarsi nella notte solo perché suo cugino Cao Hong gli cedette il proprio cavallo nel bel mezzo della confusione (CTR, Cao Cao, Adrian Loder).
Cao Cao non si perse d’animo e abbandonò il campo degli alleati per reclutare nuovi soldati per la causa. Non che nell’accampamento ci fosse comunque molta voglia di combattere: la sua capacità bellica fu pressoché azzerata dalle lotte interne e dalla cronica mancanza di rifornimenti.
Intanto, nell’accampamento formatosi a sud, a Nanyang, Yuan Shu aveva ricevuto rinforzi con il tempestivo arrivo di Sun Jian. Egli proveniva da una povera famiglia del sud-est della Cina, ma aveva raggiunto il rango di generale grazie al proprio talento militare.
Come molti altri generali della sua epoca, infatti, egli aveva combattuto sia durante la Rivolta dei Turbanti Gialli sia durante l’ammutinamento della provincia di Liang, dimostrando sempre il proprio valore e scalando così le gerarchie dell’esercito. Sun Jian aveva ricevuto un incarico importante a Changsha, nella provincia di Jing, ma, a causa del colpo di stato di Dong Zhuo, egli aveva deciso di abbandonare il proprio posto unendosi a Yuan Shu.
Lungo la strada egli aveva ucciso l’ispettore della provincia di Jing e quello di Nanyang, arruolando le loro truppe al proprio servizio (per ragioni nobili secondo CTR, Sun Jian). Yuan Shu riempì subito il vuoto di potere creatosi a Nanyang; Jing fu invece occupata da Liu Biao. Quest’ultimo aveva ricevuto l’incarico dalla corte imperiale, e quindi, di riflesso, dal regime di Dong Zhuo: Yuan Shu e Liu Biao mantennero per questo motivo un rapporto di neutralità molto precario.
Sun Jian, è bene ammetterlo, fu uno dei pochi lealisti che combatterono attivamente contro Dong Zhuo e il solo che ottenne dei risultati decisivi. Un suo primo attacco fu respinto da Xu Rong, ma nel 191 egli riprese il conflitto sconfiggendo Hu Zhen e Lü Bù. Sun Jian ebbe così la strada spianata per dirigersi verso Luoyang, dove sconfisse anche Dong Zhuo. Gli strepitosi successi di Sun Jian misero a repentaglio il delicato rapporto con il proprio superiore Yuan Shu, ma anche sul piano ‘diplomatico’ egli seppe risolvere egregiamente il malinteso:
In quel periodo vi erano persone che screditavano Sun Jian agli occhi di Yuan Shu. Quest'ultimo iniziò a nutrire dei sospetti nei suoi confronti e decise di interrompere i rifornimenti di grano destinati al suo esercito. Poiché Yangren distava oltre cento li da Luoyang, Sun Jian cavalcò per tutta la notte per raggiungere Yuan Shu. Una volta giunto al suo cospetto, tracciò sul terreno una mappa delle proprie operazioni e disse: “Da un lato combatto un ribelle per conto dell'Imperatore; dall'altro contribuisco a vendicare i torti inflitti al tuo casato. È per questo che affronto il pericolo senza risparmiarmi. Tra me e Dong Zhuo non esiste alcun rancore personale. Eppure tu presti ascolto alle calunnie e lasci che sospetti privi di fondamento offuschino il tuo giudizio”. Yuan Shu rimase profondamente imbarazzato da quelle parole e ordinò immediatamente che i rifornimenti di grano venissero ripristinati. (CTR, Sun Jian, traduzione Jack Yuan )
Dong Zhuo era così terrorizzato dall’abilità e dalla forza di Sun Jian che, secondo il racconto, gli inviò degli ambasciatori per promettergli grandi onori per sé e i suoi familiari e perfino un’alleanza matrimoniale. Sun Jian rispose laconicamente con queste durissime parole:
Dong Zhuo ha sfidato il Cielo e calpestato ogni morale. Ha distrutto la dinastia imperiale e gettato l'impero nel caos. Se non sterminerò te e le tue tre generazioni, dando un esempio a tutto il mondo, non potrò morire in pace. Come si potrebbe anche solo parlare di un'alleanza matrimoniale tra i nostri casati? (CTR, Sun Jian, traduzione Jack Yuan)
Sun Jian riprese così finalmente il controllo della capitale imperiale o, perlomeno, di quello che ne restava. La sua fu solo una grande vittoria simbolica: Luoyang, come aveva scoperto suo malgrado lo stesso Dong Zhuo, si trovava infatti in una posizione troppo vulnerabile per poter essere difesa; dopo aver ripulito i templi imperiali e avervi compiuto dei sacrifici, Sun Jian ritornò quindi verso est. Tra le macerie, prima di partire, trovò il Sigillo Imperiale, uno dei principali simboli degli imperatori di Han; un prezioso souvenir che egli consegnò subito al proprio superiore Yuan Shu. Dong Zhuo si ritirò invece a ovest a Chang’an. [La fine dell’autorità imperiale: il colpo di stato di Dong Zhuo; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 8-10]
LA DIVISIONE DELL’IMPERO E L’ASCESA DEI SIGNORI DELLA GUERRA
Nonostante i grandi successi di Sun Jian, la coalizione si frantumò presto in una serie di rivalità e ostilità reciproche. L’accampamento a Chenliu si era già sgretolato. In quello a Henei, Yuan Shao si dimostrò piuttosto ingenuo e, assieme al governatore della provincia di Jin Han Fu, propose di porre sul trono imperiale il governatore della provincia di You Liu Yu, un esponente di un ramo collaterale della famiglia imperiale; questo imperatore ‘alternativo’ avrebbe certamente garantito la legittimità del movimento ribelle.
A questa folle e inaudita idea si opposero lo stesso candidato imperiale, Cao Cao e ovviamente anche Yuan Shu; essa pertanto fu immediatamente abbandonata.
Yuan Shao iniziò a comportarsi più come un signore indipendente alla ricerca di potere che come leader di una coalizione mirante a restaurare il potere della dinastia Han orientale. Yuan Shao, mentre l’alleanza cadeva a pezzi, si accorse di non disporre affatto di una base di potere sicura su cui contare; egli poi dipendeva interamente dai rifornimenti di Han Fu. Si apprestò quindi a escogitare un piano per sottrarre il controllo della provincia di Ji al suo alleato.
Yuan Shao, coadiuvato dai suoi consiglieri, scrisse di suo pugno una lettera a Gongsun Zan, un generale che si trovava presso la frontiera settentrionale della provincia di You. Egli lo invitò subdolamente a invadere e prendere possesso della provincia di Ji. Han Fu, terrorizzato alla vista di un esercito di tali dimensioni, cadde nel tranello e si convinse immediatamente a cederla a Yuan Shao. Nel 191 Yuan Shao ottenne così in un solo colpo una delle province più prospere dell’impero, riuscendo a creare un potere stabile e forte a nord del fiume Giallo.
Yuan Shao e Yuan Shu, ora che la lotta contro Dong Zhuo aveva raggiunto una fase di stallo, iniziarono apertamente a combattersi. Yuan Shao, mentre Sun Jian era ancora intento ad attaccare Dong Zhuo, attaccò a tradimento il suo accampamento; Sun Jian però, anche grazie a un distaccamento di cavalleria inviatogli da Gongsun Zan, ebbe la meglio. Gongsun Zan evidentemente non aveva apprezzato particolarmente l’ingegnoso trucco di Yuan Shao per prendere il controllo della provincia di Ji.
Per di più, durante lo scontro, un cugino più giovane di Gongsun Zan, era passato a miglior vita: Gongsun Zan aveva adesso il pretesto perfetto per regolare i conti con il suo astuto rivale. Yuan Shu si alleò con Gongsun Zan contro Yuan Shao; quest’ultimo cercò invece l’alleanza di Liu Biao, mettendo così in pericolo le linee di comunicazione e le retrovie del suo rivale. Accortosi del pericolo, Yuan Shu inviò Sun Jian a combattere contro Liu Biao, ma quest’ultimo perse la vita durante una scaramuccia: un destino veramente infausto per l’uomo valoroso che aveva sconfitto a più riprese in modo decisivo le forze dell’usurpatore Dong Zhuo.
Nel 192 anche Yuan Shao riuscì a respingere l’invasione di Gongsun Zan; la sua offensiva perse gradualmente slancio ed egli fu costretto da quel momento a combattere sulla difensiva.
Oltre ai grandi signori della guerra, l’impero era flagellato anche da persistenti conflitti di minore entità. La parte orientale dell'impero era devastata da gruppi di banditi e di ribelli. Uno di questi gruppi, che prendeva il nome di “Banditi della Montagna Nera”, saccheggiava impudentemente le regioni sotto la giurisdizione di Yuan Shao. Per questo motivo, il grande signore della guerra inviò Cao Cao nell’area per sottomettere i banditi una volta per tutte.
Cao Cao, rispetto a Yuan Shao proveniva da una famiglia di recente nobiltà: il bisnonno di Cao Cao era stato infatti un semplice contadino. Le fortune della famiglia mutarono drasticamente solo quando il figlio più giovane del bisnonno, Cao Teng, divenne un eunuco al servizio del palazzo imperiale. Da quel momento per Cao Teng fu piuttosto semplice accumulare sempre più denaro e prestigio per sé e per la propria famiglia. Già il padre di Cao Cao, Cao Song, adottato da Cao Teng, riuscì grazie alla propria ricchezza a ricoprire le più alte cariche di governo. Prima del colpo di stato di Dong Zhuo, Cao Cao stava più o meno rapidamente facendo carriera, raggiungendo alcune posizioni governative di medio livello.
In seguito Cao Cao riuscì ad arruolare un piccolo esercito personale di circa cinquemila uomini con i fondi della propria famiglia; non era una cifra irrisoria per quei tempi, ma i più potenti signori della guerra vantavano già eserciti di decine di migliaia di soldati. Cao Cao era però un uomo molto ambizioso e non era affatto disposto a ricoprire un ruolo di secondo piano negli eventi in corso. Un aneddoto molto buffo racconta che egli, da giovane, avesse ricevuto questo giudizio da un noto saggio dell’epoca:
In tempi di pace saresti un funzionario capace; in tempi di disordine saresti un eroe ambizioso e pieno di risorse (CTR, Cao Cao nota 5 del commento di Pei Songzhi da Libro di Wei, traduzione Adrian Loder)
Durante la loro giovinezza Yuan Shao e Cao Cao avevano stretto un profondo legame di amicizia (CTR, Yuan Shao). Ora Cao Cao continuò la propria carriera al suo fianco occupandosi perlopiù di eliminare gruppi di banditi e di combattere contro Yuan Shu. Egli ricevette da Yuan Shao l’incarico di amministratore della prefettura di Dong, con l’obiettivo di rendere stabile il suo fianco meridionale. Quando Liu Dai, un alleato di Yuan Shao, perì in uno scontro contro i Turbanti Gialli, i funzionari provinciali locali si schierarono con Cao Cao, che prese così possesso della provincia di Yan come governatore.
Cao Cao era piuttosto abile, tanto che, nel 192, riuscì a sconfiggere in modo definitivo la maggior parte dei Turbanti Gialli, accettandone la resa.
A Chang’an, intanto, Dong Zhuo teneva in ostaggio la corte imperiale con il pugno di ferro. Egli oltrepassò ogni limite diventando sempre più crudele e conferendo onori a raffica a se stesso e ai propri familiari. Dong Zhuo comprese che la situazione gli stava sfuggendo rapidamente di mano. Per difendersi dal risentimento e dall’ostilità sempre più evidenti della corte, egli cercò infatti di rafforzare il legame con la propria guardia del corpo Lü Bù: essi giurarono solennemente di comportarsi come padre e figlio. Dong Zhuo però si comportò come un pessimo ‘padre’:
Dong Zhuo, tuttavia, era un uomo ostinato, incline agli scoppi d'ira e poco propenso a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. In un'occasione, irritato con Lü Bù , estrasse una corta lancia e gliela scagliò contro. Lü Bù forte e agile, riuscì a schivare il colpo e si affrettò a chiedere perdono. L'ira di Dong Zhuo si placò, ma da quel momento Lü Bù iniziò a nutrire in segreto un profondo rancore nei suoi confronti. Dong Zhuo gli affidava spesso la sorveglianza degli appartamenti interni della residenza. Durante questo periodo, però, intrecciò una relazione con una delle serve di Dong Zhuo. Temendo che la tresca venisse scoperta, visse da allora in uno stato di continua apprensione (CTR, Lü Bù, traduzione James Peirce).
Alla prima occasione utile, Lü Bu giurò che si sarebbe vendicato. L’occasione gli fu presto fornita da un complotto ordito dall’anziano ministro Wang Yun contro l’odiatissimo tiranno. Il 22 maggio 192 Lü Bu, dopo essersi unito al complotto, uccise personalmente Dong Zhuo. L’idillio del nuovo regime non durò però a lungo perché i luogotenenti di Dong Zhuo, Li Jue e Guo Si, ripresisi dalla sorpresa, riacquisirono presto il controllo della situazione. Wang Yun fu ucciso, Lü Bu fuggì a est e l’imperatore Xian rimase prigioniero di Li Jue e Guo Si. [La divisione dell’impero e l’ascesa dei signori della guerra; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 10-11)
LA MOSSA VINCENTE DI CAO CAO:
Nel 193 Yuan Shu fu respinto a sud-est dall’azione combinata di Liu Biao e Cao Cao. Liu Biao tagliò le sue linee di rifornimento e quando Yuan Shu abbandonò Nanyang per dirigersi a nord, egli fu nuovamente respinto dal rapido intervento di Cao Cao. Yuan Shu si rifugiò pertanto nella valle del fiume Huai, dove rivendicò per sé le province di Xu e di Yang. Tao Qian, governatore della provincia di Xu e suo alleato, cominciò seriamente a preoccuparsi. Tao Qian in quel momento doveva però vedersela con un avversario molto più pericoloso e aggressivo di Yuan Shu. Tra il 193 e il 194, Cao Cao condusse infatti ben due brutali e distruttive invasioni della provincia di Xu.
L’aggressività di Cao Cao era dovuta in parte anche a ragioni di vendetta personale: suo padre Cao Song era stato infatti ucciso ignominiosamente da alcuni luogotenenti di Tao Qian e Cao Cao intendeva certamente vendicarlo. Dall’altro canto Cao Cao avrà anche avuto delle ragioni molto meno nobili per attaccare Tao Qian: in primo luogo un forte desiderio di conquista per ampliare il proprio potere e in secondo luogo la necessità di dimostrare agli altri signori della guerra che chiunque avesse attaccato la sua famiglia sarebbe stato duramente punito (Rafe de Crespigny, 2007, p. 36). Mentre Cao Cao si trovava nella sua base di potere, però, due dei suoi più fidati compagni, Zhang Miao e Chen Gong, si ribellarono alla sua autorità e invitarono Lü Bu a prendere il controllo della provincia di Yan.
Dopo essere stato cacciato dalla capitale, Lü Bu prestò servizio sia presso Yuan Shu sia presso Yuan Shao. In entrambi i casi egli si era distinto per aver eliminato alcuni pericolosi gruppi di banditi, ma il suo carattere irrequieto lo aveva sempre costretto dopo qualche tempo ad allontanarsi in fretta e furia dai suoi protettori. Lü Bu aveva un talento del tutto particolare nel farsi nuovi pericolosi nemici; per sua fortuna egli era anche altrettanto abile nello stringere in fretta delle nuove alleanze.
Proprio durante il suo peregrinare egli conobbe Zhang Miao e ne divenne amico; fu Zhang Miao stesso a fare da tramite per proporgli l’invasione della provincia di Yan. Era destino che il peregrinare di Lü Bu non fosse destinato a concludersi in tempi rapidi: nel 195 Cao Cao tornò rapidamente sui suoi passi e scacciò subito il condottiero dalla provincia. Zhang Miao fu ucciso dalle sue stesse truppe. Lü Bu invece riuscì ancora una volta a fuggire, trovando riparo nella provincia di Xu. Tao Qian era passato a miglior vita e pertanto Lü Bu fu accolto dal suo successore Liu Bei.
A ovest il regime di Li Jue e Guo Si sprofondò in una feroce lotta intestina per il potere. L’imperatore Xian ingannò con una scusa i propri aguzzini e riuscì rocambolescamente a fuggire da Chang’an. Li Jue e Guo Si lo inseguirono finché poterono, ma nei primi mesi del 196 l’imperatore riuscì a raggiungere sano e salvo le rovine di Luoyang.
Dopo tanti anni l’imperatore Xian era finalmente libero: egli poteva contare solo su un ristretto gruppo di fedelissimi e aveva quindi bisogno di un alleato abbastanza potente da garantirgli protezione e sostenere la sua causa. Yuan Shao sembrava il candidato ideale e, infatti, alla sua corte si aprì un lungo dibattito sull'opportunità di offrire o meno ospitalità al sovrano in fuga. Per sua grande sfortuna Yuan Shao non fu abbastanza lungimirante e si convinse che accoglierlo sarebbe stata una mossa imprudente:
Guo Tu e Chunyu Qiong dissero: «La casa degli Han è ormai debole da molto tempo. Pensare di restaurarla proprio ora non è forse un'impresa impossibile? Inoltre, gli eroi della nostra epoca controllano ormai province e commende, ciascuno alla guida di decine di migliaia di uomini. […] Se gli obbedissimo, il nostro potere ne risulterebbe limitato; se invece gli disobbedissimo, ci porremmo contro il Mandato del Cielo. Non è una strategia saggia.» (CTR, Yuan Shao, nota 12 del commento di Pei Songzhi da Xiandi zhuan, traduzione Jack Yuan )
Yuan Shao non colse questa preziosa opportunità e preferì invece concentrarsi su obiettivi più concreti e pragmatici: consolidare il proprio potere e sconfiggere il suo ultimo grande rivale Gongsun Zan a nord. Al contrario, Cao Cao guidò personalmente il proprio esercito verso le rovine di Luoyang per trasferire la corte imperiale al suo quartier generale nella città di Xu. Con questa mossa Cao Cao si assicurò un potente mezzo per legittimare il proprio potere.
Cao Cao, a differenza del miope Yuan Shao, aveva compreso pienamente i vantaggi diplomatici e propagandistici che la presenza dell’imperatore gli avrebbe garantito in ogni sua azione futura: l’imperatore sarebbe rimasto nominalmente al potere, compiendo i suoi doveri cerimoniali; il vero potere e il controllo del governo imperiale sarebbero invece appartenuti esclusivamente a Cao Cao. Egli aveva ottenuto una grande vittoria sui suoi rivali, ma rimaneva pur sempre uno dei tanti signori della guerra che infestavano l’impero: i suoi rivali avrebbero certamente potuto rifiutare le sue rivendicazioni esattamente come era accaduto a Dong Zhuo.
Cao Cao era molto più intelligente e astuto di Dong Zhuo e comprese che detenere solo la custodia dell’imperatore non sarebbe mai bastato per i suoi ambiziosi piani di dominio. Egli aveva bisogno di affermare la propria superiorità sui suoi rivali anche con l’utilizzo della mera forza bruta. Le terribili devastazioni della guerra civile avevano creato due gravi problemi da affrontare: un gran numero di terre rimaste incolte e un altrettanto grande numero di rifugiati privi di dimora.
Cao Cao risolse entrambi questi problemi con una trovata geniale: il sistema della “fattoria-guarnigione”. In poche parole, si trattava di colonie agricole di rifugiati insediati come contadini-soldati sui terreni vacanti. Con questo ingegnoso sistema Cao Cao riuscì a sviluppare e a far crescere i territori sotto la sua giurisdizione: il suo governo e le sue armate poterono sempre contare da quel momento su un numero abbondante di rifornimenti e di soldati. [La mossa vincente di Cao Cao; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 11-12]
LA RESA DEI CONTI A EST:
Nel 194, mentre Cao Cao stava ancora combattendo contro Lü Bu per il controllo della provincia di Yan, Tao Qian si ammalò gravemente e morì. I suoi luogotenenti e consiglieri, in base alle sue ultime volontà, offrirono il comando della provincia di Xu a Liu Bei, un condottiero molto esperto e abile proveniente dalla frontiera settentrionale; Tao Qian e i suoi seguaci, proprio per la sua grande esperienza negli affari militari, lo preferivano grandemente a Yuan Shu (in quel momento nella vicina provincia di Yang), che vantava certamente un prestigioso lignaggio, ma aveva ottenuto pochi risultati concreti (Rafe de Crespigny, 2007, p. 479).
Liu Bei rivendicava di discendere, molto alla lontana, dall’imperatore Jing di Han, che aveva regnato circa trecento anni prima; suo nonno e suo padre però avevano ricoperto solo posizioni governative locali poco prestigiose. Suo padre morì quando egli era ancora molto giovane, e la madre manteneva la famiglia tramite la vendita di sandali di paglia.
Liu Bei era un uomo molto carismatico, capace di ottenere la fiducia di chiunque lo incontrasse; era anche un combattente molto abile e fece una discreta carriera militare combattendo sia durante la Rivolta dei Turbanti Gialli sia alle frontiere dell’impero. Durante la sua prima giovinezza Liu Bei conobbe anche Guan Yu e Zhang Fei, due abili uomini d’armi che passarono poi alla storia con la fama di essere stati “i migliori combattenti del loro tempo” (Rafe de Crespigny, 2007, p. 1042).
Questi ultimi rimasero per tutta la vita al suo servizio, combattendo sempre con grande lealtà per la sua causa; Liu Bei, Guan Yu e Zhang Fei avevano stretto un legame così sincero e intimo da considerarsi reciprocamente come dei veri e propri fratelli (Rafe de Crespigny, 2007, pp. 478-9). Giusto per farvi capire che razza di uomini Liu Bei avesse al proprio servizio, vi propongo questo delizioso aneddoto su Guan Yu:
In un'occasione Guan Yu fu colpito al braccio sinistro da una freccia vagante. Sebbene la ferita fosse ormai guarita, il dolore alle ossa si ripresentava con particolare intensità nelle giornate di pioggia. Un medico, dopo averlo visitato, gli disse: «La punta della freccia era avvelenata e il veleno è penetrato nell'osso. L'unico rimedio consiste nell'incidere il braccio e raschiare via l'osso contaminato; altrimenti, in futuro, il problema potrebbe aggravarsi». Guan Yu tese immediatamente il braccio e invitò il medico a procedere. Mentre l'operazione era in corso, continuò a mangiare e bere in compagnia dei suoi ufficiali, mentre il sangue sgorgava dal braccio e si raccoglieva in un bacile posto ai suoi piedi. Per tutta la durata dell'intervento bevve vino, conversò e rise come se nulla fosse. (CTR, Guan Yu, traduzione di Jack Yuan)
Quando Dong Zhuo assunse il potere, Liu Bei si unì alla ribellione lealista prestando servizio presso Gongsun Zan; la sua militanza presso di lui non durò che pochi anni: nel 193 infatti, quando Tao Qian fu attaccato da Cao Cao, Liu Bei fu inviato lì in suo aiuto come supporto. Come abbiamo già visto, Liu Bei ottenne poi fortunosamente il controllo della provincia di Xu, ma, ancora inesperto, commise il fatale errore di accogliere il fuggiasco Lü Bu al proprio servizio.
Senza rendersi conto del grave rischio che correva nel riporre la propria fiducia in lui, Liu Bei volle occuparsi senza indugio di Yuan Shu a sud, che rivendicava per sé il dominio della provincia. Yuan Shu in quest’occasione specifica si dimostrò molto più scaltro del proprio rivale: egli convinse Lü Bu a tradire il proprio benefattore e a prendere personalmente il controllo dell’intera area; Yuan Shu e i suoi consiglieri avevano istintivamente intuito quale fosse il punto debole di Liu Bei.
Preso in mezzo tra Yuan Shu e Lü Bu, Liu Bei dovette arrendersi al prode condottiero. In questo modo, Yuan Shu divenne il nuovo nemico comune, ma quest’ultimo fu abbastanza furbo da trovare il modo migliore per poter affrontare di nuovo un avversario alla volta: egli si riappacificò momentaneamente con Lü Bu, tentando invece di eliminare una volta per tutte Liu Bei. Lü Bu si convinse però che la distruzione di Liu Bei l’avrebbe posto in una posizione molto vulnerabile e convinse pertanto Yuan Shu a ritirare del tutto il suo esercito. Lü Bu, mai convinto del tutto delle proprie strategie, cambiò repentinamente idea e, preoccupato dal fatto che Liu Bei stesse reclutando nuove truppe per rafforzarsi, lo attaccò nuovamente costringendolo a trovare rifugio presso Cao Cao (196).
Alcuni consiglieri di Cao Cao gli consigliarono di approfittare della felice occasione capitatagli per sbarazzarsi una volta per tutte di un potenziale futuro rivale: ora che Liu Bei era nelle sue mani sarebbe stato facilissimo spedirlo all’altro mondo senza suscitare troppo clamore. Cao Cao in questo caso preferì non seguire il loro consiglio:
Cheng Yu disse al Duca Cao: «A mio giudizio, Liu Bei possiede qualità fuori dal comune e gode di ampi consensi tra la popolazione. Prima o poi non accetterà di rimanere al vostro servizio; sarebbe quindi opportuno eliminarlo fin d'ora». Sua Eccellenza rispose: «Questo è il momento di accogliere gli uomini di valore. Ucciderne uno significherebbe perdere il favore dell'intero impero. Perciò non posso farlo». (CTR, Cao Cao, traduzione di Adrian Loder)
Cao Cao fu molto generoso e fornì a Liu Bei abbastanza rifornimenti e truppe per continuare la propria lotta contro Lü Bu a est. Basandosi sugli eventi successivi viene da chiedersi se Cao Cao si pentì mai della propria scelta: è anche vero però che la sua attenzione in quello specifico momento era rivolta a sud contro Zhang Xiu.
Zhang Ji era stato un luogotenente di Dong Zhuo e dopo la sua morte aveva preso parte al regime militare a Chang'an assieme a Li Jue e Guo Si. Dopo la fuga dell’imperatore e il fallimento del regime, Zhang Ji si diresse a est invadendo Nanyang, ma morì durante uno scontro. Il figlio di suo cugino, Zhang Xiu, ottenne quindi il comando. Liu Biao, il governatore di Jing, cercò subito di neutralizzare questa nuova improvvisa minaccia nella provincia stringendo un’alleanza con il nuovo arrivato.
Zhang Xiu rimase a Nanyang da dove poneva una seria minaccia al potere di Cao Cao nella provincia di Yu, che fu pertanto costretto a combatterlo (197). Dopo essere stato sconfitto da Cao Cao, Zhang Xiu fece finta di arrendersi, per poi attaccarlo di sorpresa a tradimento: per il momento Zhang Xiu era rimasto fedele a Liu Biao. Zhang Xiu si dimostrò un avversario particolarmente duro da abbattere. Cao Cao, infatti, dopo aver ricostruito pazientemente le proprie forze e dopo aver scacciato le ultime incursioni di Yuan Shu nella provincia, lo attaccò per ben due volte (197-198).
Cao Cao non riuscì a sconfiggerlo in maniera definitiva, ma lo costrinse almeno a mettersi sulla difensiva: la sua attenzione poteva ora tornare a concentrarsi verso est, dove lo scontro tra Yuan Shu, Liu Bei e Lü Bu aveva ormai raggiunto il suo culmine.
Gli equilibri di potere tra questi tre signori della guerra erano mutati drasticamente: nel 197 Yuan Shu commise infatti il grossolano e fatale errore di assumere su di sé il titolo imperiale. Dal suo punto di vista non poteva esserci momento più opportuno per farlo. In fondo egli controllava la maggior parte della provincia di Yang grazie alle spedizioni militari del proprio ufficiale Sun Ce, figlio del grande Sun Jian; egli possedeva poi una discreta parte delle preziose province di Xu e Yu, dove i suoi principali avversari, Liu Bei e Cao Cao, avevano subito recentemente delle pesanti sconfitte.
Oltre ad aver ripristinato la propria alleanza con Lü Bu, Yuan Shao era anche in possesso del preziosissimo sigillo imperiale. Questi erano tutti effettivamente degli incredibili vantaggi, ma Yuan Shu non tenne per nulla conto della reazione dei suoi rivali. I signori della guerra, fintanto che l’imperatore fosse stato debole, avrebbero potuto accrescere il proprio potere a proprio piacimento combattendo ferocemente tra di loro; ciò che non si poteva assolutamente fare però era sopraelevare il proprio status rispetto agli altri avversari assumendo il titolo proibito di imperatore. Chiunque avesse osato farlo avrebbe attirato l’ostilità di tutti gli altri signori della guerra.
Nonostante Yuan Shu, ormai sempre più megalomane e stravagante, avesse interpretato a proprio favore alcune profezie riguardanti la caduta degli Han, nessun signore della guerra rivale accettò il suo nuovo rango: Sun Ce rinnegò la propria fedeltà e si rese indipendente; Lü Bu rinunciò alla sua alleanza e lo sconfisse in modo decisivo. Questa sconfitta, assieme alle azioni di Cao Cao volte a respingere Yuan Shu al di fuori della provincia di Yu, limitarono pesantemente il potere del novello imperatore. Nel 198, Lü Bu prese una decisione che ormai non dovrebbe più sorprendere nessuno: egli si alleò nuovamente con Yuan Shu e attaccò Liu Bei. Questa volta però questo idilliaco equilibrio di potere venne stravolto dall’arrivo di Cao Cao a est, che guidò personalmente la campagna militare contro Lü Bu. Nel 199 il grande condottiero fu sconfitto e catturato dalle forze di Cao Cao. Un aneddoto proveniente dalle Cronache dei Tre Regni illumina perfettamente le diverse personalità di Cao Cao, Liu Bei e Lü Bu:
Quando l'assedio (di Xiapi) giunse alla sua fase più intensa, Lü Bu si arrese a Cao Cao. Mentre veniva legato, protestò dicendo: «State stringendo troppo le corde. Allentatele un po'». Cao Cao gli rispose: «Quando si lega una tigre, le corde devono essere ben strette». Lü Bu si rivolse allora con rispetto a Cao Cao: «Per lungo tempo sono stato la principale preoccupazione di Vostra Eccellenza. Ora, però, sono disposto a servirvi e non avrete più nulla da temere. Se Vostra Eccellenza guiderà personalmente la fanteria e affiderà a me il comando della cavalleria, ciò sarà più che sufficiente per pacificare l'impero». A quelle parole, Cao Cao sembrò esitare, incerto se risparmiargli la vita. Fu allora che Liu Bei intervenne: «Vostra Eccellenza ha forse dimenticato la sorte di Ding Yuan e di Dong Zhuo?». Cao Cao annuì. Vedendo ciò, Lü Bu si voltò verso Liu Bei e gli disse: «Sei tu l'uomo più sleale di tutti». (CTR, Lü Bu, traduzione di James Peirce)
Così si concluse la carriera di uno dei più irrequieti condottieri della sua epoca. Come vedremo in seguito, il giudizio di Lü Bu nei confronti del buon Liu Bei non fu del tutto immeritato. Cao Cao poteva ritenersi pienamente soddisfatto: con la distruzione di Lü Bu, infatti, egli ottenne il pieno controllo su tutto il territorio tra i fiumi Giallo e Huai.
A sud dell'Huai, Yuan Shu era ancora attivo, ma il suo territorio si era ormai ridotto all’osso (tra i fiumi Huai e Yangzi). Yuan Shu, a causa di alcune carestie e della propria cattiva gestione del territorio, non costituiva più una seria minaccia per nessuno. Il problema di Cao Cao era a nord perché la resa dei conti finale con il suo vecchio amico Yuan Shao si faceva sempre più vicina. [La resa dei conti a est; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 13-15]
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SCONTRO TRA TITANI: LA LOTTA DI YUAN SHAO E CAO CAO PER L’EGEMONIA
Nel 198 Yuan Shao sconfisse definitivamente il suo rivale Gongsun Zan, divenendo così il principale signore della guerra a nord del fiume Giallo. Yuan Shao aveva sotto il proprio controllo ben quattro province: Ji, Bing, Qing e You. A sud del fiume Giallo però, il suo vecchio caro amico Cao Cao stava rapidamente accumulando sempre più potere; Cao Cao, in fondo, controllava la maggior parte delle province di Yan, Yun e Xu (oltre ad avere un’influenza crescente negli affari in Sili) e le sue attività di conquista predatorie erano legittimate dalla presenza alla sua corte dell’imperatore Han.
Yuan Shao decise di muovere in forze contro Cao Cao: il suo vecchio amico rappresentava ormai l’ultimo ostacolo per raggiungere l’egemonia. C’era già stato un piccolo screzio diplomatico tra Cao Cao e Yuan Shao. Nel 196, quando Cao Cao aveva preso l’imperatore Xian sotto la propria custodia, egli aveva inavvertitamente offeso l’onore di Yuan Shao, conferendogli una carica di rango inferiore alla sua; Cao Cao fu costretto a cedergli il proprio titolo per favorire una rapida riconciliazione con il potente signore della guerra: Cao Cao in quel momento non poteva assolutamente permettersi di contare anche Yuan Shao tra i suoi avversari (CTR Cao Cao, traduzione Adrian Loder).
Tra il 199 e il 200, Yuan Shao iniziò i preparativi necessari per condurre una grande armata di conquista a sud. Gli immensi preparativi per la campagna militare furono accompagnati anche da un grande apparato propagandistico: Cao Cao fu accusato di aver usurpato il potere e di tenere prigionieri i membri della corte imperiale e l’imperatore esattamente come aveva fatto Dong Zhuo e di numerosi altri crimini efferati. Yuan Shao si vantò poi di aver mobilitato un esercito immenso: 100.000 uomini di fanteria e 10.000 cavalieri si apprestavano a marciare contro il rivale, pronti a schiacciarlo grazie alla loro preponderante superiorità numerica.
Cao Cao si preparò a combattere sulla difensiva, proteggendo la sua retroguardia e i suoi fianchi. Egli però non si limitò soltanto ad assumere una posizione del tutto passiva: per rallentare i preparativi di Yuan Shao, egli inviò diverse scorrerie a saccheggiare i territori del suo potente rivale.
Anche in queste circostanze difficili, Cao Cao ottenne comunque qualche discreto successo. In primo luogo egli ottenne la resa di Zhang Xiu, che avrebbe altrimenti potuto minacciare seriamente la sua retroguardia coordinandosi con le forze di Yuan Shao. In secondo luogo un suo abile ufficiale, un certo Zhong Yao, utilizzò la sua abilità diplomatica per ottenere la neutralità dei signorotti della guerra della valle del fiume Wei (provincia Sili) nel conflitto: tutti attendevano con il fiato sospeso l’esito dello scontro che avrebbe sancito la supremazia del futuro padrone dell’impero. A est rimaneva ancora la minaccia latente di Yuan Shu. Quest’ultimo, comprendendo che il suo regime aveva ormai i giorni contati, decise disperatamente di fuggire a nord per arrendersi a Yuan Shao.
Cao Cao non poteva assolutamente permetterlo: Yuan Shao era già fin troppo potente anche senza rinforzi e inviò pertanto Liu Bei nell’area a intercettarlo. Intercettato mentre attraversava la provincia di Xu, Yuan Shu fu costretto a tornare indietro e, malato, morì qualche tempo dopo.
Liu Bei non rimase a lungo al servizio di Cao Cao. Nel 199 Liu Bei si unì infatti al complotto di un certo Dong Cheng, il padre di una consorte imperiale, che sosteneva di aver ricevuto un editto segreto dell’imperatore: esso gli intimava di uccidere il traditore Cao Cao senza alcun indugio e di ripristinare l’autorità degli Han. Liu Bei eseguì gli ordini di Cao Cao intercettando Yuan Shu, ma colse anche quest’occasione propizia per ribellarsi e impadronirsi della provincia di Xu.
Liu Bei non ebbe modo però di unirsi al complotto: Dong Cheng fu scoperto ed eliminato all’inizio del 200; con lui furono spietatamente eliminati tutti i clan di coloro che avevano preso parte alla congiura. Cao Cao si diresse quindi personalmente contro Liu Bei e gli inflisse una fulminea sconfitta; il condottiero fuggì pertanto verso nord, dove si unì a Yuan Shao che, nel frattempo, aveva iniziato la sua invasione.
Interrompo momentaneamente il flusso del racconto per raccontarvi un aneddoto che mi ha molto sorpreso e che ci permette forse di comprendere qualche aspetto in più delle personalità di questi grandi personaggi. Quando Cao Cao sconfisse Liu Bei, riuscì a prendere prigioniero il suo fedele luogotenente Guan Yu. Cao Cao lo trattò molto generosamente, ricoprendolo di onori e nominandolo suo generale. Guan Yu combatté per qualche tempo al servizio di Cao Cao contro le forze di Yuan Shao, distinguendosi come sempre per il proprio valore:
Fin dal loro primo incontro, Cao Cao aveva apprezzato l'integrità e la condotta di Guan Yu, ma si era anche reso conto che questi non aveva alcuna intenzione di rimanere a lungo al suo servizio. Per questo disse a Zhang Liao: «Sfrutta il rapporto di amicizia che vi lega per sondarne le intenzioni». Poco tempo dopo, Zhang Liao affrontò l'argomento con Guan Yu, il quale sospirò e rispose: «So bene quanto il Duca Cao mi abbia trattato con generosità, ma ho ricevuto la profonda benevolenza del generale Liu (Bei) e gli ho giurato fedeltà fino alla morte. Non posso tradirlo. Alla fine non potrò restare, ma prima di andarmene ripagherò il Duca Cao con un'impresa degna dei suoi favori». Zhang Liao riferì le sue parole a Cao Cao, che ne riconobbe la rettitudine. Dopo che Guan Yu ebbe ucciso Yan Liang, Cao Cao comprese che ormai sarebbe partito e lo ricompensò con grande generosità. Guan Yu, tuttavia, sigillò tutti i doni ricevuti, lasciò una lettera di commiato e si rimise in viaggio per raggiungere il suo antico signore nell'accampamento di Yuan Shao. Benché i suoi attendenti lo esortassero a inseguirlo, Cao Cao rispose: «Ogni vassallo serve il proprio signore. Lasciatelo andare». (CTR, Guan Yu, traduzione di Jack Yuan)
Questo, per intenderci, fu il grande atto di valore che valse a Guan Yu la propria libertà:
Guan Yu scorse lo stendardo sul carro di Yan Liang (un generale di Yuan Shao). Egli spronò immediatamente il cavallo, si lanciò tra le file dell'esercito nemico e, in mezzo a decine di migliaia di soldati, trafisse Yan Liang con la lancia, quindi ne recise la testa e la riportò indietro. Nessuno dei generali di Yuan Shao fu in grado di fermarlo e, di conseguenza, l'assedio di Baima fu spezzato (CTR, Guan Yu, traduzione di Jack Yuan)
Questo breve racconto mi ha particolarmente sorpreso perché coglie perfettamente l’ambigua personalità di uno dei più grandi signori della guerra della sua epoca. Cao Cao non esitava a ricorrere alla crudeltà quando riteneva che essa fosse il mezzo più efficace per conseguire i propri obiettivi.
Eppure, in un’epoca in cui le amicizie e le alleanze vacillavano al primo soffio di vento, Cao Cao decise, contro i propri interessi, di trattare con tanta generosità un suo diretto rivale. Che dire invece di Guan Yu? Niente, se non che Liu Bei fu molto fortunato ad averlo al proprio servizio!
Yuan Shao attraversò finalmente il fiume Giallo. La sua invasione sembrava a prima vista inarrestabile, ma Yuan Shao, troppo sicuro di sé e della propria superiorità numerica, cadde nella trappola preparata da Cao Cao.
Quest’ultimo infatti si limitò a resistere alle preponderanti forze dell’avversario solo quando fu strettamente necessario, fino a condurlo a Guandu, dove aveva concentrato la maggior parte delle sue difese. In poche parole, Yuan Shao non riuscì, anche per la conformazione del territorio avversa (vedi i numerosi fiumi nella mappa 3), a far valere la superiorità numerica del proprio esercito. L’impeto dell’invasione di Yuan Shao venne meno e la campagna si trasformò in un impasse prolungato di diversi mesi. All’inizio della campagna militare Cao Cao si era mostrato molto ottimista sull’esito finale dello scontro, esprimendo un giudizio piuttosto negativo su Yuan Shao:
Tutti i generali di Sua Eccellenza erano convinti che non sarebbe stato in grado di competere con Yuan Shao. Cao Cao, tuttavia, rispose: «Conosco bene Yuan Shao. Ha grandi ambizioni, ma gli manca la lungimiranza; ostenta un contegno autorevole, ma difetta di coraggio. Teme la sconfitta e manca della necessaria determinazione. Pur disponendo di un esercito numeroso, non sa elaborare una strategia. I suoi generali sono arroganti e gli ordini emanati dal suo governo sono incoerenti. Per quanto vasti siano i suoi territori e abbondanti le sue risorse, tutto questo non fa che offrirmi l'occasione ideale per impadronirmene». (CTR, Cao Cao, traduzione Adrian Loder)
Cao Cao conosceva molto bene il suo avversario e il giudizio sul suo carattere e sulla sua abilità come stratega si rivelò per lo più esatto. Con il passare del tempo però anche Cao Cao cominciò a dubitare delle sue possibilità di vittoria, soprattutto perché le sue risorse, già di molto inferiori a quelle del suo rivale, erano in procinto di esaurirsi. Un Cao Cao profondamente inquieto e sconsolato confidò le proprie inquietudini in una lettera scritta al suo fidato consigliere Xun Yu:
Egli (Cao Cao) scrisse quindi a Xun Yu, confidandogli l'intenzione di ritirarsi a Xu. Xun Yu gli rispose: «Yuan Shao ha concentrato tutte le sue forze a Guandu ed è deciso a risolvere in un unico scontro chi sarà il vincitore e chi il vinto. Finora avete saputo opporre un esercito inferiore a uno superiore per numero; se ora non riuscirete a resistergli, egli coglierà inevitabilmente l'occasione per prevalere. Questo è un momento decisivo per le sorti dell'impero. Inoltre, Yuan Shao non è che un eroe per la sua fama: sa radunare uomini, ma non è capace di impiegarli. Voi, invece, siete un vero eroe: il vostro valore militare, la vostra lucida intelligenza e la vostra incrollabile lealtà lo dimostrano. Come potrebbe la fortuna non sorridervi?» (CTR, Cao Cao, traduzione Adrian Loder)
Cao Cao seguì il suo consiglio, comprendendo che bisognava combattere fino alla fine. Dopo tanti lunghi mesi anche Yuan Shao stava rapidamente esaurendo le proprie risorse: Cao Cao pianificò quindi di organizzare una serie di attacchi alle sue linee di rifornimento per metterlo ancora più in difficoltà.
In questo senso egli ricevette una preziosa soffiata da Xu You, un consigliere di Yuan Shao che aveva appena disertato: Xu You rivelò a Cao Cao che Yuan Shao stava per ricevere una grande quantità di grano in una località chiamata Wuchao. Si era agli inizi dell’inverno: se Cao Cao fosse riuscito ad intercettare e distruggere quel prezioso carico di grano, la sorte di Yuan Shao sarebbe stata segnata. Si trattava di un compito così rischioso e delicato che Cao Cao preferì assumere personalmente il comando, lasciando Xun Yu e Cao Hong a difesa dell’accampamento.
Yuan Shao, quando gli venne riportata la notizia dell’attacco, decise di concentrare i suoi sforzi in un massiccio assalto al principale accampamento del suo nemico. Egli inviò quindi Zhang He e Gao Lan contro di esso, affidando solo a un distaccamento di cavalleria il compito di stanare Cao Cao da Wuchao.
Cao Cao non si diede per vinto, anzi: egli sfruttò abilmente la paura dell’arrivo dei rinforzi di Yuan Shao a Wuchao per incoraggiare le proprie truppe; dopo tanti disperati sforzi l’accampamento fu forzato e i preziosi rifornimenti vennero tutti distrutti. Intanto l’attacco all’accampamento principale fallì e, quando la notizia degli avvenimenti a Wuchao si diffuse, Zhang He e Gao Lan distrussero le proprie macchine d’assedio e si arresero a Xun Yu e Cao Hong. Yuan Shao aveva perso la propria scommessa contro il tempo e si ritrovò infine con un esercito con il morale a pezzi.
Egli contava sulla propria superiorità numerica per isolare definitivamente Cao Cao dal resto delle sue forze, ma la sua strategia azzardata non diede alcun frutto. Il grande signore della guerra fu costretto ad abbandonare il campo di battaglia e a fuggire con la coda tra le gambe a nord del fiume Giallo; gran parte del suo esercito fu distrutta o fatta prigioniera.
Nel 201 entrambi i contendenti, esauriti dall’estenuante lotta, si dedicarono esclusivamente a recuperare le proprie forze: Cao Cao si preoccupò di conquistare le ultime postazioni di Yuan Shao a sud del fiume Giallo, mentre Yuan Shao dovette reprimere alcune rivolte scoppiate nei propri territori come conseguenza diretta della sua sconfitta a Guandu. Egli non ebbe tempo per organizzare una nuova campagna contro Cao Cao: Yuan Shao si ammalò gravemente e morì “con il cuore colmo di amarezza” (CTR, Guo Jia, traduzione Wang Qing Fei) nel 202 nel suo quartier generale a Ye. Così terminava la carriera del più grande campione degli antichi e potenti clan aristocratici. Y
uan Shao, pur godendo di grandi risorse e di immenso prestigio, non fu un buon leader di uomini. Egli doveva essere un uomo piuttosto indeciso, incapace di vagliare correttamente i consigli fornitigli dai propri consiglieri. Il caso di Tian Feng, un consigliere di Yuan Shao, è piuttosto noto e illumina gli aspetti più ambigui del personaggio:
All'inizio della campagna meridionale di Yuan Shao, Tian Feng lo ammonì: «Cao Cao è un comandante esperto e sa adattare continuamente le proprie strategie. Sebbene le sue truppe siano inferiori di numero, non dobbiamo sottovalutarle. Sarebbe preferibile adottare una strategia di lungo periodo. [taglio] Nel giro di due anni potremo sconfiggerlo con sicurezza. Rinunciare a una vittoria pressoché certa per affidare tutto all'esito di un'unica battaglia è un grave errore: se le cose non dovessero andare come sperate, allora sarà troppo tardi per pentirsene.» Yuan Shao respinse il consiglio, ma Tian Feng continuò a insistere. Irritato dalle sue continue rimostranze e convinto che stesse minando il morale dell'esercito, Yuan Shao lo fece imprigionare. Dopo la disfatta di Guandu, qualcuno disse a Tian Feng: «Ora il nostro signore saprà certamente apprezzare la vostra lungimiranza.» Tian Feng rispose: «Se l'esercito avesse ottenuto la vittoria, avrei potuto salvarmi. Ora che è stato sconfitto, temo invece che la mia morte sia inevitabile.» Al suo ritorno, Yuan Shao disse ai propri collaboratori: «Tian Feng mi deriderà per non aver dato ascolto ai suoi consigli.» Subito dopo ordinò la sua esecuzione. All'apparenza Yuan Shao era un uomo generoso, raffinato e capace di mostrarsi tollerante, senza mai lasciare trasparire le proprie emozioni. In realtà era profondamente meschino, geloso e malizioso. Il modo in cui trattò Tian Feng ne è una chiara dimostrazione. (CTR, Yuan Shao, traduzione di Jack Yuan).,
Yuan Shao aveva tre figli: Yuan Tan, Yuan Xi e Yuan Shang. Yuan Tan era il figlio maggiore, ma Yuan Shao aveva sempre favorito il figlioletto più piccolo Yuan Shang. Yuan Shao anche in questo caso non riuscì a impedire che i suoi generali e consiglieri si dividessero in più fazioni attorno ai due potenziali eredi. Alla morte di Yuan Shao, la fazione di Yuan Shang forzò la sua successione prima che il fratello fosse giunto a Ye. Yuan Tan, pieno di risentimento, si mosse a sud per accamparsi a Liyang, sulla riva nord del fiume Giallo.
Nell’autunno del 202 Cao Cao volle approfittare di questo momento di debolezza per spezzare definitivamente il potere degli Yuan. Egli attaccò per primo Yuan Tan, ma quest’ultimo, mettendo da parte il proprio orgoglio ferito, richiese l’aiuto del fratello: unendo le loro forze i due fratelli resistettero ad oltranza, mettendo a dura prova il genio militare di Cao Cao. Dopo alcuni mesi Yuan Tan e Yuan Shang dovettero abbandonare Liyang in favore di Ye; Cao Cao li inseguì, ma commise un grave errore strategico: egli estese infatti troppo le proprie linee operative e pertanto fu sconfitto. Cao Cao si ritirò momentaneamente, attendendo che tra i due fratelli si riaprisse nuovamente l’accesa disputa per la successione.
Proprio come Cao Cao aveva previsto, i due fratelli iniziarono immediatamente a litigare; ora che Cao Cao aveva subito uno scacco, Yuan Tan richiese un contingente di uomini più nutrito di quello che aveva al suo comando per poterlo inseguire e distruggere, ma Yuan Shang rifiutò la sua richiesta: ci fu quindi uno scontro poco al di fuori di Ye in cui il fratello maggiore ebbe la peggio. Yuan Tan fuggì a sud e, inseguito dal fratello, dovette richiedere l’aiuto di Cao Cao. Naturalmente Cao Cao non aspettava altro e accettò quindi di stringere un'alleanza con Yuan Tan (Inverno 203).
Nella primavera del 204, mentre Cao Cao si apprestava ad attaccare Ye, Yuan Tan e Yuan Shang ripresero a combattere tra loro. Cao Cao strinse d’assedio Ye e dopo molti mesi, in autunno, la città iniziò a patire la fame. La decisione di Yuan Tan e Yuan Shang di ignorare bellamente Cao Cao per continuare a combattere ferocemente per risolvere la loro disputa personale sembra del tutto irrazionale e ha sorpreso anche gli storici più esperti. Rafe de Crespigny, uno dei massimi esperti del periodo dei Tre Regni, sottolinea acutamente che “la loro scelta rasentava il suicidio” (Yang Zhengyuan, 2019, p. 16, nota 77). Insieme i due fratelli avrebbero potuto opporsi facilmente a Cao Cao, come d’altronde avevano già fatto in precedenza; Yuan Shang si accorse troppo tardi del pericolo che stava correndo e, sconfitto, dovette fuggire, abbandonando così Ye al proprio destino.
Anche il cugino di Yuan Shang, Gao Gan, vista la grama situazione, dovette arrendersi e cedere la provincia di Bing a Cao Cao; sperando di ricevere l’aiuto dei suoi cugini si ribellò ancora nel 206, ma fu sconfitto e ucciso. Mentre Cao Cao assediava Ye, Yuan Tan aveva agito sempre per conto proprio in disparte senza contribuire all’assedio. Cao Cao sfruttò il suo disimpegno e la sua noncuranza come pretesti per rinnegare la loro alleanza: Yuan Tan, che controllava Qing, fu attaccato e distrutto e la provincia passò stabilmente sotto il pieno controllo di Cao Cao. Anche nella provincia di You Yuan Shang e Yuan Xi non ebbero un solo momento di respiro: ci fu infatti una rivolta in supporto di Cao Cao che li costrinse a fuggire a nord presso la popolazione dei Wuhuan.
Nel 207 Cao Cao guidò pertanto un’ultima ardita campagna militare attraverso quei luoghi inospitali e, dopo aver ucciso o sottomesso i principali capi Wuhuan, tornò indietro: Yuan Xi e Yuan Shang fuggirono ancora nella penisola di Liaodong, ma un signore locale, Gongsun Kang, li tradì; dopo averli uccisi inviò le loro teste a Cao Cao come prova della loro esecuzione. Quest’azione militare si era conclusa con uno strepitoso successo. I rischi corsi da Cao Cao erano però stati tanti: in primo luogo egli aveva condotto la spedizione in aree molto lontane dalla propria abituale base di potere; in secondo luogo la campagna avvenne in aree poco conosciute oltre la frontiera.
Per tutta la durata della spedizione, poiché l’inverno giunse prima del previsto, le sue truppe ebbero sempre molte difficoltà a rifornirsi di acqua e di cibo e dovettero perfino nutrirsi di alcuni cavalli. Considerati questi dettagli bisogna ammettere che Cao Cao corse un grandissimo rischio: la campagna militare sarebbe potuta anche terminare in un immenso bagno di sangue. (Rafe de Crespigny, 2010, p. 236). Probabilmente Cao Cao si rese conto di aver corso un grandissimo pericolo e si comportò di conseguenza. Durante la spedizione egli fece stilare delle liste con tutti i nomi di coloro che si erano opposti al suo svolgimento. I suoi consiglieri temettero che sarebbero stati puniti con la morte per aver espresso sinceramente il loro punto di vista; Cao Cao, al contrario, li stupì tutti, con un gesto che rivela chiaramente la sua abilità come condottiero di uomini:
«Quando intrapresi quella spedizione, mi assunsi un rischio nella speranza di ottenere un buon risultato. Se ebbi successo, fu anche grazie al favore del Cielo. Non era questo il modo corretto di agire. Voi mi proponeste piani che avrebbero garantito la massima sicurezza, ed è proprio per questo che vi ricompenso. In futuro, non esitate mai a esprimere il vostro parere.» (CTR, Cao Cao, nota 67 Pei Songzhi, da Cao Man zhuan, traduzione Adrian Loder)
Nel 208 Cao Cao era ufficialmente il signore della guerra più potente dell’impero. Egli era l’indiscusso padrone del nord, giacché controllava le province di Ji, Bing, Qing, You, Yan, Yu, Xu e Sili (la parte orientale). Per la prima parte dell’anno Cao Cao si dedicò esclusivamente a questioni di governo introducendo una serie di importanti riforme.
Cao Cao ufficializzò poi il suo dominio totale della corte imperiale assumendo il titolo di Cancelliere. Cao Cao concentrò infine la sua attenzione verso sud, pronto a colpire gli ultimi signori della guerra che osavano ancora resistere alla sua egemonia. [Scontro tra titani: la lotta di Yuan Shao e Cao Cao per l’egemonia; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 15-17]
LA BATTAGLIA PER L’UNIFICAZIONE DELLA CINA: LO SCONTRO A CHIBI
Per comprendere pienamente la situazione politica del sud, bisogna tornare indietro di qualche decennio. Nel 191, quando Sun Jian morì, suo figlio maggiore Sun Ce aveva appena quindici anni. Mentre suo padre stava conducendo le sue campagne vittoriose contro Dong Zhuo, Sun Ce si recò assieme alla madre e ai suoi fratelli nel sud-est della Cina, in un’area tra i fiumi Huai e il basso Yangzi. Nel 193, dopo la sconfitta contro Cao Cao, Yuan Shu si recò nella stessa area.
Sun Ce era un giovanotto ambizioso e pertanto si recò a Shouchun da Yuan Shu, nella speranza che, quest’ultimo, in qualità di ex-protettore del padre, gli avrebbe garantito qualche opportunità di fare carriera. Yuan Shu gli offrì solo poche posizioni di scarsa rilevanza e prestigio, ma la sua presenza lo rese un vitale punto di riferimento per tutti coloro che avevano prestato servizio presso il padre.
Nel 194 la corte imperiale sotto il controllo di Li Jue e Guo Si designò un certo Liu Yao come governatore della provincia di Yang. Liu Yao riuscì col tempo ad assumere il controllo della provincia, sottraendo a Yuan Shu tutto ciò che si trovava a sud del fiume Yangzi. Liu Yao era stato molto astuto: inizialmente egli aveva evitato cautamente ogni scontro diretto con il più potente avversario, costruendo prima un solido rapporto coi potenti notabili locali.
Sun Ce allora pensò bene di restituire il favore con gli interessi; anch’egli in quell’area godeva di molti contatti preziosi (basso Yangzi, la parte sud est della provincia, a Wu) e propose così a Yuan Shu un’allettante possibilità di rivincita (195). Già nel 196 Sun Ce aveva respinto le forze dell’avversario a ovest del fiume Yangzi, conquistando una buona parte della regione. Quando Yuan Shu rivendicò per sé il titolo imperiale, Sun Ce rinnegò la propria fedeltà alla sua causa, rendendosi di fatto indipendente nel territorio che aveva appena conquistato.
Negli anni successivi Sun Ce proseguì la propria espansione territoriale: egli risalì il corso del fiume Yangzi, avendo come obiettivo la parte occidentale della provincia di Jing, allora presidiata da Huang Zu, un ufficiale di Liu Biao. Alla morte di Yuan Shu nel 199, Sun Ce rafforzò ulteriormente il proprio potere tramite il reclutamento di molti ufficiali del suo ex-protettore. Nel 200, grazie al proprio talento militare, Sun Ce divenne il principale signore della guerra nel sud-est della Cina. Gli altri signori della guerra non potevano più ignorarlo: Sun Ce controllava ormai la maggior parte della provincia di Yang, era in espansione verso ovest ai danni di Jing, e ambiva perfino a espandersi a nord nella provincia di Xu. Sun Ce era un generale così dinamico e coraggioso da non temere neppure l’astuto Cao Cao. Sun Ce fu però particolarmente sfortunato: proprio mentre stava organizzando una campagna militare contro Cao Cao, fu brutalmente assassinato da alcuni membri superstiti di un clan che aveva conquistato durante la sua espansione. Egli aveva solo venticinque anni. Dopo la sua morte, nel 200, il potere fu trasmesso a Sun Quan, il secondo figlio di Sun Jian. In questo momento difficile il giovane Sun Quan, che non aveva ancora vent'anni, fu affiancato da Zhang Zhao, il principale consigliere dell'amministrazione, che svolse di fatto il ruolo di reggente, e da Zhou Yu, uno stretto collaboratore e amico del fratello Sun Ce, al quale spettava invece la direzione degli affari militari. Negli anni successivi Sun Quan continuò la propria lotta contro Liu Biao: nel 208 le forze di Sun Quan ebbero la meglio su quelle di Huang Zu che fu sconfitto e ucciso.
Liu Biao, il governatore della provincia di Jing, non era un leader particolarmente aggressivo; rispetto ad altri rapaci signori della guerra, egli era praticamente una specie di ‘santo’. Nel 200 Yuan Shao richiese la sua assistenza per condurre un attacco alla retroguardia di Cao Cao, ma Liu Biao non si mosse affatto. Questa totale inattività finì però per metterlo in difficoltà: a est egli era minacciato da Sun Quan; a nord da Cao Cao. La situazione peggiorò ulteriormente con la sua morte. Come era accaduto per gli Yuan, anche Liu Biao lasciò irrisolta una controversa disputa dinastica. Egli aveva due figli, Liu Qi e Liu Cong. Liu Qi era il figlio maggiore, ma Liu Biao aveva sempre favorito Liu Cong. Liu Cong succedette infine a suo padre, suscitando l’ostilità di Liu Qi. Anche questa disputa dinastica generò un periodo di forte tensione e instabilità
In questa disputa dinastica compare anche un altro simpatico ‘terzo incomodo’ che non vedevamo da diverse pagine: Liu Bei. Dopo essere stato sconfitto da Cao Cao, Liu Bei si era unito alle forze di Yuan Shao. A Liu Bei fu affidato l’importante compito di saccheggiare e devastare la provincia di Yu, in modo da distrarre Cao Cao.
Quest’azione di retroguardia non ebbe il tempo necessario per risultare efficace sul lungo termine: Cao Cao sconfisse Yuan Shao e poi si volse a sud per affrontare nuovamente Liu Bei. Il condottiero preferì (saggiamente?) fuggire e trovò rifugio presso Liu Biao. Liu Bei prestò servizio presso Liu Biao per diversi anni e gli fu affidata la difesa dei confini settentrionali della provincia. Tuttavia, non riponendo in lui una piena fiducia, Liu Biao evitò sempre di conferirgli un'autorità troppo ampia per evitare rischi.
Nell’autunno del 208 Cao Cao guidò minacciosamente il proprio esercito a sud verso la provincia di Jing e Liu Cong si arrese immediatamente alle forze di Cao Cao senza combattere. Liu Bei rappresentò il punto di riferimento per tutti coloro che non volevano arrenderglisi, ma egli subì un’altra sconfitta e, assieme a Liu Qi, fuggì verso est: i due si trovarono così intrappolati tra le vittoriose truppe di Cao Cao e quelle di Sun Quan. Quest’ultimo non poteva però ignorare il pericolo mortale che Cao Cao rappresentava ormai per l’intera regione e decise quindi di reagire. Per questo motivo infatti, alla morte di Liu Biao, Sun Quan aveva inviato lì il suo ufficiale Lu Su per osservare l’evolversi vorticoso degli eventi.
Lu Su incontrò le forze in rotta di Liu Bei e lo invitò a cercare un’intesa con il suo protettore per opporsi a Cao Cao. Questo compito delicatissimo fu affidato a Zhuge Liang, un amico intimo di Liu Bei e suo principale consigliere; la fiducia che il condottiero nutriva nei suoi confronti era così grande da provocare il vivo risentimento di Guan Yu e Zhang Fei. Liu Bei dovette perfino intervenire personalmente per risolvere la questione una volta per tutte.
«Con Zhuge Liang mi sento come un pesce nell'acqua. Spero che d'ora in poi non torniate più sull'argomento.» (CTR, Vita Zhuge Liang, traduzione di Jack Yuan)
L’alleanza con Sun Quan era assolutamente necessaria per la sopravvivenza di Liu Bei: non ci sorprende affatto quindi che il condottiero inviasse proprio Zhuge Liang a est a incontrare Sun Quan. Resistere a Cao Cao, vista la sua schiacciante superiorità numerica, era molto difficile: la via più comoda e indolore sarebbe stata certamente quella di sottomettersi al suo dominio come aveva fatto Liu Cong. L’incontro diplomatico non iniziò nel migliore dei modi. Zhuge Liang commise infatti un’ingenua gaffe diplomatica: egli sottolineò perlopiù la rivendicazione di Liu Bei al titolo imperiale, le sue capacità in guerra e la sua enorme popolarità. Zhuge Liang sembrava quasi implicare che il ruolo di Sun Quan, nel caso che si fosse effettivamente formata un’alleanza, sarebbe stato di secondaria importanza; Sun Quan però, anziché essere felice di poter offrire il proprio supporto a un tale modello di virtù, riportò Zhuge Liang alla concreta realtà dei fatti:
«Non ho alcuna intenzione di consegnare le terre di Wu e un esercito di centomila uomini al comando di un altro! Sono perfettamente in grado di decidere da me come agire. Quanto a Liu Bei, si dice che sia l'unico uomo capace di affrontare Cao Cao; eppure è appena stato sconfitto. Per quale motivo dovrebbe avere successo proprio adesso?» (Rafe de Crespigny, 2010, cit. pp. 269- 270)
Sun Quan, nel momento del massimo pericolo, dovette prendere una decisione di vitale importanza. Tutto, anche una minacciosa lettere giuntagli da Cao Cao proprio in quel momento, lo invitava ad arrendersi:
«Ho recentemente ricevuto un editto imperiale che mi ordina di punire tutti i ribelli. Le mie insegne avanzano verso sud e Liu Zong (Cong) si è già arreso senza opporre resistenza. Dispongo di una flotta e di un esercito di ottocentomila uomini e intendo venire a caccia con voi nelle terre di Wu.» (Rafe de Crespigny 2010, cit. p. 270)
Come osserva Rafe de Crespigny (ibidem): “Nella Cina tradizionale, la stagione della caccia, che si svolgeva in autunno o in inverno, costituiva anche un'occasione per passare in rassegna le truppe e addestrarle”. Il messaggio di Cao Cao era perentorio: se Sun Quan non si fosse arreso, egli avrebbe invaso i suoi territori senza alcun indugio. Cao Cao nomina nella sua lettera anche la sua flotta di recente acquisizione: egli ottenne questo nuovo ‘regalo’ con la conquista di Jing e, in particolare, della base navale di Jiangling sullo Yangzi (Rafe de Crespigny, 1991, pp. 8-9).
Zhang Zhao e altri consiglieri invitarono Sun Quan a sottomettersi; altri come Lu Su, lo invitarono invece a opporsi a Cao Cao unendo le proprie forze a quelle di Liu Bei. Pare che per convincerlo, Lu Su seguì Sun Quan addirittura mentre quest’ultimo si stava recando in bagno (Rafe de Crespigny, 2010, p. 270); lì lo persuase ad attendere almeno l’arrivo di Zhou Yu, il suo principale generale, prima di prendere la sua decisione finale. Anche Zhou Yu desiderava opporsi a Cao Cao. Sun Quan pertanto, dopo aver ascoltato tutti i consigli dei suoi consiglieri, decise molto coraggiosamente che si sarebbe alleato con Liu Bei contro Cao Cao: Zhou Yu fu incaricato di guidare l’esercito alleato.
L’esercito di Cao Cao non era davvero così invincibile come poteva apparire a un primo sguardo disattento. I suoi uomini erano stanchi: da mesi erano impegnati in una campagna militare che sembrava non avere mai fine, nel corso della quale erano stati costretti a compiere numerose marce forzate; per di più, diversamente dalle forze di Sun Quan, essi non erano abituati a combattere in un territorio così fluviale e paludoso come quello del sud. Alcune fonti testimoniano anche che nell’accampamento di Cao Cao, a causa di quell’ambiente ostile, si fosse diffusa una malattia devastante. Il dato più preoccupante però era un altro: tutta la flotta e almeno una parte consistente dell’esercito avevano un tempo prestato servizio per Liu Biao; la loro fedeltà a Cao Cao era incerta: avrebbero combattuto per la sua causa fino alla fine o l’avrebbero invece tradito non appena se ne fosse presentata l'occasione?
Le forze schierate da Sun Quan erano poche rispetto a quelle che poteva mettere in campo Cao Cao; d’altro canto però egli disponeva di una flotta esperta ed efficace, che sul fiume Yangzi poteva vantare una netta superiorità (Rafe de Crespigny, 1991, pp. 8-9). Le forze di Cao Cao e degli alleati si affrontarono presso le Scogliere Rosse (nota anche come Chibi). Dopo essersi reciprocamente studiati per qualche giorno Cao Cao fece la prima mossa, ma fu respinto.
Poi accadde qualcosa di incredibile: il vento mutò direzione volgendosi verso Cao Cao; Zhou Yu approfittò quindi dell’occasione per lanciare un devastante contro-attacco con le sue navi incendiarie, aiutato dal doppio gioco di un suo ufficiale, un certo Huang Gai, che finse di arrendersi alle forze del nemico. Dopo essersi avvicinato abbastanza, Huang Gai appiccò il fuoco alle proprie navi, cogliendo completamente di sorpresa la flotta di Cao Cao, i cui marinai non ebbero nemmeno il tempo di organizzare una difesa efficace. Nelle guerre di quell’epoca il fuoco era un’arma ampiamente utilizzata e conosciuta; se non si prendevano le giuste contromisure però, il suo utilizzo poteva creare gravi danni a qualsiasi flotta (Rafe de Crespigny, 1991, p. 9).
Forse per arroganza, o forse per inesperienza nella guerra navale, Cao Cao non riuscì a salvare la propria flotta, che venne completamente annientata. Gli alleati vinsero quindi la loro lotta disperata, costringendo Cao Cao a ritirarsi a nord. Questa è una breve e pittoresca descrizione della battaglia:
Il fuoco divampò con violenza, alimentato da un vento impetuoso, e le navi avanzarono rapide come frecce. L'intera flotta del nord fu avvolta dalle fiamme e l'incendio si propagò fino agli accampamenti sulla riva. In pochissimo tempo il fumo e il fuoco oscurarono il cielo, mentre innumerevoli uomini e cavalli morirono bruciati o annegarono nel tentativo di mettersi in salvo. Zhou Yu e gli alleati lanciarono quindi all'attacco le loro truppe leggere. Al fragore dei tamburi, l'offensiva travolse completamente l'esercito del nord (Rafe de Crespigny,2010, cit. pp. 273-4)
Le fonti testimoniano anche che Cao Cao ebbe serie difficoltà a condurre il proprio esercito in salvo:
Cao Cao guidò la ritirata dei suoi uomini lungo la strada di Huarong. Il terreno era ormai ridotto a una distesa di fango e acquitrini, tanto che il cammino divenne presto impraticabile; inoltre, si levò un vento impetuoso. I soldati malati furono costretti a trasportare sulle spalle erba e fascine per colmare i tratti più impervi della strada e permettere alla cavalleria di avanzare. Calpestati dagli uomini e dai cavalli, molti di loro sprofondarono nel fango e vi trovarono la morte. Rafe de Crespigny, 2010, cit. pp. 274)
La battaglia delle Scogliere Rosse fu subito oggetto di una capillare campagna di propaganda. Gli alleati avevano infatti tutto l’interesse a sottolineare il più possibile l’entità della sconfitta di Cao Cao. Risulta quindi difficile comprendere a posteriori la realtà storica dello scontro. Rafe de Crespigny sostiene che Cao Cao intendesse solo condurre una ricognizione militare in forze: egli voleva mettere alla prova le forze di Liu Bei e Sun Quan; se fosse riuscito a prevalere su di loro costringendoli ad arrendersi separatamente, tanto meglio, altrimenti avrebbe avuto altre occasioni per riprovarci (Rafe de Crespigny, 1991, p. 9). Pare che Sun Quan condividesse in parte questa prospettiva. A Zhou Yu disse infatti che:
“Se riuscirete ad avere la meglio su Cao Cao, ogni cosa volgerà a nostro favore. Se invece la situazione dovesse volgere al peggio, tornate qui da me: sarò io stesso ad affrontarlo nella battaglia decisiva.” (Rafe de Crespigny, 2010, cit. p. 271)
Sun Quan poteva permettersi una sconfitta e valeva quindi la pensa tentare la sorte unendosi a Liu Bei e Liu Qi. Se lo scontro fosse stato loro sfavorevole, Sun Quan avrebbe potuto ritirarsi senza problemi, conservando ancora una forza di riserva per difendersi e negoziare dei buoni termini di resa (Rafe de Crespigny, 1991, p. 9). Anche Cao Cao diede la propria versione (partigiana) degli eventi:
«Nel corso della campagna delle Scogliere Rosse i miei uomini furono colpiti dalle malattie; per questo incendiai le mie navi e mi ritirai. Zhou Yu non ha alcun motivo di attribuirsi un merito che non gli spetta.» (Rafe de Crespigny, 2010 cit, p. 274)
Mettendo da parte la partigianeria di Cao Cao bisogna ammettere che quella battaglia, forse all’insaputa degli stessi protagonisti che l’avevano combattuta, fu decisiva per la storia della Cina. Mentre Cao Cao si ritirava verso nord, lasciò alcune guarnigioni nell’area: egli evidentemente contava di tornare presto a sud per completare in modo definitivo l’opera di conquista. I suoi piani però furono vanificati da Zhou Yu che, nell’anno successivo, riprese il controllo dell’importante base navale di Jiangling.
Da quel momento in poi, Sun Quan e i suoi successori non temettero più alcuna invasione da parte del nord. Le forze di Cao Cao e quelle dei suoi eredi provarono più volte a forzare le difese dello Yangzi, ma non riuscirono mai a prevalere sui loro abili ed esperti avversari: come illustra Rafe de Crespigny (1991, p. 9) “era infatti il controllo del medio corso dello Yangzi a determinare la differenza tra la sopravvivenza e la resa delle forze del sud”. Da quel momento l’unificazione della Cina fu un’impresa pressoché impossibile.
Tra il 208 e il 209 Zhou Yu e Liu Bei catturarono la maggior parte delle ormai indifendibili guarnigioni della provincia di Jing. Nel profondo sud, il signore della guerra locale della provincia di Jiao, Shi Xie, trasferì poi la propria fedeltà a Sun Quan. Nel 210 Cao Cao perse quindi completamente il controllo dell’intero sud. Il fedele Zhou Yu propose a Sun Quan di completare la conquista del sud tramite l’annessione della provincia di Yi, ma morì di malattia prima di poter mettere a punto il proprio piano.
Sun Quan, come leader della coalizione vincitrice, aveva progetti ambiziosi per il futuro, ma essi furono infranti dall’opportunismo di Liu Bei: quest’ultimo s’impossessò infatti della maggior parte della provincia di Jing con un rapido colpo di mano; senza poter più contare su Zhou Yu e posto di fronte al fatto compiuto, il suo successore Lu Su fu costretto a cedergliela. Le possibilità per Sun Quan di espandersi ulteriormente a ovest divennero all’improvviso molto limitate.
L’armonia e la fiducia tra i due ex-alleati vennero meno: Sun Quan incassò il colpo, ma negli anni successivi Liu Bei pagò a caro prezzo il suo tradimento [La battaglia per l’unificazione della Cina: lo scontro a Chibi; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 17-19]
I SUCCESSI DI LIU BEI:
Cao Cao aveva subito una dura sconfitta, ma i successivi attacchi di Sun Quan e di Liu Bei a nord si dimostrarono altrettanto futili. La frontiera ben presto si stabilizzò, permettendo a Cao Cao di affrontare alcuni problemi a ovest del suo territorio: nelle province di Sili e Liang egli doveva ancora sottomettere un nutrito gruppo di riottosi signori della guerra locali; un problema di maggiore entità era invece rappresentato da Zhang Lu, in possesso di una regione strategica di nome Hanzhong.
Nel 211 Cao Cao si mosse contro di lui: prima di poterlo raggiungere era però necessario attraversare il territorio della valle del fiume Wei nella parte occidentale di Sili; in quest’area Ma Chao aveva formato un’alleanza con altri signori della guerra locali per impedirgli il passaggio, ma furono tutti rapidamente respinti e scacciati nella provincia di Liang.
Nel 212 Cao Cao abbandonò momentaneamente il teatro delle operazioni per condurre un nuovo attacco contro Sun Quan, lasciando l’area sotto il controllo del suo ufficiale Xiahou Yuan. Ma Chao, che nel frattempo aveva ricostruito la propria capacità offensiva, ne approfittò per cacciare temporaneamente l’ufficiale di Cao Cao dalla regione. Il suo fu però un successo effimero: Ma Chao governava con il pugno di ferro e pertanto Xiahou Yuan fu in grado di sconfiggerlo poco tempo dopo con il benestare di tutti gli ufficiali che risentivano della sua autorità opprimente. Ma Chao si rifugiò presso Zhang Lu in Hanzhong.
Xiahou Yuan si diresse invece verso ovest per ripristinare l’autorità di Cao Cao nella provincia di Liang. Un po’ per volta, Cao Cao stava rendendo stabile e duraturo il proprio potere, rendendo sempre più ansiosi tutti quelli che provavano ancora a opporsi alla sua autorità.
Nel 189 l’imperatore Ling aveva iniziato il processo di conferimento delle cariche governative per le province; per quella di Yi egli aveva scelto Liu Yan, un lontano esponente di un ramo collaterale della famiglia imperiale. Liu Yan aveva permesso a Zhang Lu di prendere il controllo di Hanzhong; così facendo Liu Yan, una volta che le più importanti linee di comunicazione con la capitale imperiale furono interrotte, poté effettivamente governare in modo indipendente.
Nel 194 egli morì e il potere fu trasmesso al figlio Liu Zhang. Quest’ultimo era un governatore debole e inefficace e fu pertanto il bersaglio ideale dei piani di conquista del prode Zhou Yu (209). Liu Bei si oppose fermamente a qualunque offensiva in questo senso; la sua lontana parentela con Liu Zhang gli impediva di unirsi a qualsiasi iniziativa ostile nei suoi confronti:
Io e Liu Zhang apparteniamo entrambi alla famiglia imperiale e ci siamo impegnati a sostenerci come membri dello stesso casato, nella speranza di fare affidamento sulla virtù dei nostri antenati per restaurare la dinastia Han. Ora che Liu Zhang è caduto in disgrazia presso coloro che lo circondano, io ne sono profondamente addolorato e turbato; non oserei mai approvare una simile iniziativa. Vi prego di mostrargli clemenza. Se la mia richiesta non verrà accolta, non mi resterà che sciogliere i capelli e ritirarmi tra i monti e le foreste (ovvero abbandonare la vita pubblica per diventare un eremita) (CTR, Lu Su da Three States Records, postata sul blog da Yang Zhengyuan il 10/11/2017)
In realtà pare che Liu Bei avesse già stretto dei contatti con alcuni importanti personaggi che detestavano ardentemente con tutto il cuore il governo di Liu Zhang. Altro che dilemmi morali strappalacrime: Liu Bei aveva già elaborato una strategia per conquistare la provincia di Yi; egli non voleva solo rischiare che il suo grande amico e ‘alleato’ Sun Quan si intromettesse nei suoi piani ! Nel 211 Liu Zhang stesso, preoccupato dai recenti successi di Cao Cao a ovest, chiamò Liu Bei nella provincia di Yi.
Fu un errore ingenuo, ma del tutto comprensibile. Nei piani di Liu Zhang, Liu Bei avrebbe dovuto assumere il comando di una spedizione contro Zhang Lu per mettere in sicurezza il confine settentrionale della provincia. Una volta giunto nella provincia, Liu Bei fece tutt’altro: anziché attaccare Zhang Lu, egli si preoccupò di espandere la propria base di sostegno e influenza all’interno della provincia. Solo nel 212 Liu Zhang iniziò seriamente a preoccuparsi, ma ormai era troppo tardi per frenare l’ascesa di Liu Bei.
Il condottiero ebbe perfino l’audacia di richiedergli un buon numero di soldati e di rifornimenti per poter soccorrere Sun Quan nella sua lotta contro Cao Cao a est. Liu Zhang, sempre più preoccupato per l’espandersi del potere di Liu Bei, gli fornì solo una minima parte dei rinforzi richiesti: Liu Bei sfruttò questa sua reticenza come pretesto per ribellarglisi e nel 214 Liu Zhang fu costretto a sottomettersi. Il condottiero ricevette in quell’occasione anche i rinforzi di Ma Chao, che aveva abbandonato Zhang Lu alla ricerca di nuove opportunità.
Sun Quan ebbe molto meno successo del suo ‘collega’ Liu Bei. Egli respinse ben due volte le forze di Cao Cao (212 e 214), ma le sue controffensive verso nord si infransero infelicemente sulle difese del rivale: il territorio tra i fiumi Huai e Yangzi divenne quindi una desolata ‘terra di nessuno’, dove nessuno dei due schieramenti riusciva ad ottenere dei vantaggi duraturi.
Nel 215 Sun Quan volse di nuovo la propria attenzione verso ovest. Ora che Liu Bei si era impossessato della provincia di Yi, Sun Quan gli richiedeva la restituzione di quella di Jing, sostenendo che egli l’avesse concessa al suo alleato solo come ‘prestito temporaneo’.
In questo gesto c’era certamente anche una sana dose di risentimento e di invidia. In fondo Sun Quan aveva visto il suo collega molto più debole rafforzarsi con successo a ovest guadagnandosi un vasto territorio; era anche vero però che le risorse attualmente in suo possesso non erano per niente sufficienti a mantenere una difesa a lungo termine contro il nord (Rafe de Crespigny, 1991, p. 10). Entrambi gli schieramenti mobilitarono le loro forze, ma fortunatamente fu presto raggiunta un’intesa che prevedeva la spartizione della provincia di Jing. Si trattò di un compromesso pressoché inutile che non soddisfò pienamente né Sun Quan né Liu Bei.
Dopo aver tentato di sfondare per ben due volte le difese di Sun Quan senza alcun successo, Cao Cao ritornò a ovest per occuparsi di Zhang Lu (215). In questo caso Cao Cao ebbe maggior fortuna e riuscì a sconfiggere e a sottomettere il suo avversario. Il suo obiettivo finale rimaneva pur sempre Sun Quan. Nel 216 Cao Cao condusse un’ennesima spedizione contro di lui, ottenendo però ben pochi successi sul campo.
Prima di ritirarsi nuovamente, Cao Cao si preoccupò di presidiare l’area con un numeroso contingente di uomini comandato da Xiahou Dun. Questa continua pressione militare si fece particolarmente sentire e Sun Quan pertanto dovette arrendersi formalmente a Cao Cao e riconoscerlo come ‘re’ (cfr. prossimo capitolo). In realtà, come osserva Rafe de Crespigny (1991, p. 11), Sun Quan ottenne un grandissimo successo diplomatico; in cambio di un riconoscimento puramente simbolico e formale, egli ottenne il ritiro del contingente di Xiahou Dun : il rapporto di forza tra lui e Cao Cao non mutò affatto e Sun Quan non perse in alcun modo la propria libertà d’azione. Dopo questo accordo, su quel fronte, per qualche tempo, regnò la pace.
Mentre Cao Cao era impegnato altrove, Liu Bei guidò personalmente una spedizione contro Hanzhong: senza il controllo di questo territorio strategico, il fronte settentrionale della provincia di Yi sarebbe sempre stato vulnerabile alle terribili offensive di Cao Cao: Liu Bei doveva assolutamente impossessarsene a ogni costo. Cao Cao aveva lasciato nell’area il prode Xiahou Dun, che respinse i suoi primi attacchi. Nel 218 Liu Bei tentò il tutto per tutto, mobilitando tutte le forze a sua disposizione.
Accortosi dell’estremo pericolo, Cao Cao si diresse immediatamente verso Hanzhong, ma vi giunse troppo tardi: nella primavera del 219 Xiahou Dun era stato sconfitto e ucciso. Non c’era più niente da fare: Cao Cao non riuscì più a scacciare Liu Bei e fu costretto a evacuare la popolazione e a cedergli Hanzhong. Per celebrare questo grandissimo successo contro il nemico di sempre, Liu Bei assunse su di sé il titolo di ‘re’ di Hanzhong [I successi di Liu Bei; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 19-20]
LE ULTIME CAMPAGNE DECISIVE E LA NASCITA DEI TRE REGNI (220-280 d.C.):
La mossa di Liu Bei intendeva rispondere alle manovre politiche di Cao Cao. Quest’ultimo infatti, oltre a ricoprire la carica di cancelliere imperiale, aveva a poco a poco accumulato sempre più potere grazie alle sue vittoriose campagne militari. Nel 213 Cao Cao sconfisse Ma Chao e i signori della guerra occidentali e poté pertanto assumere lo straordinario titolo di duca di Wei.
L’apparente benevolenza di Cao Cao e la sua sottomissione formale all’imperatore Han gli valsero naturalmente le ostilità di molti pericolosi avversari. Tra questi spicca l’imperatrice stessa che, accortasi della pericolosità di Cao Cao e dell’assoluta necessità di farlo fuori il prima possibile, aveva organizzato un complotto contro di lui. Il piano fu però scoperto e l’imperatrice, deposta, fu gettata in prigione dove morì poco tempo dopo.
Cao Cao offrì allo sconsolato imperatore ben tre delle sue figlie, di cui una divenne la nuova imperatrice. Nel 216, dopo la sottomissione di Zhang Lu, Cao Cao assunse anche il titolo di re di Wei. Nessuno a corte poteva essere davvero così ingenuo da non accorgersi dell’obiettivo finale di Cao Cao: egli adesso, oltre ad avere un legame importante con l’imperatore stesso, continuò ad accumulare sempre più onori e privilegi; questi fecero sì che Cao Cao e l’imperatore, nel 217, fossero formalmente equiparati sul piano cerimoniale.
Cao Cao aveva legittimato il fulmineo accrescersi del suo potere tramite le sue vittorie militari, ma, nonostante questo, Liu Bei non era disposto a cedere terreno né sul piano simbolico né su quello militare ed era pronto a reagire. Nel 219 il suo subordinato Guan Yu, che egli aveva lasciato nei suoi possedimenti nella provincia di Jing, condusse un potente attacco verso nord, dove assediò l’ufficiale di Cao Cao Cao Ren.
Guan Yu fu particolarmente fortunato: severe piogge torrenziali provocarono l’esondazione del fiume Han, complicando il quadro strategico del suo avversario. Le truppe di rinforzo inviate da Cao Cao furono a loro volta travolte dall’esondazione e Cao Ren si trovò dunque completamente isolato ad affrontare una trappola mortale:
Cao Ren difendeva la città (Fan) con appena un migliaio di uomini e cavalli; le mura erano ormai quasi del tutto sommerse, tanto che ne affiorava solo una minima parte. Guan Yu si avvicinò alle fortificazioni a bordo di un'imbarcazione e ordinò ai suoi uomini di stringere d'assedio la città. Ogni via di comunicazione con l'esterno fu interrotta, le scorte erano ormai prossime all'esaurimento e i rinforzi non erano ancora giunti. Ciononostante, Cao Ren continuò a infondere coraggio ai propri soldati, dimostrando di essere disposto a sacrificare la propria vita pur di difendere la città. (CTR, Cao Ren, traduzione di Lady Wu)
Si trattava di una questione di vita o di morte. La conquista di Fan (vicina a Xiangyang) avrebbe permesso a Guan Yu di avanzare ulteriormente colpendo il cuore del potere di Cao Cao. Guan Yu minacciava inoltre di unirsi a gruppi di oppositori locali della provincia di Xu che, scontenti del governo di Cao Cao, erano pronti a ribellarsi; un’eventualità simile doveva essere evitata a tutti i costi e si discusse seriamente di evacuare lo stesso imperatore in un’area più sicura.
Per la gioia di Cao Cao, l’eroica resistenza di Cao Ren gli permise di mantenere la posizione per tre mesi (Rafe de Crespigny, 1991, p. 12), quando nuovi rinforzi al comando di Xu Huang sconfissero Guan Yu e lo costrinsero ad allontanarsi.
Sun Quan intanto continuò ad essere piuttosto sfortunato. Dopo la sconfitta di Cao Cao ad Hanzhong, egli aveva cercato di approfittare delle sfortune militari del suo rivale per attaccare Hefei senza profitto. La politica di Sun Quan dopo questi eventi sembrò mutare drasticamente: al comando di Jing, al posto di Lu Su, favorevole ad una politica conciliante nei confronti di Liu Bei per resistere a Cao Cao ad oltranza, fu eletto Lü Meng.
Sun Quan non era per nulla soddisfatto del compromesso raggiunto con Liu Bei per la spartizione della provincia di Jing e per di più ne temeva la sua inesauribile ambizione. In questo caso non mi sento di dargli troppo torto vista la consueta irrequietezza del condottiero: il suo ‘alleato’ costituiva ormai una minaccia non troppo dissimile da quella posta da Cao Cao (Rafe de Crespigny, 1991, p. 12).
Per questo Sun Quan e Lü Meng, pur fingendosi sulla carta ancora grandi alleati di Liu Bei, organizzarono un piano per approfittarsi dell’assenza di Guan Yu e prendere possesso dei territori della provincia di Jing. Come dice il proverbio, la vendetta è un piatto che va gustato freddo. La loro strategia però fu così particolare che merita assolutamente di essere descritta:
Guan Yu ha lasciato numerose truppe a difesa delle retrovie mentre assedia Fan, segno evidente che teme un mio attacco alle sue spalle. Da qualche tempo soffro di una malattia; chiedo pertanto che una parte delle mie truppe possa fare ritorno a Jianye, con il pretesto di permettermi di curarmi. Quando Guan Yu verrà a sapere del mio ritiro, ritirerà certamente le forze lasciate a presidio delle retrovie e le invierà tutte verso Xiangyang. A quel punto il nostro esercito potrà risalire il fiume, avanzando giorno e notte, e colpire le sue difese ormai sguarnite. Così la commenderia di Nan cadrà facilmente e Guan Yu potrà essere catturato. (CTR, Lü Meng da Three States Records, postata sul blog da Yang Zhengyuan il 27/6/2020)
Non credo che nella storia militare ci siano state tanti altre strategie simili a questa. Una simile tattica parrebbe troppo strampalata per poter funzionare, ma ottenne un successo così grande da determinare gli equilibri di potere successivi tra i tre rivali.
Lü Meng si recò nella provincia di Jing, dove diede prova di grande benevolenza e generosità. Per questo motivo, quando Guan Yu fece ritorno nell’area, egli fu immediatamente abbandonato dal proprio esercito. Il fedele amico di Liu Bei non ebbe scampo: Guan Yu provò disperatamente a fuggire da Liu Bei, ma fu catturato e ucciso.
Nei primi mesi del 220 Sun Quan mandò la sua testa a Cao Cao come prova della sua morte. Le fonti non raccontano la reazione di Cao Cao, l’uomo che, molto tempo prima, lo aveva lasciato libero di tornare da Liu Bei in virtù del suo valore militare.
Questa vittoria sancì definitivamente le frontiere dei Tre Regni. Cao Cao, come re di Wei, controllava la maggior parte delle province di Ji, Bing, Qing, You, Yan, Yu, Xu, Sili e Liang; egli faceva la ‘parte del leone’, controllando la parte settentrionale dell’impero Han. I suoi rivali furono meno fortunati.
Il grande Liu Bei, dopo tanti inganni e sotterfugi, fu a sua volta vittima di un ingegnoso tranello che lo isolò definitivamente nella provincia di Yi. Sun Quan controllava invece saldamente la parte meridionale dell’impero con le province di Jing, Yang e Jiao. Si trattò di una divisione effettiva, ma molto irregolare: l’impero Han continuò a esistere ancora per qualche tempo perché il suo imperatore deteneva ancora formalmente il potere.
Bisogna osservare che la nascita stessa dei Tre Regni fu un’anomalia per quanto concerne la storia della Cina. Nei tempi passati, al termine di guerre civili o di forti disordini, era sempre emersa una Cina sotto un governo unitario. Si poteva discutere all’infinito a chi spettasse il Mandato del Cielo, ma esistevano pochi scenari plausibili per il futuro della dinastia al governo: o essa veniva ripristinata al suo fulgore originario, oppure veniva semplicemente rimpiazzata da un’altra famiglia più potente.
Come sostiene Rafe de Crespigny, la domanda più provocatoria da porsi non è perché la dinastia Han orientale fosse entrata in crisi, ma quali siano i motivi per cui la Cina non fu immediatamente unificata sotto un solo signore della guerra. Chi controllava il nord di solito riusciva a spazzare via senza troppe difficoltà i propri rivali meridionali: questo non fu però il destino di Cao Cao, che, come abbiamo visto, non riuscì a conseguire quest’ultimo grande obiettivo. (Rafe de Crespigny, 1991, pp. 14).
Il 15 marzo 220 Cao Cao passò a miglior vita a Luoyang. Ormai quasi sessantacinquenne, i suoi piani di unificare la Cina sotto il suo dominio erano rimasti irrealizzati. Fino alla fine, però, Cao Cao rifiutò sdegnosamente ogni proposta dei suoi consiglieri di porre fine alla dinastia Han orientale per ascendere al trono imperiale. Egli aveva certamente preparato il terreno per fondare una propria dinastia. Il suo figlio maggiore, infatti, Cao Pi gli succedette come re di Wei e come cancelliere imperiale.
La situazione per l’imperatore Xian non era infatti affatto migliorata: per ironia della sorte fu proprio il successore di Cao Cao a dare il colpo di grazia alla vetusta dinastia Han. Nel novembre del 220, l’imperatore Xian promulgò un editto nel quale egli abdicava il trono in favore di Cao Pi. Quest’ultimo finse di non ambire affatto alla posizione e respinse più volte la generosa offerta dell’imperatore. Dopo innumerevoli dibattiti teorici, Cao Pi si fece finalmente convincere e ascese al trono di Wei l’11 dicembre 220.
Quando la notizia si diffuse in tutto il resto della Cina, anche Liu Bei reclamò per sé il titolo imperiale (15 maggio 221); egli rivendicava di governare in continuità con la dinastia Han orientale. I suoi rivali, più cinici e ben poco propensi a concedergli alcun tipo di legittimità, affibbiarono invece al suo regime il nome di Shu, una vecchia denominazione che si riferiva all’area di cui egli deteneva il controllo.
Nonostante il vivo antagonismo tra il regime di Wei e quello di Shu, Liu Bei concentrò i propri sforzi contro Sun Quan: Liu Bei doveva riprendere il controllo della provincia di Jing ad ogni costo. Il suo avversario, anche in questo caso, si dimostrò un diplomatico molto abile. Sun Quan si sottomise formalmente al nuovo regime di Wei per garantirsi la neutralità di Cao Pi nel conflitto, ricevendo in cambio il titolo di re di Wu.
Liu Bei lo attaccò infine lungo il corso del fiume Yangzi (fiume Azzurro), ma fu sconfitto e respinto da un generale di Sun Quan (Lu Xun). La neutralità di Cao Pi, ora che Sun Quan aveva respinto con successo Liu Bei, non gli serviva più a nulla: egli rinnegò quindi la sua lealtà verso Wei, governando come re di Wu per conto proprio (222). Negli anni successivi Sun Quan resistette con successo ai continui attacchi di Cao Pi e si alleò nuovamente con Liu Bei già nel 223.
Sun Quan in questi anni decisivi diede filo da torcere a tutti i suoi principali avversari, ottenendo una posizione di tutto rispetto nel nuovo equilibrio di potere tra i Tre Regni. Un altro protagonista, Liu Bei, lasciò la scena già nel 223 con queste commuoventi parole di commiato:
Nella primavera del terzo anno dell'era Zhangwu (223), il Primo Sovrano, ormai in fin di vita a Yong'an, convocò Zhuge Liang da Chengdu per affidargli il futuro dello Stato. Gli disse «Le tue capacità superano di dieci volte quelle di Cao Pi. Sono certo che saprai preservare lo Stato e portare a compimento la grande impresa. Se l'erede, Liu Shan, sarà in grado di governare con il tuo sostegno, allora assistilo. Se invece dovesse dimostrarsi incapace, potrai prenderne il posto.» Zhuge Liang scoppiò in lacrime e rispose: «Questo vostro servitore darà tutto sé stesso e consacrerà la propria incrollabile lealtà fino all'ultimo respiro.» Il Primo Sovrano emanò quindi un ultimo editto destinato al Successore: «Dovrai amministrare gli affari dello Stato insieme al Cancelliere, e onorarlo come faresti con tuo padre.» (CTR, Zhuge Liang, traduzione di Jack Yuan).
Come sostiene Rafe de Crespigny (2007, p. 484), Liu Bei era un uomo irrequieto, una vera e propria mina vagante per i suoi superiori e i suoi rivali, ma anche un uomo estremamente carismatico e leale verso i propri compagni.
La sua carriera fu assolutamente folle: egli iniziò la sua avventura nella lontana frontiera settentrionale, spaziando poi in ogni angolo dell’impero Han come una trottola impazzita; le vicende di Liu Bei s’intrecciarono con quelle di tutti i più grandi signori della guerra della sua epoca e, nonostante qualche sconfitta qua e là, egli riuscì sempre a cavarsela in qualche modo assurdo. Anche Cao Pi si ammalò qualche tempo dopo e morì prematuramente nel 226. [Le ultime campagne decisive e la nascita dei Tre Regni (220-280 d.C.), Yang Zhengyuan, 2019, pp. 20-23]
L’IMPERO WU: SUN QUAN E I SUOI SUCCESSORI
L’impero di Sun Quan (Wu o Sun Wu) non poteva vantare la stessa legittimazione dei suoi rivali. La rivendicazione di Wei poggiava su due basi molto solide: innanzitutto Cao Cao e i suoi eredi controllavano la maggior parte dei territori del vecchio impero; la loro successione era inoltre legittimata dall’abdicazione diretta dell’imperatore Xian e dall’aver ricevuto il Mandato del Cielo dalla precedente dinastia.
Liu Bei rivendicava invece il titolo imperiale sostenendo, in virtù del suo lontano legame familiare con la dinastia, di essere il vero successore dell’impero Han. Sun Quan non aveva molto spazio di manovra in questo senso: il territorio da lui controllato si trovava ai margini dell’impero; per di più Sun Quan aveva ricevuto il titolo di re di Wu dall’usurpatore Cao Pi.
Sun Quan mise in azione una campagna di propaganda per auto-legittimare la propria ascesa al trono, ma essa fu decisamente meno solida rispetto a quelle di Wei e di Shu. In primo luogo egli sosteneva che la sua ascesa al trono fosse pienamente giustificata dal suo governo virtuoso: egli regnava su un regime che si preoccupava del benessere del suo popolo. In secondo luogo Sun Quan sostenne che il trono imperiale, rimasto vacante dopo la caduta della dinastia Han orientale, non fosse stato occupato da alcun successore degno di nota: Cao Pi per Sun Quan era solamente un usurpatore; egli decise poi di ignorare bellamente le rivendicazioni di Liu Bei.
Dal suo punto di vista la dinastia Han orientale era definitivamente caduta e ogni rivendicazione alla successione era pertanto del tutto inutile. La macchina propagandistica di Sun Quan non ebbe fortuna presso i posteri: nessuno storico tradizionale accettò la rivendicazione di Sun Quan al Mandato del Cielo (Rafe de Crespigny, 1991, p. 16).
Il 23 giugno 229 Sun Quan rivendicò il titolo imperiale come re di Wu. Nonostante la debolezza della sua rivendicazione, la situazione strategica di Sun Quan non era del tutto perduta. Il suo impero era forte e stabile e le sue frontiere insormontabili.
Anche il fattore anagrafico non costituiva un elemento indifferente. Sun Quan era decisamente più vecchio sia di Cao Rui sia di Liu Shan, i successori di Cao Pi e di Liu Bei; la sua esperienza pluridecennale, soprattutto nel campo della diplomazia, poteva mettere in difficoltà qualunque avversario: in fondo egli aveva lottato con successo con i ben più navigati Cao Cao e Liu Bei e non aveva quindi nulla da temere. Sun Quan fu un sovrano molto attivo e perseguì diversi obiettivi ambiziosi, ma non ottenne grandi successi strategici.
Contro Wei, la situazione di stallo non si sbloccò affatto: negli anni successivi Wei e Wu combatterono campagne militari l’uno contro l’altro, senza però mai riuscire a superare i reciproci sistemi di difesa. Sun Quan tentò allora di agire per vie traverse. Egli volle infatti accerchiare Wei cercando un’intesa con lo stato di Yan sotto il controllo del signore della guerra Gongsun Yuan, stanziato nella penisola di Liaodong.
Sun Quan intendeva fare di Gongsun Yuan un proprio vassallo per minacciare le retrovie di Wei. La distanza tra lui e Gongsun Yuan era però insormontabile e Sun Quan non riuscì mai a coordinarsi efficacemente con il suo novello vassallo; nel 238 Wei distrusse il regime di Gongsun Yuan senza che Sun Quan potesse intervenire in alcun modo per aiutarlo.
Gli ultimi anni di regno di Sun Quan non furono particolarmente felici. Il problema riguardava principalmente la successione al trono di Wu: Sun Quan volle come suo erede il figlio maggiore Sun Deng; quest’ultimo sfortunatamente morì già nel 241, rovinando così inavvertitamente i piani del padre. Sun Quan non si perse d’animo e nominò Sun He, il secondogenito, come suo erede. Questa nomina non fu accettata unanimemente: una fazione si radunò attorno a Sun Ba, il fratello minore di Sun He.
Questo aspro conflitto interno danneggiò profondamente il regno di Sun Quan e lo rese particolarmente instabile. Per questo motivo, Sun Quan, convinto che la situazione richiedesse una soluzione drastica prima che potesse degenerare ulteriormente, prese una decisione folle: nel 250 Sun Quan depose suo figlio Sun He, costrinse Sun Ba al suicidio e nominò Sun Liang come suo successore.
Il problema non fu risolto, ma solo rimandato di qualche anno: Sun Liang, il figlio più piccolo di Sun Quan, aveva solo sette anni. Non possiamo sapere quale fu il ragionamento che spinse Sun Quan ad agire in questo modo bizzarro, ma conosciamo invece il risultato delle sue azioni.
Quando Sun Quan morì nel 252 e suo figlio Sun Liang ascese al trono, si scatenarono ulteriori lotte per il potere. Vista la giovanissima età di Sun Liang, gli fu affiancato un reggente di nome Zhuge Ke. Il reggente fu presto assassinato e al suo posto ne fu trovato uno nuovo, Sun Jun, un esponente di un ramo collaterale della famiglia imperiale. Non tutti i reggenti erano davvero animati da pii sentimenti patriottici: quando Sun Jun si ammalò e morì nel 256, suo cugino Sun Chen fu affiancato immediatamente al sovrano.
Sun Liang, ormai convinto di poter governare per conto proprio senza l’aiuto di nessuno, cercò di sbarazzarsi del proprio invadente reggente, ma questi lo precedette ogni sua mossa: l’anno successivo Sun Liang fu deposto e rimpiazzato con Sun Xiu, un altro figlio di Sun Quan. Sun Xiu fu decisamente più scaltro del proprio fratello e non perse altro tempo: qualche mese dopo egli guidò un proprio colpo di stato che portò alla fine del governo di Sun Chen. L’autorità del sovrano era tornata saldamente nelle sue mani, ma ormai essa era stata inesorabilmente erosa da decenni di intrighi politici.
L’impero di Wu affrontò la stessa crisi che scosse le fondamenta dell’impero Han: il governo centrale, tutto preso dagli intrighi politici e dalle lotte per la successione imperiale, aveva perso del tutto il controllo dei notabili locali. Il sorgere di interessi locali diversi dalla politica imperiale determinò presto la fine dell’avventura imperiale di Sun Quan.
In questo senso Sun Xiu si dimostrò un sovrano piuttosto debole. La ‘breve’ durata dell’impero di Wu non deve però distoglierci dalle conseguenze di lungo termine che il suo governo ebbe sull’intera regione. La parte meridionale dell’impero, da area di frontiera poco sviluppata e di poco conto, divenne a poco a poco un centro prospero e forte; questo territorio, quando la Cina si frantumò nuovamente in vari potentati per diversi secoli, si trasformò infine in un’ottima base di potere per sostenere gli sforzi delle dinastie del Sud.
Prima di concludere la storia dell’impero di Wu, vorrei ancora raccontarvi un aneddoto delizioso riguardante Sun Quan. Nel nostro articolo Sun Quan è sempre sembrato un politico accorto e un fine diplomatico; in realtà Sun Quan sapeva anche essere un uomo molto impetuoso e impaziente. Questo suo carattere era decisamente utile quando egli doveva prendere delle decisioni di vitale importanza, come quella di resistere a Cao Cao anziché arrenderglisi; in alcuni casi, però, la sua impetuosità lo portò anche a compiere qualche passo falso:
Lo Jiangbiaozhuan racconta che, quando Sun Quan assunse il titolo imperiale, convocò i suoi funzionari a corte e attribuì gran parte del merito della sua ascesa a Zhou Yu. Zhang Zhao sollevò quindi la tavoletta cerimoniale per rendere omaggio ai successi e alle virtù dell'imperatore, ma, prima ancora che potesse prendere la parola, Sun Quan lo interruppe dicendo: «Se avessi seguito il piano del ministro Zhang, oggi mi troverei a mendicare per procurarmi il cibo.» Zhang Zhao ne fu profondamente mortificato e si prostrò a terra, madido di sudore. Uomo leale, coraggioso e di specchiata rettitudine, possedeva l'integrità propria di un grande ministro, e Sun Quan lo teneva in altissima considerazione. Tuttavia, non lo nominò mai Cancelliere, soprattutto perché in passato si era opposto, giudicandoli erronei, ai consigli di Zhou Yu, Lu Su e degli altri (CTR, Zhang Zhao, nota 1 del commento di Pei Songzhi da Jiangbiaozhuan Three States Record, postata sul blog da Yang Zhengyuan il 9/2/2019 )
Non so se vi ricorderete ancora di lui, ma Zhang Zhao fu il ‘reggente’ che affiancò Sun Quan nei suoi primi anni di governo poco dopo la morte del fratello Sun Ce. Dal punto di vista di Sun Quan, si trattò solo di un insignificante errore di ‘etichetta’ con conseguenze di poco conto a lungo termine. La sua decisione di non nominarlo mai Cancelliere fu piuttosto dura e fa apparire Sun Quan come un uomo incapace di provare alcun tipo di gratitudine verso il suo sfortunato consigliere.
Forse la sua scelta fu ben ponderata: in fondo, Zhang Zhao, qualche decennio prima era stato tra coloro che gli consigliarono caldamente di sottomettersi a Cao Cao. L’aneddoto è delizioso, ma forse, come suggerisce Rafe de Crespigny (1990, p. 407), non è degno della minima fede. [L’impero Wu: Sun Quan e i suoi successori; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 23-24]
L’IMPERO SHU E LA PRESUNTA RESTAURAZIONE DI HAN:
Alla morte di Liu Bei nel 223, suo figlio Liu Shan, diciassettenne, ascese al trono imperiale. Come previsto dalle ultime volontà del padre, Zhuge Liang divenne il suo reggente e si occupò personalmente della politica imperiale della dinastia. Innanzitutto, Zhuge Liang ripristinò immediatamente la perduta alleanza con Wu: il regno di Wei, in fondo, era ancora piuttosto pericoloso. Prima di procedere contro Wei, Zhuge Liang condusse diverse campagne militari nella parte meridionale della provincia di Yi, dove sottomise alcune riottose tribù locali. Dopo aver risolto questo annoso problema, Zhuge Liang si occupò finalmente di Wei.
Zhuge Liang concentrò tutti gli sforzi e le risorse dell’impero Shu contro Wei: egli condusse in prima persona ben cinque campagne contro i successori di Cao Cao, mettendo in gioco ogni stratagemma e invenzione che la sua abile mente riusciva a concepire. Zhuge Liang non riuscì mai a superare in modo significativo le difese di Wei e non ottenne mai alcun risultato tangibile contro il suo grande nemico. L’ossessione di Zhuge Liang per Wei si potrebbe forse spiegare in virtù del fortissimo legame di amicizia che lo legava a Liu Bei e della volontà di realizzarne le ambizioni. Questo è il commento di Chen Shou su questo tema:
[Zhuge Liang] Era consapevole che, dopo la sua morte, non vi sarebbe stato più nessuno in grado di guidare una spedizione verso la Pianura Centrale e di opporsi al Wei. Per questo continuò instancabilmente a condurre campagne militari, dando in più occasioni prova delle proprie capacità. Il talento di Zhuge Liang risiedeva soprattutto nell'organizzazione dell'esercito, mentre il suo punto debole era l'elaborazione di strategie brillanti. Le sue capacità di governo superavano quelle di comandante militare. Eppure, anno dopo anno, continuò a guidare personalmente le sue spedizioni senza mai conseguire un successo decisivo. Probabilmente ciò era dovuto al fatto che la flessibilità strategica non costituiva il suo maggiore punto di forza (CTR, Zhuge Liang di Jack Yuan)
Zhuge Liang morì nel 234, senza aver mai conseguito il suo obiettivo. I suoi successori Jiang Wan e Fei Yi preferirono momentaneamente abbandonare le politiche del loro predecessore, occupandosi invece di ricostruire piano piano la forza dell’impero e di gestire alcuni impellenti problemi di politica interna.
Anche nell’impero di Liu Bei si verificarono, infatti, dei grossi problemi di feroce lotta politica: Fei Yi fu assassinato nel 253. Il successore di Fei Yi, Jiang Wei, riprese nuovamente una politica estera molto aggressiva nei confronti di Wei. Anche lui non ebbe affatto successo, anzi: l’impero Shu, dopo vari decenni di guerre continue che avevano richiesto immensi sforzi e portato ben pochi benefici, aveva esaurito tutte le proprie risorse e le proprie energie.
Per l’iniziativa della potente famiglia Sima, fu organizzata un’immensa campagna bellica contro Shu. Nel 263 i generali Zong Hui e Deng Ai invasero il regno nemico e in poco tempo raggiunsero la sua capitale di Shu, Chengdu. Liu Shan, colto di sorpresa, non poté far altro che sottomettersi; egli si recò poi verso nord, a Luoyang, dove si ritirò onorevolmente a vita privata con il titolo di duca. Uno dei generali di Wei, Zhong Hui, si rivelò però un gran traditore: egli si alleò con il reggente Jiang Wei nel tentativo di instaurare un proprio dominio personale nella regione appena conquistata. La sua ribellione contro la famiglia Sima non ebbe un esito felice: il colpo di mano fallì e tutti i cospiratori vennero uccisi.
L’impero Shu rivendicava a gran voce di aver restaurato la gloria dell’impero Han. Le ambizioni di Liu Bei non corrispondevano però alla realtà concreta dei fatti: il suo impero comprendeva, infatti, una sola provincia; più che un impero, esso rappresentava il dominio di un signore della guerra fortunato e ambizioso che fece fortuna.
Anche sul lungo termine Liu Bei e i suoi successori non ottennero grandi risultati: essi, diversamente da Wu, non riuscirono mai a sviluppare e a rendere prospero il territorio sotto il loro controllo. Il regno fondato da Liu Bei fu abbastanza solido da durare diversi decenni: per molti anni trovò le risorse non solo per difendersi da Wei, ma anche per condurre delle offensive di largo respiro contro l’eterno rivale.
Oltre a rivendicare la propria legittimazione come il legittimo continuatore di Han, Shu si autorappresentò sempre come l’underdog (‘sfavorito’), che, con le sue poche forze, doveva opporsi in ogni modo alle aggressioni dello stato usurpatore più potente e bellicoso; questo diede a Liu Bei e ai suoi successori un forte elemento di coesione ideologica e di identità nazionale su cui poter fare affidamento anche in tempi di crisi o sconfitte (Rafe de Crespigny, 2007, p. 483) [Shu e la presunta restaurazione di Han; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 24-25]
WEI E L’ASCESA DELLA POTENTE FAMIGLIA SIMA:
Nel 226 Cao Pi, ormai in fin di vita, nominò Cao Rui, suo figlio maggiore, come erede al trono imperiale. Cao Pi non aveva più molto tempo e pertanto affiancò subito al giovane sovrano un consiglio di reggenza formato da suoi fedelissimi: Chen Qun, Cao Zhen, Cao Xiu e Sima Yi.
Cao Pi poteva fidarsi ciecamente di questi uomini: essi erano infatti ufficiali molto esperti, che avevano accumulato esperienze di ogni tipo già durante gli anni gloriosi di Cao Cao e che sarebbero quindi stati in grado di gestire nel miglior modo possibile crisi di qualunque tipo ed entità.
Negli anni successivi il consiglio di reggenza si ridusse progressivamente, finché, per la morte naturale degli altri reggenti, Sima Yi ne rimase l'unico membro. Dal 237 quindi, Sima Yi divenne il principale ministro del regno e il suo più importante comandante militare. Egli era un generale di grande esperienza: Sima Yi si era fatto le ossa sul fronte meridionale e su quello occidentale, respingendo gli assalti di Wu e di Shu; il suo prestigio, già piuttosto elevato, fu ulteriormente alimentato dalla campagna vittoriosa di conquista che egli condusse personalmente nel 238 contro Gongsun Yuan nella penisola di Liaodong.
Sima Yi era un uomo fatto e finito di quasi sessant’anni, di grande esperienza sia negli affari amministrativi sia in quelli bellici; egli era poi un amico personale di Cao Pi (Rafe de Crespigny, 1991, pp. 32-33). Per la dinastia di Cao Cao si prospettavano comunque degli anni molto difficili. Cao Pi era morto abbastanza giovane all’età di quarant’anni; anche suo figlio Cao Rui si ammalò e morì nel 239 a soli trentacinque anni: sembrava quasi che la maledizione della dinastia Han orientale si fosse abbattuta per ripicca su quella di Cao Cao come punizione ‘divina’ per aver usurpato con la forza il Mandato del Cielo dal suo legittimo detentore.
Cao Rui, sebbene fosse molto ammalato, ebbe comunque la lucidità mentale necessaria per occuparsi personalmente della successione al trono. Egli non aveva figli e dovette quindi adottare Cao Fang, un bambino di appena sette anni; Cao Fang era certamente un parente stretto della famiglia imperiale, ma il suo grado di parentela esatto era ufficialmente sconosciuto (Rafe de Crespigny, 1991, p. 33). Questo gesto da solo basta già forse per comprendere quanto fosse difficile la situazione in cui si trovava Cao Rui. Il sovrano contemplò per un po’ la possibilità di seguire l’esempio del padre e di organizzare un nuovo consiglio di reggenza, ma poi preferì invece nominare solo due uomini: Cao Shuang, il figlio del precedente reggente Cao Zhen e il sempreverde Sima Yi. Si trattò di una decisione fatale che cambiò per sempre il destino della dinastia.
In un primo momento i due reggenti collaborarono armoniosamente, ma con il passare del tempo emersero delle evidenti e incolmabili divergenze ideologiche. Attorno a Cao Shuang si radunò un gruppo eterogeneo composto da riformatori e da ambiziosi intellettuali; Sima Yi, al contrario, raccolse ampi consensi tra i conservatori e i membri della grande aristocrazia, classe sociale alla quale egli stesso apparteneva.
Sima Yi, a differenza di Cao Shuang, in virtù della sua fama e del suo prestigio come generale vittorioso, poteva anche contare sul sicuro supporto dell’esercito (Rafe de Crespigny, 1991, pp. 33-34). Nel 247 Cao Shuang e i suoi collaboratori introdussero una serie di riforme del sistema legale e amministrativo, con la volontà di accentrare ulteriormente il potere già in loro possesso. Sima Yi per tutta risposta si finse malato e si ritirò dalla vita pubblica. I suoi avversari non si fidavano affatto di questa presunta malattia, consci della fama di grande astuzia di cui godeva Sima Yi, e inviarono un loro seguace per controllare di persona le condizioni di salute dell’anziano patriota. Sima Yi lo accolse personalmente e, con doti di grande attore, gli preparò un tranello fatale:
Sima Yi fece avvicinare due ancelle perché lo assistessero. Cercò di afferrarsi alle vesti, ma le mani gli vennero meno e le lasciò cadere. Poi indicò la bocca, come per chiedere da bere. Le ancelle gli porsero una scodella di pappa di riso, ma, quando cercò di portarla alle labbra, il contenuto gli si rovesciò completamente sul petto. Alla vista di quella scena, Li Sheng ne fu profondamente commosso e, con le lacrime agli occhi, disse: «L'Imperatore è ancora giovane e tutto l'Impero fa affidamento su Vostra Eccellenza. Tutti dicono che siete anziano e malato, ma non avrei mai immaginato che le vostre condizioni fossero tanto gravi.» Con un filo di voce, Sima Yi riuscì a rispondere: «Sono vecchio e gravemente malato; la mia morte è ormai vicina. Tu stai per assumere l'incarico nella provincia di Bing. Essa confina con gli Hu: prenditene buona cura. Temo che non ci rivedremo più.» Li Sheng lo corresse: «Sto tornando nella mia provincia natale, non nella provincia di Bing.» Sima Yi fece allora finta di confondersi ancora e replicò: «Quando arriverai nella provincia di Bing, abbi cura di te e svolgi bene il tuo incarico.» Le sue parole apparivano sconnesse, come quelle di un uomo ormai privo di lucidità. Li Sheng ripeté: «Sto tornando nella provincia di Jing, non in quella di Bing.» Solo allora Sima Yi parve comprendere e disse: «Sono vecchio, la mia mente è ormai confusa e non avevo capito le tue parole. Dunque torni a ricoprire l'incarico di ispettore della tua provincia. Coltiva la virtù e dimostra il tuo valore, così da conseguire grandi meriti. Ora è tempo che ci congediamo. Sento che le mie forze mi stanno abbandonando e sono certo che non avremo più occasione di incontrarci. Vorrei quindi, finché ne sono ancora capace, allestire un altare per salutarci un'ultima volta. Fa' che i miei figli, Shi e Zhao, mantengano con te un rapporto di sincera amicizia e non vi abbandoniate mai a vicenda: è questo il desiderio del mio cuore.» Detto ciò, scoppiò in lacrime. Anche Li Sheng sospirò profondamente e rispose: «Farò tesoro dei vostri insegnamenti e continuerò ad attendere i vostri ordini.» Congedatosi da Sima Yi, Li Sheng tornò da Cao Shuang e dagli altri e riferì [taglio] “Non possiamo abbandonarlo; dobbiamo prenderci cura di lui.» Quindi, versando nuovamente lacrime, concluse: «La malattia del Gran Precettore è ormai incurabile. È davvero motivo di grande tristezza.» (CTR, Cao Shuang, nota 2 del commento di Pei Songzhi da Weimozhuan, Three States Records, postata sul blog da Yang Zhengyuan il 25/12/2018)
Mi perdonerete per aver citato la fonte quasi nella sua interezza, ma è una storiella troppo gustosa e divertente e dovevo assolutamente raccontarvela: al tempo dei Tre Regni la strategia di fingersi gravemente malati doveva essere davvero molto efficace [vedi Lü Meng nel capitolo: “Le ultime campagne decisive e la nascita dei Tre Regni (220-280 d.C.)]. Nel 249 Cao Shuang accompagnò l’imperatore a visitare la tomba di Cao Rui a Gaoping.
Il ‘vecchio rimbambito’, piuttosto arzillo pur essendo ormai un vispo settantenne, approfittò subito della loro lontananza per impadronirsi del potere. Sima Yi promise che “si sarebbe preso cura di loro’, permettendo loro di ritirarsi indenni ovunque volessero. Purtroppo per loro la lotta politica di quel tempo non concedeva né grazie né sconti: quando Cao Shuang e i suoi collaboratori si arresero essi furono uccisi tutti assieme ai membri dei rispettivi clan. Ancora nel 251 un generale di nome Wang Ling organizzò un colpo di stato dal suo quartier generale di Shouchun.
Il suo piano era di sostituire il piccolo Cao Fang con il già adulto Cao Biao; Sima Yi però scoprì il complotto e, da uomo d’azione come era, lo attaccò di sorpresa e lo uccise; anche Cao Biao fu costretto a togliersi la vita.
Poco tempo dopo Sima Yi passò a miglior vita. Suo figlio Sima Shi mantenne il controllo del potere assumendo il controllo la reggenza di Cao Fang. La famiglia Sima, per quanto potente, non controllava ancora stabilmente l’impero Wei. Nel 254, infatti, un altro gruppo di uomini fedeli all’imperatore, con a capo un certo Li Feng, organizzò un nuovo colpo di stato, ma anche stavolta non ebbe successo: Sima Shi punì con la morte tutti i congiurati; poi, vista la partecipazione attiva di Cao Fang nel complotto, ne approfittò subito per deporlo e sostituirlo con un candidato più debole e malleabile.
La sua scelta ricadde su un nipote di Cao Pi: Cao Mao. Nel 255 ci fu un altro colpo di stato, ma niente sembrava poter rovesciare il potere della famiglia Sima, quasi come se il destino avesse sancito la loro ascesa e l’avesse resa ineluttabile: un generale di nome Guanqiu Jian organizzò infatti un’altra ribellione prendendo il controllo di Shouchun. La situazione per Sima Shi divenne presto critica perché i ribelli, in via del tutto eccezionale, richiesero il supporto di Wu.
Sima Shi non si perse d’animo: prima schiacciò i ribelli e poi si occupò di Wu, che, in preda a gravi problemi di politica interna, non riuscì a cogliere in tempo l’occasione propizia per attaccare Wei e fu respinto. L’ingente sforzo necessario per sedare la ribellione aggravò ulteriormente la già precaria salute di Sima Shi, che morì poco tempo dopo. La reggenza passò a suo fratello minore, Sima Zhao.
Si potrebbe osservare, con una certa ironia, che il destino avesse riservato a ciascun membro della famiglia Sima una ribellione tutta sua, quasi a metterne alla prova il carattere e la capacità di affrontare i pericoli del governo. Adesso era il turno di Sima Zhao, che affrontò nel 257 la ribellione di Zhuge Dan.
Quest’ultimo mantenne il controllo di Shouchun per più di un anno; ancora una volta fu richiesto il supporto di Wu, ma anche stavolta tale aiuto non si manifestò in alcun modo tangibile. Sima Zhao riuscì infine a uccidere Zhuge Dan e a ripristinare il controllo della famiglia Sima sulla valle del fiume Huai.
Il giovane imperatore Cao Mao, vista la situazione, tentò il tutto per tutto: egli guidò personalmente le truppe a lui fedeli in un attacco volto a sbarazzarsi di Sima Zhao una volta per tutte; un traditore informò anzitempo il reggente e Cao Mao morì coraggiosamente durante lo scontro, nell’estremo tentativo di salvare la propria dinastia dalle grinfie dei Sima. Da quel momento in poi, la potente famiglia Sima s’impadronì stabilmente dell’impero di Wei. Sima Zhao selezionò un ultimo imperatore fantoccio, Cao Huan, e, non dovendo più fronteggiare alcuna pericolosa opposizione interna al suo potere, si dedicò nel 263 alla conquista di Shu.
Tra i Tre Regni successori che rivendicavano l’eredità della dinastia Han orientale, Wei fu quello che giunse più vicino a restaurarne l’antico splendore. Anche il più potente dominio dei Tre Regni aveva però delle debolezze.
La famiglia Cao proveniva innanzitutto da un ramo relativamente modesto dell’élite dell’impero Han; indebolita infine dalle premature morti di Cao Pi e Cao Rui, essa non fu in grado di mantenere la lealtà delle grandi famiglie aristocratiche, che preferirono occuparsi dei loro interessi particolari. La famiglia Sima, espressione di quella stessa aristocrazia, riuscì, approfittando di una congiuntura favorevole determinata dalla presenza sul trono di una serie di imperatori molto giovani, a impadronirsi del potere. La loro resilienza e abilità politica permisero loro di superare indenni ogni congiura e ribellione che osò sfidare la loro autorità. [Wei e l’ascesa della potente famiglia Sima; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 25-26]
LA NASCITA DI JIN E LA CONQUISTA DI WU:
Nel 264, dopo aver conquistato Shu e aver soppresso la ribellione di Zhong Hui (cfr. capitolo: Shu e la presunta restaurazione di Han), Sima Zhao si sentì abbastanza forte da assumere il titolo di re di Jin. Fu suo figlio Sima Yan, dopo la sua morte (265), a rovesciare la dinastia regnante: il 4 febbraio 266, dopo soli quarantacinque anni, il Mandato del Cielo veniva formalmente trasmesso da Wei a Jin; per la transizione di potere che portò all’abdicazione di Cao Huan, Sima Yan si basò sul modello ideato da Cao Pi.
In quel momento Wu si trovava in una situazione molto delicata. In preda a gravi problemi politici interni e a numerose ribellioni, il governo di Wu fu costretto a prendere una decisione senza precedenti: alla morte di Sun Xiu nel 264, ignorò completamente i suoi giovani figli e nominò al trono imperiale Sun Hao, un nipote di Sun Quan. La speranza era che un sovrano già maturo potesse affrontare meglio i gravi problemi che affliggevano Wu, riportandolo alla sua antica gloria. In effetti, egli sembrò migliorare notevolmente la situazione: Sun Hao sventò la ribellione in Jiao e poi respinse le offensive di Jin in quella regione.
Purtroppo, però, Sun Hao, a causa del suo carattere sospettoso e brutale, perse del tutto la fedeltà dei grandi aristocratici del paese. La sua lotta, comunque, non era destinata a durare ancora a lungo: Jin era infatti in procinto di preparare un’invasione su larga scala. Sima Yan fece le cose in grande, organizzando una potente flotta e un imponente esercito; le due grandi armate invasero infine Wu senza che nessuno potesse fare nulla per fermarle. Dopo aver spezzato le difese della regione, le truppe di Jin raggiunsero la capitale.
Quando il 1 Maggio 280 gli ultimi difensori della capitale, vista la situazione disperata e senza speranza, abbandonarono la capitale, Sun Hao fu costretto a sottomettersi. Anche lui, come era accaduto all’ultimo sovrano di Shu, poté ritirarsi onorevolmente a vita privata. Il titolo che ricevette, però, appare ai miei occhi da profano più un insulto velato che un reale onore: esso si può tradurre infatti come ‘Marchese della sottomissione”. Viene da chiedersi se Sun Hao apprezzò il fine senso dell’umorismo di Sima Yan. [La nascita di Jin e la conquista di Wu; Yang Zhengyuan, 2019, pp. 26-27]
LA FINE DELLA DINASTIA JIN:
Tutto è bene quel che finisce bene: sotto la guida della potente famiglia Sima l’impero fu finalmente riunificato e da quel momento tutti vissero felici e contenti in armonia perpetua. Purtroppo, come i più arguti di voi avranno già intuito leggendo il titolo del capitolo, le cose non andarono esattamente in questo modo: il destino, che fino ad allora aveva sorriso alla dinastia Jin, le voltò improvvisamente le spalle, proprio come farebbe un bimbo capriccioso.
Nel 290, la morte di Sima Yan scatenò una nuova furiosa lotta per il potere. Secondo alcuni storici, il nuovo sovrano, suo figlio Sima Zhong, era afflitto da qualche tipo di disabilità mentale ed era perciò inadatto a regnare. Tra il 290 e il 307, le famiglie delle consorti imperiali e i rami collaterali della famiglia Sima si contesero il potere in una lunga lotta passata alla storia come la Guerra degli Otto Principi. Alcuni di loro arruolarono nei loro eserciti delle forze ausiliarie ‘barbare’.
Queste ultime, approfittandosi dell’instabilità e della debolezza dell’impero Jin, riuscirono ad impadronirsi di alcune regioni dell’impero: il nord e l’ovest della Cina furono completamente travolti dalla loro bellicosità; solo nel sud-est della Cina, un lontano membro di un ramo collaterale della famiglia Sima, Sima Rui, riuscì a fondare un nuovo stato fantoccio Jin nel vecchio territorio di Wu. Sul piano militare, proprio come ai tempi delle lotte tra Wei e Wu, il fiume Yangzi permise la sopravvivenza dei regimi del sud di fronte alle perenni minacce provenienti da nord.
A questa sopravvivenza contribuirono certamente non poco le riforme e le migliorie apportate nella regione da Sun Quan e dai suoi successori. Dal punto di vista meramente politico la situazione fu invece un completo disastro; gli intrighi politici e l’instabilità si trasmisero, come un morbo, da una dinastia all’altra: da Jin a Song, da Song a Qi, da Qi a Liang e da Liang a Chen fu tutto un susseguirsi di usurpazioni.
Nel 589 l’imperatore Yang Jian, della dinastia settentrionale Sui, riuscì una volta per tutte a riunificare la Cina conquistando la dinastia Chen. Erano passati ben 400 anni da quando l’autorità della dinastia Han orientale crollò in seguito al colpo di stato di Dong Zhuo (189) [La fine della dinastia Jin; Yang Zhengyuan, 2019, p. 27]
Vorrei concludere questo articolo con una breve poesia di Cao Cao, composta in tarda età, all termine della sua lunga carriera. Essa, a mio parere, racchiude perfettamente i sentimenti che animavano i grandi protagonisti di quell’epoca, definita dallo studioso Rafe De Crespigny come ‘Age of Individuals” (2007, p. 484): il feroce desiderio di mostrare al mondo il proprio talento e la volontà irrefrenabile di realizzare le proprie ambizioni.
Il destriero valoroso, ormai vecchio, riposa nella sua stalla,
ma ancora sogna di percorrere mille li;
così l'eroe, giunto al tramonto dei suoi giorni,
conserva immutato l'ardore del suo cuore.
La durata della vita e il momento della morte
non dipendono soltanto dal volere del Cielo;
chi sa vivere in armonia con se stesso
può prolungare i propri anni.
Davvero grande è la fortuna che mi è toccata;
per questo canto,
affinché le mie aspirazioni trovino voce.
(Rafe de Crespigny, 1990, Men from the Margin Cao Cao and the Three Kingdoms)
BIBLIOGRAFIA:
Fonte primaria principale:
(Chen Shou) Cronache dei Tre Regni (Sanguo Zhi) con il commento di Pei Songzhi
Chen Shou (233-297 d.C.) fu dapprima un suddito di Shu e poi, dopo la conquista del regno da parte di Wei, di Jin. Egli scrisse la propria opera qualche tempo dopo la conquista di Wu (280). Il modello è quello classico della storiografia cinese degli ‘Annali-biografie’ con molto materiale per Wei, Shu e Wu (Rafe de Crespigny, 1970, pp. 2-3; Three States Records, sezione ‘Contents’, ‘How to read’). Il commentario di Pei Songzhi è del V secolo d.C., ma è fondamentale perché migliora notevolmente l’opera del suo predecessore: egli, infatti, aggiunge dettagli, corregge Chen Shou quando necessario e cita sempre espressamente le fonti a sua disposizione; quando di un evento esistono più varianti, egli le inserisce tutte senza preoccuparsi di creare una narrazione coerente e lineare; quando è in dubbio lo dichiara apertamente (Rafe de Crespigny 1990, Generals of the South, p. 421).
Non esiste ancora una traduzione integrale del testo in lingua inglese e perciò mi sono affidato alle traduzioni di vari appassionati di questo periodo storico. Esse non sono quindi create da professionisti, ma credo che siano comunque fondamentali per rendere più interessante la narrazione, permettendo di cogliere meglio la personalità dei vari protagonisti. Ho utilizzato principalmente due blog: il primo è KONGMING (‘Sanguozhi Officer Biographies’; abbreviata CTR, ovvero Cronache dei Tre Regni; seguono personaggio, e il nome del traduttore); il secondo è il sito THREE STATES RECORDS (sezione ‘Contents’, credo che le traduzioni siano tutte del buon Yang Zhengyuan, che le ha postate sul suo blog). Ho utilizzato questo sito per quelle fonti che non ho trovato nel sito di Kongming (Lu Su, Lü Meng, Cao Shuang, Zhang Zhao), aggiungendo anche la data in cui sono stati inserite nel blog e l’autore. Nella maggior parte dei casi ho utilizzato il primo sito, ma ho sempre segnalato esplicitamente quando ho utilizzato invece il secondo blog.
Fonti secondarie:
Yang Zhengyuan (2019). An Introduction to the End of Han and the Three Kingdoms, dal blog Three States Records, pp. 5-27. [ONLINE]
Questo articolo non é stato scritto da uno storico professionista. Si tratta però di un testo chiaro ed esaustivo che, in virtù di queste caratteristiche, mi ha permesso di orientarmi nel complesso periodo dei Tre Regni. Senza il prezioso lavoro dell’autore, questo articolo non esisterebbe nemmeno. Ho seguito la sua narrazione degli eventi passo dopo passo, come se stessi consultando una preziosa ‘mappa del tesoro’. L’articolo di Rafe de Crespigny era troppo sintetico in alcuni punti per tracciare una narrazione interessante e piacevole da leggere; questo articolo mi ha fornito tutte le informazioni di base sui personaggi e sugli eventi. Per non rendere completamente illeggibile l’articolo, avendolo utilizzato tantissimo il testo di Yang Zhengyuan, ho preferito inserire i riferimenti alle pagine alla fine di ogni capitolo e non nel testo principale.
Rafe de Crespigny (1991). The Three Kingdoms and Western Jin. A History of China in the 3RD Century AD. East Asian History, Number 1 [June 1991], pp. 1-36 [ONLINE]
Rafe de Crespigny è un grandissimo ed espertissimo studioso del periodo dei Tre Regni. Per scrivere questo articolo ho citato diversi suoi studi perché essi sono estremamente utili ed interessanti, anzi, quasi fondamentali (e lo dico senza esagerare!). Questo articolo è più sintetico, ma è comunque un’ottima introduzione al periodo dei Tre Regni; forse, proprio in virtù di questa caratteristica, potrebbe risultare anche più semplice da leggere rispetto ad altri libri o articoli sull’argomento. Le riflessioni che vengono proposte dall’autore sono molto interessanti e, in alcune occasioni, le ho riproposte brevemente in questo articolo.
Rafe De Crespigny (2007). A Biographical Dictionary of Later Han to the Three Kingdoms 23–220 AD, Leiden-Boston, Brill.
Rafe de Crespigny (2010). Imperial warlord: a biography of Cao Cao 155-220 AD, Leiden-Boston, Brill.
L’articolo di Yang Zhengyuan è pensato per un pubblico di novizi come il sottoscritto. Ho utilizzato queste due opere per integrare nuove informazioni, aneddoti, riflessioni e citazioni interessanti. L’autore è uno studioso formidabile e perciò mi sono fidato ciecamente della bontà delle sue informazioni. Ho aggiunto anche delle citazioni da fonti primarie che, per una ragione o per l’altra, non sono riuscito a trovare altrove, ma che desideravo lo stesso inserire per la loro piacevolezza (le traduzioni sono molto affidabili). Esse, soprattutto nel secondo caso, sono soprattutto riferite a Cao Cao e agli eventi della battaglia di Chibi/Scogliere Rosse. Nel caso di Cao Cao mi hanno permesso di illustrare la personalità del grande signore della guerra; nel caso della battaglia mi hanno permesso di vivacizzare un po’ il racconto. Il prezzo di queste opere è abbastanza proibitivo e le ho potute consultare solo qua e là con mezzi di fortuna.
Se volete approfondire sul web (testi non utilizzati nell’articolo!)…
Rafe de Crespigny (1990). Generals of the south: the foundation and early history of the Three Kingdoms state of Wu. [Sun Jian, Sun Ce, Sun Quan e oltre, ONLINE]
Rafe de Crespigny (1990). Man from the Margin: Cao Cao and the Three Kingdoms [ONLINE], un’alternativa alla sua biografia ben più costosa.
Cosimo Pellegrini (2018). Da nipote di un eunuco a re di Wei. Analisi e rivisitazione della biografia di Cao Cao. Tesi triennale Ca' Foscari [ONLINE]
The Online Books Page, Rafe de Crespigny [ONLINE], diverso materiale molto specialistico, ma questo potrebbe interessarvi. (Rafe de Crespigny, 1970). The records of the Three Kingdoms: a study in the historiography of San-kuo chih (Sanguo Zhi)
Yang Zhengyuan, Three States Records [ONLINE] (sezione ‘Products’), diversi articoli su Sun Ce (2020), Xun Yu e Xun You (2017), Pang Tong e Fa Zheng (2017), articoli non accademici ma super interessanti
Immagine di copertina: Battle painting at Xuchang City Museum, Henan (first capital of Wei 魏) © Gary Todd/ Public domain/ Wikimedia Commons
Mappe:
Mappa 1: Impero Han 140 circa d.C (da Rafe de Crespigny, 2007, p. 1311)
Mappa 2: I principali signori della guerra 196 d.C. circa (Yang Zhengyuan, 2019, p. 13)
Mappa 3: Battaglia di Guandu 200 d.C. (Wikipedia: articolo ‘Battle of Guandu”)
Mappa 4: Battaglia di Chibi/Scogliere Rosse 208 d.C. (Wikipedia: articolo “Battaglia di Chibi”)
Mappa 5: Le campagne decisive tra il 219 e il 222 d.C. (Rafe De Crespigny, 1991, p. 13)
Mappa 6: I Tre Regni nel 262 d.C. (Wikipedia commons; creata dall’utente Seasonsinthesun nel 2017)
Video:
I Tre Regni sono un periodo storico molto popolare e pertanto in rete sono presenti numerosissimi video interessanti sull’argomento. In primo luogo mi sento di consigliarvi senza remore il canale Youtube di Invicta: la loro mini-serie sull’argomento illustra in modo chiaro e avvincente le vicende dei grandi personaggi Dong Zhuo, Cao Cao e Liu Bei (playlist: History of the Three Kingdoms; i video durano in media 15 minuti).
Un altro canale Youtube super interessante è quello di GatesOfKilikien: questo appassionato ha creato una serie di video che abbracciano l’intero periodo storico in questione (189-280 d.C. e oltre!); i video sono molto lunghi (durano talvolta anche più di un’ora) e si trovano nella playlist del canale ‘Medieval Chinese History”. L’ultimo canale ve lo consiglio soprattutto se dopo la lettura di questo articolo siete diventati dei fan sfegatati di questo periodo storico assetati di nuove informazioni: il canale Youtube CCTV ha una serie di video su Cao Cao, Zhuge Liang e Deng Ai; non ho trovato una playlist specifica, ma ogni personaggio viene trattato in due-tre lezioni condotte da uno storico esperto del settore (il relatore parla in cinese, ma in alcuni video ci sono i sottotitoli in inglese!).
Per ora sono riuscito a trovare solo questi tre personaggi, ma forse, cercando bene, se ne potrebbero trovare anche altri; per facilitarvi la vita, vi lascio direttamente il link qui sotto.
Cao Cao:
1 https://www.youtube.com/watch?v=I1-g9KCCfcY
2 https://www.youtube.com/watch?v=IFZZB2Rh7hU
3 https://www.youtube.com/watch?v=91c9bKHzMe8
Zhuge Liang:
1 https://www.youtube.com/watch?v=NVYZeqM0dN0
2 https://www.youtube.com/watch?v=lUq55eLC5nw&t=354s
3 https://www.youtube.com/watch?v=NVYZeqM0dN0
Deng Ai: