Tra il 218 e il 202 a.C., Roma e Cartagine combatterono una guerra totale per il dominio del Mediterraneo. Guidata dal genio di Annibale, Cartagine portò il terrore in Italia, ma la tenacia di Roma e l'audacia di Scipione l'Africano ribaltarono le sorti del conflitto, segnando la fine della potenza punica e l'ascesa imperiale romana.
Pubblicato: 20/01/2026
Ultima modifica: 20/01/2026
Questo articolo è un approfondimento specifico. Se stai cercando il quadro generale del conflitto, leggi il nostro Riassunto completo e schema delle Guerre Puniche.
Il Mediterraneo del III secolo a.C. non è un mare tranquillo, è una scacchiera in tensione. Roma aveva vinto il primo round (la Prima Guerra Punica), strappando la Sicilia e, con un colpo di mano che i Cartaginesi non avevano mai digerito, anche la Sardegna e la Corsica. Ma Cartagine non era morta. Anzi, sanguinava ma era ancora viva e orgogliosa.
Per capire perché scoppia questo conflitto, dobbiamo guardare alla Spagna. È qui che la famiglia dei Barca, il padre Amilcare e poi il genero Asdrubale, aveva costruito un nuovo impero coloniale ("Nuova Cartagine") per ripagare i debiti di guerra e preparare la rivincita. C'era un trattato, quello dell'Ebro del 226 a.C., che divideva le zone di influenza: Cartagine a sud, Roma a nord. Ma la storia, si sa, non rispetta mai le linee tracciate sulla sabbia.
In questo clima di "guerra fredda", emerge la figura di un giovane uomo, cresciuto con un giuramento di odio eterno verso Roma: Annibale.
Ricevi le notifiche in tempo reale e partecipa alle discussioni nel nostro gruppo dedicato su Telegram.
💬 Unisciti al Canale →Tutto precipita nel 219 a.C. La città di Sagunto, pur trovandosi nella zona di influenza cartaginese (a sud dell'Ebro), era alleata di Roma. Annibale, cercando il casus belli, la cinse d'assedio.
Qui vediamo la prima grande differenza tra i due contendenti. Mentre Sagunto resisteva disperatamente per otto mesi chiedendo aiuto, il Senato romano discuteva. Come scriverà Tito Livio con amarezza: "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur" (Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata).
Quando Roma inviò finalmente un ultimatum a Cartagine, la risposta fu sprezzante. La guerra era inevitabile. Ma i Romani si aspettavano una guerra tradizionale, magari combattuta in Spagna o in Africa. Non avevano fatto i conti con la mente visionaria di Annibale.
Il piano di Annibale era folle e geniale insieme: colpire il nemico a casa sua. Non avendo il dominio del mare, decise di marciare via terra. Nel 218 a.C., partì dalla Spagna con un esercito immenso (circa 90.000 fanti e 12.000 cavalieri, anche se molti furono lasciati indietro o disertarono) e 37 elefanti.
La traversata delle Alpi rimane una delle imprese militari più celebri della storia. Immaginate soldati abituati al sole africano o spagnolo che si arrampicano su sentieri innevati, combattendo contro il gelo, le frane e le tribù ostili. Annibale perse quasi metà del suo esercito, arrivando in Italia con circa 26.000 uomini stremati.
Eppure, bastarono. La sua presenza innescò l'effetto domino che sperava: i Galli della Pianura Padana, che odiavano i Romani, si unirono a lui. Nelle prime battaglie sul Ticino e sulla Trebbia, i legionarono romani scoprirono a loro spese la superiorità della cavalleria numida e l'astuzia tattica del cartaginese.
La discesa di Annibale verso il centro Italia fu un incubo per Roma. Nel 217 a.C., il console Caio Flaminio cercò di bloccarlo in Etruria. Annibale, invece di accettare lo scontro in campo aperto, lo attirò in una trappola mortale sulle rive del Lago Trasimeno.
Sfruttando la nebbia del mattino, i Cartaginesi piombarono sulle legioni in marcia. Non fu una battaglia, fu un massacro: 15.000 romani uccisi, incluso il console. A Roma si diffuse il panico. Si sentì il bisogno di nominare un dittatore: Quinto Fabio Massimo.
Fabio capì una cosa fondamentale: non puoi battere Annibale in campo aperto. È troppo bravo. Bisogna logorarlo. Per questo fu soprannominato il Cunctator ("il Temporeggiatore"). La sua strategia era evitare le battaglie campali, tagliare i rifornimenti e fare terra bruciata. Una strategia saggia, ma impopolare tra i Romani, che volevano vendetta subito.
L'impazienza romana portò al disastro più grande. Nel 216 a.C., i consoli Emilio Paolo e Terenzio Varrone radunarono un esercito colossale (circa 80.000 uomini) per schiacciare Annibale in Puglia, a Canne.
Qui Annibale compì il suo capolavoro. Dispose il suo centro debole a forma di mezzaluna, invitando i Romani a spingere, mentre teneva forti le ali. Quando i legionari avanzarono, credendo di vincere, si trovarono chiusi in una morsa. La cavalleria cartaginese chiuse il cerchio alle spalle. Fu una carneficina metodica: morirono tra i 50.000 e i 70.000 romani in un solo giorno.
Perché Annibale non marciò su Roma? È la grande domanda della storia. Probabilmente sapeva di non avere le macchine d'assedio per prendere la città e sperava che la federazione italica si sgretolasse, lasciando Roma sola. Capua e Taranto tradirono, ma il cuore degli alleati del Centro Italia (Latini, Etruschi, Umbri) rimase fedele. Questo fu il vero errore di calcolo di Annibale.
Mentre Annibale rimaneva imbattuto in Italia ma sempre più isolato, Roma dimostrò una resilienza spaventosa. Rifiutò di trattare la pace, arruolò persino gli schiavi e aprì nuovi fronti per tagliare i rifornimenti al nemico.
La chiave di volta fu la Spagna. Qui, dopo la morte del padre e dello zio, fu inviato un giovane di appena 25 anni: Publio Cornelio Scipione (futuro Africano). Non era un magistrato regolare, ma aveva un talento che rivaleggiava con quello di Annibale.
Scipione non si limitò a difendere. Conquistò Nuova Cartagine (209 a.C.) e sconfisse i generali cartaginesi a Baecula e Ilipa. La Spagna, il "portafoglio" e il serbatoio di truppe di Cartagine, era perduta.
L'ultimo atto in Italia si giocò nel 207 a.C. Il fratello di Annibale, Asdrubale, riuscì a replicare l'impresa delle Alpi portando un nuovo esercito di rinforzi. Se si fosse unito ad Annibale, per Roma sarebbe stata la fine.
Ma i Romani intercettarono i messaggeri. Il console Claudio Nerone compì una marcia forzata segreta e sorprese Asdrubale sul fiume Metauro. L'esercito cartaginese fu distrutto e Asdrubale morì combattendo. La sua testa fu gettata nell'accampamento di Annibale. Il condottiero capì in quel momento che la guerra era persa: non avrebbe mai ricevuto aiuti.
Scipione, ormai padrone della Spagna, convinse il Senato a portargli la guerra in casa: in Africa. Sbarcato nel 204 a.C., si alleò con Massinissa, un principe numida, ottenendo finalmente quella cavalleria che era stata l'arma segreta di Annibale.
Cartagine, terrorizzata, richiamò Annibale dall'Italia. I due più grandi generali del tempo si trovarono faccia a faccia a Zama nel 202 a.C.
Annibale tentò di usare gli elefanti come arieti, ma Scipione aveva studiato. Ordinò alle sue legioni di aprire dei "corridoi" nei ranghi: gli elefanti passarono attraverso senza fare danni, colpiti ai fianchi. Poi, la cavalleria di Massinissa e Lelio colpì i cartaginesi alle spalle. Fu la fine. Cartagine si arrese.
La pace del 201 a.C. fu durissima. Cartagine dovette consegnare la flotta (tranne 10 navi), pagare un'indennità enorme e, soprattutto, non poteva più fare guerra senza il permesso di Roma.
Le conseguenze furono epocali.
Dominio Totale: Roma non aveva più rivali nel Mediterraneo occidentale e si preparava a guardare a Oriente (Macedonia e Grecia).
Trasformazione Sociale: L'Italia ne uscì devastata. I piccoli contadini, stati in guerra per anni, persero le terre, che vennero comprate dai ricchi senatori creando enormi latifondi lavorati da schiavi.
La fine di un incubo: La paura di Annibale rimase così radicata che per secoli le matrone romane spaventavano i figli dicendo "Hannibal ad portas" (Annibale è alle porte).
Da quel momento, il Mediterraneo divenne, di fatto, un lago romano, preparando lo scenario per il definitivo annientamento di Cartagine nella Terza Guerra Punica.
Studente di Storia
Ciao, sono Matteo Galavotti. Frequento il secondo anno di Storia presso l'Università di Bologna e ho fondato StudiaStoria.it per unire la mia formazione accademica alla passione per il web development. Programmo personalmente questo sito e ne curo i contenuti, trasformando il mio percorso di studi in articoli di divulgazione accessibili a tutti, con un occhio attento al rigore delle fonti e uno alle moderne tecnologie digitali.
Leggi tutti gli Articoli di Matteo GalavottiRicevi i nuovi articoli appena escono e spunti extra per il tuo ripasso.
Vai al CanaleCome sei arrivato qui oggi?
Ci daresti un dettaglio in più?
(es. "link su Classroom" o "vorrei un articolo su...")