Tra il 149 e il 146 a.C., la Repubblica Romana e Cartagine si scontrarono per l'ultima volta. Non fu una guerra di conquista, ma di annientamento, voluta dal Senato romano e provocata dalle ambizioni del re numida Massinissa, che portò alla totale cancellazione della città rivale.
Pubblicato: 20/01/2026
Ultima modifica: 20/01/2026
Questo articolo è un approfondimento specifico. Se stai cercando il quadro generale del conflitto, leggi il nostro Riassunto completo e schema delle Guerre Puniche.
Siamo a metà del II secolo a.C. Sono passati cinquant'anni dalla terribile Seconda Guerra Punica. Cartagine, quella città che aveva fatto tremare Roma con le imprese di Annibale, sembrava ormai un leone sdentato. Dopo aver perso il dominio sui mari nella Prima Guerra Punica e aver ceduto la Spagna dopo la seconda, aveva pagato puntualmente le pesantissime indennità di guerra (200 talenti d'argento l'anno per mezzo secolo). Non aveva più flotta e, soprattutto, era legata a un trattato di pace micidiale: non poteva dichiarare guerra a nessuno senza il permesso di Roma.
Eppure, sotto la cenere, il fuoco covava ancora. Cartagine si era ripresa economicamente in modo sorprendente. I suoi mercanti dominavano ancora le rotte commerciali e l'agricoltura era fiorente, tanto che il manuale agronomico del cartaginese Magone veniva studiato persino a Roma. Ma proprio questa ricchezza ritrovata, unita alla paura irrazionale che il nemico potesse rialzare la testa (il cosiddetto metus Punicus), iniziò a ossessionare una parte del Senato romano.
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💬 Unisciti al Canale →A Roma c'era un uomo che non dormiva sonni tranquilli: Marco Porcio Catone, detto il Censore. Per lui, Cartagine non era una città sconfitta, ma una minaccia dormiente. È celebre il suo ritornello: alla fine di ogni discorso in Senato, qualunque fosse l'argomento, tuonava: «Ceterum censeo Carthaginem esse delendam» («Inoltre ritengo che Cartagine debba essere distrutta»).
Si racconta un aneddoto famoso: un giorno Catone portò in Senato un cesto di fichi freschissimi. Li mostrò ai colleghi dicendo: "Questi fichi sono stati colti a Cartagine solo tre giorni fa". Il messaggio era chiaro: il nemico è troppo vicino, troppo ricco e troppo pericoloso.
Ma la miccia fu accesa in Africa, non a Roma. Il re della Numidia, Massinissa, vecchio e astuto alleato dei Romani, aveva capito il gioco. Sapendo che Cartagine non poteva difendersi senza il "pass" di Roma, iniziò a stuzzicarla, sottraendole territori preziosi come la regione degli Emporia. I Cartaginesi inviavano ambasciate a Roma per protestare, ma il Senato prendeva tempo o dava ragione a Massinissa.
Nel 151 a.C., la pazienza finì. A Cartagine prese il potere il partito "nazionalista" guidato da Asdrubale. Ignorando i trattati, i Cartaginesi armarono un esercito di 50.000 uomini e attaccarono Massinissa. Fu un disastro: non solo vennero sconfitti sul campo, ma avevano appena regalato a Roma il casus belli perfetto. Avevano rotto i patti. Ora Roma aveva la scusa legale per intervenire.
Nel 149 a.C., i consoli romani Lucio Marcio Censorino e Manio Manilio Nepote sbarcarono in Africa, a Utica, con un esercito imponente. Cartagine, terrorizzata, tentò disperatamente di evitare lo scontro. Si arrese subito, accettando condizioni umilianti:
Consegnarono 300 ostaggi scelti tra i figli dei nobili.
Consegnarono tutte le armi: 200.000 armature e 2.000 catapulte arrivarono al campo romano.
Cartagine era disarmata e indifesa. A quel punto, i consoli calarono la maschera e lanciarono l'ultimatum finale, quello che non ammetteva repliche: la città doveva essere abbandonata e ricostruita a 10 miglia (circa 15 km) dal mare.
Per un popolo di mercanti e marinai, questo non era un ordine severo: era una condanna a morte. Allontanarsi dal mare significava smettere di esistere.
Quando la notizia arrivò in città, scoppiò una furia incontrollabile. Gli ambasciatori furono quasi linciati, gli italici presenti in città massacrati. In un impeto di orgoglio nazionale, Cartagine chiuse le porte.
Ciò che accadde dopo ha dell'incredibile. In pochissimo tempo, una città disarmata si trasformò in una fortezza. I templi e gli edifici pubblici divennero officine:
Si producevano ogni giorno 300 spade e 500 lance.
Le donne si tagliarono i capelli per farne corde per le catapulte.
L'oro e l'argento dei templi vennero fusi.
I Romani, convinti di fare una passeggiata, si trovarono davanti un muro di scudi. L'assedio, che doveva durare pochi giorni, si trascinò per tre anni. I primi generali romani si dimostrarono incapaci, mentre Asdrubale difendeva la città con ferocia.
La svolta arrivò nel 147 a.C., quando il comando fu affidato a un giovane che portava un nome pesante: Publio Cornelio Scipione Emiliano (figlio adottivo del figlio dell'Africano). Anche se non aveva l'età legale per il consolato, era l'uomo giusto.
Scipione cambiò strategia: non più assalti disordinati, ma un blocco totale. Costruì una diga per chiudere il porto di Cartagine, soffocando la città. I Cartaginesi, con uno sforzo titanico, scavarono un nuovo canale di uscita e costruirono una flotta dal nulla, ma fu inutile. La fame e la pestilenza iniziarono a mietere vittime.
Nella primavera del 146 a.C., Scipione lanciò l'attacco finale. I legionari sfondarono le mura e iniziarono una battaglia brutale, casa per casa, strada per strada, che durò sei giorni. La scena finale si svolse sulla cittadella di Birsa, nel tempio di Eshmun. Qui si erano rifugiati gli ultimi difensori e i disertori romani.
Mentre Asdrubale, in un atto di viltà, si consegnava a Scipione per avere salva la vita, sua moglie compì un gesto da tragedia greca. Dalle mura del tempio in fiamme, maledì il marito codardo, sgozzò i suoi stessi figli e si gettò nel rogo, emulando la mitica regina Didone.
Cartagine fu rasa al suolo. Non è vero, come vuole una leggenda tarda, che vi fu sparso sopra il sale, ma la distruzione fu sistematica. I 50.000 superstiti furono venduti come schiavi.
Lo storico Polibio, che era presente, ci racconta un dettaglio toccante. Vedendo la grande città nemica bruciare, Scipione Emiliano pianse. Non erano lacrime di gioia, ma di inquietudine. In quel rogo vedeva il futuro di Roma stessa, riflettendo sulla caducità degli imperi: "Verrà un giorno in cui anche la sacra Ilio perirà...".
Con la distruzione di Cartagine e la contemporanea presa di Corinto, Roma diventava padrona assoluta del Mediterraneo. Il territorio cartaginese divenne la Provincia d'Africa, destinata a diventare il granaio dell'Impero (tria frumentaria subsidia). Ma la fine della paura del nemico esterno (metus hostilis) ebbe un effetto collaterale imprevisto: senza più rivali, Roma avrebbe iniziato a divorare se stessa nelle guerre civili che, un secolo dopo, avrebbero affossato la Repubblica.
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Ciao, sono Matteo Galavotti. Frequento il secondo anno di Storia presso l'Università di Bologna e ho fondato StudiaStoria.it per unire la mia formazione accademica alla passione per il web development. Programmo personalmente questo sito e ne curo i contenuti, trasformando il mio percorso di studi in articoli di divulgazione accessibili a tutti, con un occhio attento al rigore delle fonti e uno alle moderne tecnologie digitali.
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