Genserico e il Sacco di Roma del 455 dei Vandali: La Storia Completa

Roma, giugno 455 d.C. Una flotta imponente oscura l’orizzonte del Tirreno. Non sono nemici sconosciuti, ma i Vandali di Genserico, il re stratega che ha trasformato una tribù in fuga in una superpotenza navale. È l’inizio di quattordici giorni che cambieranno per sempre il destino dell’Occidente.

Pubblicato: 15/01/2026

Ultima modifica: 15/01/2026

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Il contesto storico: La crisi dell'Impero Romano d'Occidente nel 455

Immaginate di trovarvi a Roma nella primavera del 455 d.C. L'aria che si respira non è quella trionfale dei tempi di Augusto o Traiano. È un'aria pesante, carica di paura e incertezza. L'Impero Romano d'Occidente è ormai l'ombra di sé stesso: un gigante dai piedi d'argilla, logorato da decenni di guerre civili, invasioni e crisi economiche.

Leggi l'articolo su Odoacre e la fine dell'Impero Romano d'Occidente.

Solo pochi mesi prima, il 16 marzo, l'ultimo imperatore della dinastia teodosiana, Valentiniano III, era stato assassinato in una congiura. Al suo posto aveva preso il potere Petronio Massimo, un senatore ambizioso che, secondo le voci del tempo, era coinvolto nella morte del suo predecessore. Ma a Cartagine, sull'altra sponda del Mediterraneo, qualcuno osservava attentamente il caos politico romano. Quel qualcuno era Genserico, re dei Vandali e degli Alani, un uomo di quasi sessant'anni che aveva capito una verità fondamentale: chi controlla il mare, controlla Roma.

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Dalla Spagna a Cartagine: L'ascesa di Genserico e la flotta dei Vandali

Per capire come si arrivò al sacco del 455, dobbiamo fare un passo indietro. Chi erano questi Vandali? Non erano semplici predoni disorganizzati. Sotto la guida di Genserico, salito al trono nel 428, avevano compiuto una mossa geniale e inaspettata: avevano abbandonato la Spagna, dove erano pressati dai Visigoti, per attraversare lo stretto di Gibilterra nel 429.

Immaginate 80.000 persone: uomini, donne, bambini e anziani, di cui solo 15.000 armati, che si spostano in massa verso il Nordafrica, il "granaio" dell'Impero. Genserico non cercava solo terra, cercava sicurezza strategica. Conquistando prima la Numidia e poi, nel 439, la ricchissima Cartagine, Genserico fece qualcosa che nessun capo barbaro aveva mai osato fare: tagliò i rifornimenti di grano a Roma e costruì una flotta.

Da popolo di terra, i Vandali divennero i pirati del Mediterraneo. Conquistarono la Sardegna, la Corsica, le Baleari e la Sicilia. Il Mediterraneo, un tempo Mare Nostrum romano, era diventato un lago vandalo.

Mappa del Regno dei Vandali e Alani nel 526
Mappa del Regno dei Vandali e Alani nel 526

Le cause del sacco: L'assassinio di Valentiniano III e la rottura del trattato

Torniamo al 455. Perché Genserico decise di attaccare proprio in quel momento? La storiografia ci offre un intreccio degno di una serie TV. Esisteva un trattato di pace tra Vandali e Romani, siglato nel 442, che prevedeva il matrimonio tra Unerico, figlio di Genserico, e una delle figlie dell'imperatore Valentiniano III.

Con l'assassinio di Valentiniano e l'usurpazione di Petronio Massimo, Genserico vide un'opportunità d'oro. Dichiarò che il trattato era decaduto con la morte dell'imperatore che lo aveva firmato. C'è poi una leggenda, riportata da alcune fonti, che aggiunge un tocco di dramma umano: si dice che fu l'imperatrice vedova, Licinia Eudossia, costretta a sposare l'usurpatore Massimo, a inviare segretamente una richiesta di aiuto a Genserico, implorandolo di liberarla. Che sia vero o no, per il re vandalo era il casus belli perfetto. La flotta salpò.

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L'intervento di Papa Leone I e l'accordo con Genserico

Quando le vele vandale apparvero al largo di Porto (alla foce del Tevere), a Roma scoppiò il panico totale. L'usurpatore Petronio Massimo, invece di organizzare la difesa, tentò la fuga, ma fu riconosciuto dalla folla inferocita e ucciso da un soldato della sua stessa guardia. La città era senza guida, abbandonata a sé stessa.

Ed è a questo punto che entra in scena l'unica autorità rimasta in piedi: la Chiesa. Come era già successo con Attila, fu Papa Leone I (Leone Magno) a uscire dalle mura e ad andare incontro al "barbaro". L'incontro avvenne alla Porta Portuense.

Il Papa, privo di armi ma forte della sua autorità morale, implorò Genserico di risparmiare la popolazione. Non chiese di fermare il saccheggio, sapeva che sarebbe stato impossibile, ma strappò al re tre promesse fondamentali:

  • Non appiccare il fuoco alla città.

  • Non uccidere gli abitanti.

  • Non torturare nessuno per estorcere ricchezze.

Genserico, forse colpito dalla figura del pontefice o forse semplicemente calcolatore (una città bruciata non serve a nulla), accettò. Le porte si aprirono.

Il saccheggio di Roma: 14 giorni di furti e ostaggi illustri

Quello che seguì non fu il caos sanguinario che spesso immaginiamo quando sentiamo la parola "vandalismo". Fu, paradossalmente, un'operazione metodica, quasi burocratica. Per due settimane, i Vandali entrarono in ogni palazzo, in ogni tempio, in ogni chiesa, e presero tutto ciò che luccicava.

Le fonti ci raccontano dettagli impressionanti. Spogliarono il Palazzo Imperiale sul Palatino. Salirono sul Campidoglio e scoperchiarono il Tempio di Giove Capitolino, portandosi via le tegole di bronzo dorato che brillavano al sole, scambiandole forse per oro massiccio. Portarono via il tesoro del Tempio di Gerusalemme, che l'imperatore Tito aveva portato a Roma secoli prima.

Ma il bottino più prezioso non era fatto d'oro. Genserico prese con sé degli ostaggi di altissimo profilo politico:

  • L'imperatrice vedova Licinia Eudossia.

  • Le sue due figlie, Eudocia e Placidia.

  • Gaudenzio, figlio del grande generale Ezio.

Questi prigionieri furono portati a Cartagine. Eudocia fu data in sposa a Unerico, realizzando così quel matrimonio dinastico che era stato il pretesto della guerra.

Le conseguenze storiche: Il declino dei Vandali e dell'Occidente

Quando le navi ripartirono, cariche di tesori e schiavi, Roma era salva, ma umiliata. Non era stata distrutta fisicamente (le chiese furono rispettate, gli edifici rimasero in piedi) ma la sua anima era stata violata.

Genserico morì nel 477, dopo aver regnato per quasi mezzo secolo e aver visto fallire tutti i tentativi romani di riconquista (comprese le disastrose spedizioni di Maggioriano e Basilisco). Aveva creato un regno autonomo, ricco e potente, basato su una curiosa convivenza: i Vandali erano ariani convinti e perseguitarono spesso il clero cattolico, confiscando le chiese e i beni ecclesiastici, ma al tempo stesso si lasciarono sedurre dallo stile di vita romano, vivendo nelle ville dei senatori e godendo del lusso africano.

Tuttavia, il regno dei Vandali aveva una debolezza strutturale. Genserico, per guadagnarsi il favore immediato del popolo, aveva distrutto i registri fiscali (i catasti) e abolito le tasse fondiarie. Una mossa populista che, sebbene lo rese amato sul momento, indebolì a lungo termine la capacità dello stato di sostenersi. Senza la sua guida ferrea, e senza una vera integrazione tra la minoranza vandala e la maggioranza romana, il regno non resse alla prova del tempo. Crollerà nel 533, spazzato via in pochi mesi dal generale bizantino Belisario.

Leggi l'articolo riassuntivo sulla Guerra Greco-Gotica (535-553).

Ma nel 455, guardando le vele vandale allontanarsi con l'oro di Roma, nessuno poteva saperlo. In quel momento, il padrone del Mediterraneo era lui: Genserico.


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Matteo Galavotti

Studente di Storia

Ciao, sono Matteo Galavotti. Frequento il secondo anno di Storia presso l'Università di Bologna e ho fondato StudiaStoria.it per unire la mia formazione accademica alla passione per il web development. Programmo personalmente questo sito e ne curo i contenuti, trasformando il mio percorso di studi in articoli di divulgazione accessibili a tutti, con un occhio attento al rigore delle fonti e uno alle moderne tecnologie digitali.

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