Come si lavavano i Romani? Terme, Olio e Latrine

Un'analisi approfondita dell'igiene nell'Antica Roma, dal funzionamento degli acquedotti e delle terme romane alla gestione delle latrine pubbliche. Scopriremo come la vita quotidiana nell'Impero fosse caratterizzata da avanzata ingegneria idraulica ma anche da gravi rischi sanitari, epidemie e abitudini controverse come l'uso della spugna condivisa.

Pubblicato: 19/01/2026

Ultima modifica: 19/01/2026

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Contesto Storico: Sovraffollamento e Salute Pubblica a Roma

Se chiudiamo gli occhi e pensiamo all'Antica Roma, la nostra mente corre subito al marmo bianco dei fori, alle statue levigate e alla grandezza imperiale. Ma c'è un dettaglio che spesso i libri di scuola lasciano ai margini: l'odore. Per capire davvero come si viveva all'ombra del Colosseo, dobbiamo dimenticare per un attimo le nostre ossessioni moderne per il sapone antibatterico e calarci in una realtà dove il confine tra pulizia e sporcizia era, per usare un eufemismo, molto sfumato.

Roma non era solo la capitale del mondo; era un organismo pulsante e sovraffollato. Da un regno arcaico nato tra le paludi del Lazio, la città si era trasformata in un impero capace di gestire la salute pubblica come una questione di stato. Ma come facevano i romani a non soccombere alle epidemie in una metropoli così densa? La risposta non sta in una singola invenzione, ma in un sistema complesso (e a volte terrificante) di acque correnti, leggi severe e divinità protettrici delle fognature.

Ingegneria Idraulica: Acquedotti e Approvvigionamento Idrico

Non si può parlare di igiene senza parlare di ingegneria. E qui i Romani furono maestri insuperabili. Badate bene, non lo facevano solo per amore della pulizia, ma per una necessità vitale: portare acqua potabile in una città che cresceva a dismisura.

Costruzione degli Acquedotti e Gestione dell'Acqua Pubblica

Tutto iniziò timidamente nel periodo regio, ma fu durante la Repubblica e poi l'Impero che la situazione cambiò radicalmente. Pensate all'Aqua Appia, costruita nel 272 a.C.: un'opera quasi interamente sotterranea. Perché? Non solo per risparmiare denaro, ma per una ragione strategica militare, ovvero proteggere l'acqua da eventuali contaminazioni nemiche.

Col passare dei secoli, l'ambizione crebbe. Nel 144 a.C. arrivò l'Aqua Marcia, che portava l'acqua in città su ponti elevati, sfidando la gravità. Ma il vero salto di qualità si ebbe con Marco Agrippa, il braccio destro di Augusto. Nominato Curator Aquarum (una sorta di Ministro delle Acque), Agrippa trasformò Roma in una città d'acqua: costruì l'Aqua Virgo, installò più di 700 fontane e 130 serbatoi pubblici. Alla fine del I secolo d.C., Roma vantava ben nove acquedotti.

Un'immagine che cattura la doppia anima dell'Urbe: a sinistra lo splendore luminoso e igienico delle terme patrizie, a destra la realtà insalubre e affollata dei vicoli popolari della Suburra.
Un'immagine che cattura la doppia anima dell'Urbe: a sinistra lo splendore luminoso e igienico delle terme patrizie, a destra la realtà insalubre e affollata dei vicoli popolari della Suburra.

Disuguaglianze nell'Accesso all'Acqua: Domus vs Insulae

Tuttavia, non dobbiamo immaginarci una democrazia idrica perfetta. L'acqua corrente nelle case private era un lusso sfrenato, riservato alle domus dei patrizi e dei senatori, che avevano tubature in piombo collegate direttamente alla rete pubblica. E qui scattava la burocrazia romana: per evitare furti d'acqua (un reato che i romani prendevano molto sul serio), le tubature dovevano essere timbrate per confermare che l'allaccio fosse legale.

E la plebe? Per la massa che viveva stipata nelle insulae (i grandi condomini popolari), l'acqua corrente in casa era un sogno. Si doveva scendere in strada, riempire anfore alle fontane pubbliche e trascinarle su per le scale. L'alternativa per i bisogni fisiologici erano i vasi da notte, svuotati poi in recipienti comuni sotto le scale o, per i più incivili, lanciati direttamente dalle finestre, col rischio di colpire qualche sfortunato passante.

Le Terme Romane: Funzionamento e Ruolo Sociale

Se la casa era scomoda e priva di servizi, la soluzione per il romano medio era fuggire verso le terme. Le Thermae (o balnea) non erano semplici bagni pubblici; erano il cuore pulsante della vita sociale, accessibili a tutti. Il costo d'ingresso era irrisorio: un quarto di as per gli uomini (una moneta di scarso valore), un as intero per le donne, mentre i bambini entravano gratis. Spesso, per ingraziarsi il popolo, gli imperatori rendevano l'ingresso gratuito per tutti.

Il Percorso Termale: Tepidarium, Calidarium e Frigidarium

Entrare alle terme significava seguire un rituale preciso. Si lasciavano i vestiti e gli oggetti di valore nell'apodyterium (lo spogliatoio), affidandoli a un casparius, sperando di ritrovarli all'uscita. Da lì, il percorso era un crescendo sensoriale.

Si passava al tepidarium, una sala tiepida riscaldata dal pavimento (grazie al geniale sistema dell'hypocaustum, che faceva circolare aria calda sotto le piastrelle) per abituare il corpo. Poi, il gran finale nel calidarium, dove la temperatura toccava i 50-55 gradi e il vapore apriva i pori della pelle. I più coraggiosi potevano provare il laconicum, una sauna secca per sudare via le "tossine". Infine, lo shock termico: un tuffo nelle vasche gelide del frigidarium. A volte, per i più esigenti, l'acqua veniva raffreddata addirittura con la neve.

Strumenti per la Pulizia del Corpo: Olio e Strigile

C'è un dettaglio che spesso sfugge: i romani non usavano il sapone come lo intendiamo noi. Per pulirsi, si cospargevano il corpo di olio profumato e poi lo raschiavano via con uno strumento ricurvo in metallo (o osso) chiamato strigile.

Immaginate la scena: l'olio intrappolava lo sporco e il sudore, e lo strigile lo portava via. Era un metodo efficace, ma non privo di rischi. Si racconta che l'imperatore Augusto, forse per eccesso di zelo o per mani troppo energiche dei suoi schiavi, si fosse procurato delle piaghe sul volto a forza di usare lo strigile troppo "strenuamente". Oltre alla pulizia, i romani erano ossessionati dalla depilazione: avere peli superflui era considerato barbaro e poco igienico (anche per evitare i pidocchi). persino Giulio Cesare, ci racconta lo storico Svetonio, si faceva depilare meticolosamente, lasciando peli solo... sulla testa, dove purtroppo scarseggiavano, costringendolo al famoso "riporto".

Latrine Pubbliche e Igiene Personale

Ed è a questo punto che dobbiamo affrontare l'aspetto più macabro dell'igiene romana: il bagno pubblico, o forica. Nel IV secolo d.C., Roma contava 144 latrine pubbliche. Non erano luoghi di privacy. Al contrario, erano sale con lunghe panche di marmo forate, dove 10 o 20 persone si sedevano una accanto all'altra, espletando i propri bisogni mentre chiacchieravano del più e del meno, magari sperando di ricevere un invito a cena da un vicino facoltoso.

Dettaglio ravvicinato della famigerata spugna pubblica (spongia), lo strumento condiviso nelle latrine romane che, pur garantendo una pulizia apparente, rappresentava un pericoloso veicolo di infezioni.
Dettaglio ravvicinato della famigerata spugna pubblica (spongia), lo strumento condiviso nelle latrine romane che, pur garantendo una pulizia apparente, rappresentava un pericoloso veicolo di infezioni.

La Spugna Igienica (Spongia) e i Rischi Sanitari

La domanda che tutti gli studenti fanno è: "Come si pulivano?". La risposta è degna di un film dell'orrore. Non esisteva la carta. Al centro della stanza, o in un canale d'acqua che scorreva ai piedi dei sedili, c'era un bastone con attaccata una spugna naturale di mare: la spugna.

Dopo l'uso, la spugna veniva sciacquata in una vaschetta contenente acqua e aceto (per una disinfezione sommaria) e lasciata lì per il prossimo utente. Sì, avete capito bene: era una spugna comune. Questo strumento, apparentemente innocuo, divenne protagonista di una delle storie più truci raccontate dal filosofo Seneca. Un gladiatore germanico, un bestiarius, pur di non finire sbranato dalle fiere nell'arena, decise di suicidarsi nella latrina dell'anfiteatro. Come? Infilandosi il bastone con la spugna giù per la gola, soffocandosi. Una fine terribile, che ci dà la misura della disperazione di quegli uomini.

Raccolta dell'Urina e Tassazione (Pecunia Non Olet)

Nulla a Roma andava sprecato. Nemmeno l'urina. Esistevano orinatoi pubblici costituiti da grandi vasi (dolia curta). Il contenuto veniva regolarmente raccolto e venduto ai fullones (i lavandai), che usavano l'ammoniaca dell'urina per sbiancare le toghe di lana. Era un business così redditizio che l'imperatore Vespasiano introdusse una tassa sulla raccolta dell'urina. Quando il figlio Tito protestò per la natura disgustosa di quel guadagno, Vespasiano gli mise i soldi sotto il naso e pronunciò la celebre frase: "Pecunia non olet" (Il denaro non puzza).

Sistema Fognario, Epidemie e Credenze Religiose

Nonostante gli sforzi, Roma restava una città pericolosa. Le fognature, come la celebre Cloaca Maxima (costruita già dai tempi di Tarquinio il Superbo), erano opere ciclopiche - larghe oltre 3 metri e alte 4, tanto che Agrippa poteva ispezionarle in barca - ma avevano difetti strutturali.

Mancavano di sfiati. Questo significava che i gas come l'idrogeno solforato si accumulavano, creando un puzzo insopportabile nelle case collegate e, peggio ancora, generando occasionali esplosioni e fiammate che uscivano dai tubi. Inoltre, quando il Tevere si ingrossava, l'acqua rifluiva nelle fogne, rispingendo i liquami indietro verso le strade e le case.

Diffusione delle Malattie e Limiti della Medicina Romana

Le terme stesse, paradossalmente, erano vettori di malattia. L'acqua non veniva cambiata spesso e non esisteva il cloro. Malati e sani si immergevano nelle stesse vasche. I medici dell'epoca, come Scribonio Largo (celebre per aver usato la scossa elettrica delle torpedini marine per curare il mal di testa), capivano l'importanza dell'igiene, ma erano impotenti contro batteri invisibili. Epidemie come la Peste Antonina (165-180 d.C.), che uccise 5 milioni di persone, trovarono terreno fertile in questa promiscuità. I Romani intuivano che c'era un legame tra animali e malattie (zoonosi), ma la scienza aveva i suoi limiti.

Divinità Romane dell'Igiene: Cloacina, Sterquilino e Crepitus

Di fronte a rischi che non potevano controllare, i Romani si affidavano al divino. Esisteva una dea delle fogne, Cloacina (dal verbo cluere, pulire), che proteggeva la Cloaca Maxima. Aveva persino un tempio nel Foro Romano! Ma il pantheon "igienico" non finiva qui: c'era Sterquilino (o Stercuto), il dio del concime e degli escrementi, venerato dagli agricoltori, e Crepitus, il dio della flatulenza, invocato contro diarrea e costipazione. Per i Romani, la salute passava anche attraverso la benevolenza di queste divinità minori, che i Cristiani in seguito avrebbero deriso come assurde.

Ricostruzione artistica dell'atmosfera monumentale delle Terme di Caracalla al loro apogeo, veri e propri "palazzi del popolo" dove ingegneria idraulica e vita sociale si fondevano tra vapori e mosaici.
Ricostruzione artistica dell'atmosfera monumentale delle Terme di Caracalla al loro apogeo, veri e propri "palazzi del popolo" dove ingegneria idraulica e vita sociale si fondevano tra vapori e mosaici.

Conclusione: L'Eredità dell'Igiene Romana nella Storia

L'igiene nell'Antica Roma non era perfetta, ma rappresentava un tentativo titanico di domare la natura e l'urbanizzazione. Da questo momento in poi, l'idea che lo Stato debba farsi carico della salute pubblica - attraverso acquedotti, medici condotti (medici publici) e sistemi fognari - diventa un pilastro della civiltà occidentale.

Certo, oggi rabbrividiamo al pensiero della spugna condivisa o dell'olio raschiato via, ma se guardiamo i resti maestosi delle Terme di Caracalla o della Cloaca Maxima, non possiamo che ammirare un popolo che, tra un bagno nel marmo e una preghiera a Cloacina, ha cercato di rendere la vita un po' più pulita, o almeno, un po' più sopportabile.


Autore

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Matteo Galavotti

Studente di Storia

Ciao, sono Matteo Galavotti. Frequento il secondo anno di Storia presso l'Università di Bologna e ho fondato StudiaStoria.it per unire la mia formazione accademica alla passione per il web development. Programmo personalmente questo sito e ne curo i contenuti, trasformando il mio percorso di studi in articoli di divulgazione accessibili a tutti, con un occhio attento al rigore delle fonti e uno alle moderne tecnologie digitali.

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