Giulio Douhet non fu un semplice generale, ma il profeta controverso che immaginò la guerra moderna prima che accadesse. Padre del "Douhettismo", teorizzò che il bombardamento massiccio delle città potesse piegare una nazione intera, rendendo obsoleti gli eserciti terrestri. Da visionario incompreso a ispiratore delle strategie più devastanti del Novecento, la sua eredità permea ancora oggi le dottrine militari.
Pubblicato: 10/01/2026
Ultima modifica: 10/01/2026
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Attiva la prova gratis →Per comprendere la dottrina che avrebbe mutato per sempre il volto della guerra, bisogna prima capire l'uomo che l'ha concepita. Giulio Douhet nasce a Caserta nel 1869, ma nelle sue vene scorre sangue savoiardo: figlio di una famiglia nizzarda che aveva scelto l'Italia dopo la cessione della città alla Francia, cresce con un rigido senso del dovere unito a una mente scientifica fuori dal comune. Frequenta l'Accademia Militare di Modena e si laurea in ingegneria al Politecnico di Torino. Non è il classico soldato "tutto obbedienza": è un intellettuale, uno scrittore, un polemista nato.
La sua carriera subisce una svolta drammatica durante la Grande Guerra. Mentre l'esercito italiano si dissangua nelle trincee del Carso, Douhet, all'epoca colonnello, osserva con orrore quella che ritiene essere un'incompetenza strategica dei vertici. È convinto che l'approccio del "Generalissimo" Luigi Cadorna sia suicida. E non ha paura di dirlo, o meglio, di metterlo nero su bianco.
Qui la storia assume i tratti di un thriller. Nel 1916, su un treno che attraversa le pianure venete, un eminente politico, Gaetano Mosca, dimentica una voluminosa busta gialla. Un passeggero la trova e la consegna alle autorità. Il contenuto è esplosivo: un memoriale militare riservatissimo che critica ferocemente la conduzione della guerra. L'autore di quelle note incendiarie è proprio Giulio Douhet.
Il risultato è immediato e brutale: corte marziale. Douhet viene accusato di aver divulgato notizie riservate e di aver criticato i superiori. La sua difesa è appassionata: sostiene di aver agito per "salvare la gran madre comune". Tutto inutile. Viene condannato a un anno di carcere militare, che sconta nella tetra fortezza di Fenestrelle.
Potrebbe sembrare la fine di tutto. Invece, è l'inizio della sua leggenda. Mentre è rinchiuso, nell'ottobre 1917, si consuma la catastrofe di Caporetto. L'esercito italiano crolla esattamente come Douhet aveva previsto. La storia gli dà tragicamente ragione. Nel dopoguerra, una commissione d'inchiesta riconosce la validità delle sue critiche: la condanna viene annullata, lui viene reintegrato e promosso generale. È da questa posizione di "profeta riabilitato" che Douhet scriverà la sua opera magna.
Il pensiero di Douhet nasce da una constatazione semplice quanto terribile: la guerra di trincea è un macello inutile. Bisogna trovare un modo per scavalcare le linee nemiche e colpire direttamente il cuore dell'avversario. L'aereo, fino ad allora usato per ricognizioni o duelli "cavallereschi", diventa per lui l'arma assoluta. Vediamo i pilastri della sua visione.
Per comprendere la rivoluzione di Douhet, bisogna distinguere tra due concetti fondamentali spesso confusi: il bombardamento tattico e quello strategico.
Il bombardamento tattico è quello classico, usato durante la Grande Guerra: l'aereo agisce come un "cannone volante" per aiutare le truppe a terra, colpendo trincee, nidi di mitragliatrici o ponti nelle immediate retrovie. È un supporto all'esercito.
Douhet rifiuta questa visione limitata. Egli introduce il concetto di bombardamento strategico: l'aereo non deve aiutare l'esercito a vincere una battaglia, deve vincere la guerra da solo. Come? Ignorando l'esercito nemico e colpendo molto più lontano, nel cuore della nazione avversaria: le sue industrie, le sue città, la sua popolazione. L'obiettivo non è più il soldato al fronte, ma la capacità stessa del nemico di sostenere lo sforzo bellico.
Per Douhet, l'aereo non è un'arma ausiliaria, ma la regina delle battaglie. Il primo obiettivo di una guerra deve essere la conquista del dominio dell'aria. Questo non significa solo vincere qualche duello nei cieli, ma annientare completamente la capacità del nemico di volare. Una volta ottenuto questo dominio, il cielo diventa un'autostrada sgombra attraverso la quale colpire impunemente il territorio avversario. Chi perde il dominio dell'aria, secondo Douhet, ha perso la guerra, indipendentemente da quanti soldati schieri a terra.
Fino a quel momento, gli aerei dipendevano dall'Esercito o dalla Marina. Douhet rompe questo schema. Teorizza la necessità di una Armata Aerea totalmente indipendente, slegata dalle logiche del combattimento terrestre. Mentre esercito e marina hanno compiti difensivi, l'Armata Aerea è l'unica forza puramente offensiva.
Douhet arriva a sostenere che investire nella difesa antiaerea è inutile ("l'aereo passerà sempre"): molto meglio investire tutto in bombardieri pesanti per distruggere il nemico nei suoi aeroporti e nelle sue fabbriche prima ancora che possa decollare.
Qui il Douhettismo mostra il suo volto più spietato. In una guerra "nazionale" e totale, la distinzione tra soldati e civili non esiste più. L'operaio che costruisce il fucile è un ingranaggio della guerra tanto quanto il soldato che lo imbraccia. Douhet teorizza l'attacco diretto ai centri urbani e industriali per spezzare il morale della popolazione. La sua "ricetta" per l'apocalisse urbana prevede l'uso sequenziale di tre tipi di ordigni:
Esplosivi: per sventrare gli edifici e creare il caos iniziale.
Incendiari: per scatenare roghi inestinguibili tra le macerie.
Gas Velenosi: per impedire ai soccorritori di spegnere gli incendi e massimizzare il terrore.
L'obiettivo non è solo distruggere le infrastrutture, ma creare un panico tale da costringere la popolazione civile a sollevarsi contro il proprio governo per chiedere la pace. È la brutalità elevata a sistema logico.
Nel 1921, il Ministero della Guerra pubblica il saggio di Douhet, Il dominio dell'aria. È un testo che farà il giro del mondo, letto avidamente negli Stati Uniti (dal generale Billy Mitchell) e in Unione Sovietica, ma inizialmente ignorato o criticato in patria.
In quest'opera, Douhet compie un'operazione intellettuale affascinante e inquietante. Egli applica al cielo le teorie navali dell'americano Alfred Thayer Mahan sul "dominio dei mari", portandole però all'estremo. Se il mare permette di bloccare i commerci, il cielo permette di saltare le frontiere.
C'è un paradosso fondamentale nel pensiero di Douhet, evidenziato dagli storici moderni. Prima della guerra, nei suoi scritti giovanili (1910-1915), Douhet aveva mostrato tendenze quasi pacifiste. Definiva il bombardamento delle città un atto di "barbarie" che avrebbe rivoltato la coscienza civile.
Sognava un mondo in cui una forza aerea internazionale fungesse da "polizia" per impedire le guerre. Come si passa dal pacifismo alla teorizzazione dello sterminio urbano? La risposta sta nella "totalizzazione" della guerra.
Douhet si convince che, essendo la guerra inevitabile e totale, l'unico modo per renderla "umana" sia renderla brevissima. Un attacco aereo devastante che chiuda il conflitto in pochi giorni, pur uccidendo migliaia di civili, risparmierebbe i milioni di morti di una lunga guerra di logoramento. È una "filosofia della bomba" che giustifica l'orrore immediato in nome di un presunto male minore futuro.
Douhet morì nel 1930, mentre coltivava le rose nel suo giardino, senza vedere le sue teorie messe in pratica su larga scala. Ma i suoi discepoli ideali, come l'inglese Arthur "Bomber" Harris e l'americano Curtis LeMay, avrebbero testato il Douhettismo durante la Seconda Guerra Mondiale.
La dottrina funzionò? Solo in parte. Il bombardamento strategico sulla Germania e sul Giappone raggiunse livelli di distruzione che avrebbero fatto impallidire Douhet. Operazioni come "Gomorra" su Amburgo (1943), che scatenò una tempesta di fuoco, o il bombardamento di Dresda, rasero al suolo intere metropoli. Tuttavia, un pilastro fondamentale del Douhettismo crollò: la reazione psicologica dei civili.
Douhet prevedeva che la popolazione, terrorizzata, si sarebbe ribellata subito. Invece, sia in Inghilterra durante il Blitz, sia in Germania sotto le bombe alleate, accadde l'opposto. La popolazione, pur soffrendo atrocemente, sviluppò una forma di resilienza e solidarietà (spesso inquadrata dai regimi o dalle istituzioni statali nei rifugi antiaerei) che rafforzò la coesione sociale anziché distruggerla. Le nazioni non collassarono per il panico. La Germania nazista combatté fino a quando le truppe nemiche non entrarono a Berlino, dimostrando che il solo potere aereo non bastava a vincere una guerra contro una dittatura determinata.
Il caso del Giappone è diverso. Lì, l'uso delle bombe incendiarie su Tokyo e, infine, dell'arma atomica su Hiroshima e Nagasaki, sembrò realizzare il sogno di Douhet: una resa ottenuta quasi esclusivamente attraverso la pressione aerea, senza invasione terrestre. Tuttavia, anche lì il dibattito storico resta aperto: fu l'aereo o il blocco navale e l'entrata in guerra dell'URSS a piegare Tokyo?
Oggi, nell'era dei droni e dei missili intelligenti, Douhet è più vivo che mai. Anche se non usiamo più i tappeti di bombe (per fortuna), il concetto di "Air Power" come strumento risolutivo nasce con lui.
Le guerre moderne, dalla Prima Guerra del Golfo (1991) all'intervento in Kosovo (1999) fino alla Libia (2011), sono figlie del "Neo-Douhettismo". Teorici come l'americano John Warden hanno aggiornato il pensiero del generale italiano: invece di colpire la popolazione indiscriminatamente, si cerca di colpire i "centri di gravità" del sistema nemico (comando, comunicazioni, energia) per ottenerne la paralisi strategica. L'idea di fondo resta la stessa: vincere dal cielo, minimizzando l'impegno a terra.
Inoltre, la moderna "guerra dei droni", fatta di sorveglianza costante dall'alto pronta a colpire in qualsiasi momento, realizza in modo inquietante l'idea douhettiana del controllo totale dello spazio aereo come forma di "polizia imperiale". Quello che Douhet immaginava per le guerre coloniali (dove l'aviazione veniva usata per "controllare" le tribù ribelli in Iraq o Somalia negli anni Venti) è diventato oggi uno strumento di governance globale a bassa intensità.
| Copertina | Titolo del Libro | Link |
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Il governo del cielo: Storia globale dei bombardamenti aereiThomas Hippler |
Giulio Douhet fu condannato a un anno di carcere militare nel 1916 per aver scritto memoriali critici contro la gestione della guerra da parte del Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna e averli condivisi con politici interventisti. La sua critica si rivelò fondata dopo la disfatta di Caporetto.
È una dottrina militare che sostiene che l'aviazione è l'arma decisiva nella guerra moderna. I suoi punti chiave sono: il dominio assoluto dei cieli, l'indipendenza dell'aeronautica da esercito e marina, e l'uso del bombardamento strategico sulle città nemiche per spezzare il morale della popolazione e costringere il governo alla resa.
No, ma ne ha rivoluzionato l'uso. Mentre altri vedevano l'aereo come un mezzo di ricognizione, lui lo concepì come un'arma offensiva strategica. Fu anche responsabile, nel 1913, di aver fatto avviare alla Caproni la costruzione dei primi grandi bombardieri trimotori (il Ca.31), un atto di insubordinazione visionaria.
Il principio del "Dominio dell'Aria" è ancora la base di tutte le dottrine militari occidentali (NATO). Tuttavia, la sua idea che il bombardamento dei civili porti a una rapida rivolta interna si è dimostrata storicamente errata e moralmente inaccettabile secondo il diritto internazionale moderno.
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