Stai cercando un riassunto completo e ragionato del libro L'Europa del Novecento: Una storia di Francesco Bartolini, Bruno Bonomo e Alessio Gagliardi? Questa guida allo studio è la risorsa definitiva per studenti universitari che devono preparare l'esame di Storia Contemporanea con successo. Qui troverai un'analisi dettagliata, capitolo per capitolo, che trasforma le date in concetti chiari: dalle dinamiche della Prima e Seconda Guerra Mondiale all'ascesa dei Totalitarismi, dalla logica della Guerra Fredda fino al complesso processo di integrazione europea e alle sfide del XXI secolo. Scopri le connessioni storiche fondamentali e preparati al meglio con questa sintesi approfondita del manuale Carocci.
Pubblicato: 15/01/2026
Ultima modifica: 15/01/2026
Benvenuti in questo riassunto ragionato del volume "L'Europa del Novecento: Una storia". Se il vostro obiettivo è comprendere la storia contemporanea non come una sequenza di date, ma come un flusso logico di eventi, siete nel posto giusto. Questo testo non si limita a elencare i fatti, ma li connette, spiegando come l'Europa sia passata dal dominio globale all'autodistruzione, per poi rinascere in una forma completamente nuova.
Attraverseremo il secolo seguendo la tripartizione del libro curato da Leonardo Rapone, trasformando i concetti chiave in una narrazione solida e argomentata. Il riassunto seguirà il libro capitolo per capitolo.
Risparmia sulle spedizioni dei libri e guarda Prime Video. Attiva ora i tuoi 90 giorni gratuiti di Amazon Prime Students.
Attiva la prova gratis →L'immagine della Belle Époque come un'età dell'oro di pace e prosperità è, a ben guardare, una semplificazione nostalgica nata dopo il trauma della Grande Guerra. Nel 1900, l'Europa è indubbiamente il centro del mondo, controllando direttamente o indirettamente gran parte delle terre emerse, ma la sua egemonia poggia su fondamenta instabili e piene di contraddizioni. Dal punto di vista economico, il continente viaggia a due velocità. La "Seconda Rivoluzione Industriale" sta trasformando radicalmente le potenze del Nord-Ovest, con la Germania che emerge come il nuovo motore d'Europa, capace di superare la Gran Bretagna nella produzione di acciaio e nel settore chimico. È l'era dei grandi colossi industriali, dei cartelli e dei trust che iniziano a influenzare pesantemente le decisioni politiche. Tuttavia, questa modernità convive con un'arretratezza persistente: vaste aree dell'Europa orientale e meridionale rimangono ancorate a un'agricoltura tradizionale e poco produttiva, creando fratture sociali profonde.
Il vero fenomeno che cambia il volto del continente è l'avvento della società di massa. Le masse popolari irrompono nella storia, non più come contadini isolati nelle campagne, ma come operai urbani e impiegati, i nuovi "colletti bianchi". Questo cambiamento antropologico porta alla nascita del tempo libero, del cinema e dello sport, ma costringe anche la politica a mutare pelle. Finisce l'epoca dei partiti di notabili, dove le decisioni venivano prese in ristretti circoli elitari, e inizia quella dei grandi partiti di massa, come quelli socialisti e cattolici, che organizzano milioni di persone.
In questo contesto si sviluppa una contraddizione fatale tra internazionalismo e nazionalismo. Mentre i socialisti della Seconda Internazionale predicano la pace e la solidarietà tra i proletari di tutto il mondo, gli Stati nazionali avviano un potente processo di nazionalizzazione delle masse. Attraverso la scuola pubblica e la leva militare obbligatoria, i governi "costruiscono" i cittadini, insegnando loro a identificarsi totalmente con la patria. Il nazionalismo cambia natura: abbandona le radici romantiche e libertarie dell'Ottocento per diventare aggressivo, razzista e imperialista, preparando così il terreno psicologico e culturale per il conflitto.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nell'estate del 1914 non deve essere letto come un incidente casuale, ma come il risultato di un meccanismo diplomatico e militare rigido, basato sulla contrapposizione tra Triplice Intesa e Triplice Alleanza. Le classi dirigenti europee si avviano al conflitto come "sonnambuli", convinte che la guerra sarà breve, "igienica" e risolutiva. Si sbagliano su tutta la linea. Il conflitto si rivela immediatamente una Guerra Totale e industriale, dove la vittoria non dipende tanto dal coraggio sul campo, quanto dalla capacità produttiva delle nazioni. Lo Stato è costretto a intervenire pesantemente nell'economia, razionando il cibo, convertendo le fabbriche alla produzione bellica e controllando l'informazione tramite la censura.
L'esperienza del fronte segna una cesura netta nella mentalità europea. Milioni di uomini vivono per anni nel fango delle trincee, esposti a una violenza tecnologica e anonima che disintegra l'individuo. Si crea quella che gli storici chiamano la comunità di trincea: un senso di cameratismo tra soldati unito al disprezzo per i "borghesi" e i politici rimasti nelle retrovie. Questa abitudine alla violenza non svanirà con la pace, ma verrà trasferita nella lotta politica del dopoguerra, alimentando lo squadrismo e i movimenti paramilitari.
Il 1917 rappresenta l'anno di svolta che cambia per sempre gli equilibri globali. Da un lato, l'Impero Russo collassa non per una sconfitta militare diretta, ma per un'implosione interna dovuta alla fame e al disfacimento dello Stato. Lenin e i bolscevichi, con la Rivoluzione d'Ottobre, compiono un capolavoro politico trasformando la guerra imperialista in una rivoluzione sociale, introducendo nella storia lo Stato ideologico che ambisce a rifare il mondo. Dall'altro lato, l'ingresso degli Stati Uniti nel conflitto porta risorse illimitate all'Intesa e una nuova visione politica incarnata dai "14 punti" di Wilson, basata sull'autodeterminazione dei popoli e sulla democrazia. L'Europa si trova così, per la prima volta, stretta tra due modelli extra-europei opposti.
I trattati di pace di Parigi del 1919 falliscono nel loro obiettivo primario di stabilizzare il continente. La mappa europea viene ridisegnata sulle ceneri di quattro imperi crollati (tedesco, austro-ungarico, ottomano e russo), dando vita a una serie di nuovi stati "cuscinetto" come la Polonia, la Cecoslovacchia e la Jugoslavia. Questi stati, creati per contenere la Germania e isolare la Russia bolscevica, nascono intrinsecamente deboli, minati da dispute di confine e dalla presenza di forti minoranze etniche ostili, come i tedeschi nei Sudeti o gli ungheresi in Romania.
Il dopoguerra non porta la pace, ma una vera e propria guerra civile europea. Tra il 1919 e il 1920, l'onda lunga della rivoluzione russa sembra poter travolgere l'Occidente, con l'Ungheria di Béla Kun, le rivolte spartachiste a Berlino e l'occupazione delle fabbriche in Italia durante il "Biennio Rosso". La borghesia europea, terrorizzata dallo spettro del bolscevismo, reagisce finanziando e sostenendo forze paramilitari illegali, come i Freikorps in Germania e i Fasci di combattimento in Italia.
È in questo clima di paura e instabilità che nasce il Fascismo. Benito Mussolini comprende prima di altri che la vecchia politica liberale è morta e che serve una sintesi nuova tra il nazionalismo dei reduci di guerra e la paura della rivoluzione sociale. Il fascismo si presenta come un movimento moderno, che non esita a usare la violenza come strumento legittimo di lotta politica. La "Marcia su Roma" del 1922 non è solo un colpo di stato, ma segna simbolicamente la fine dello Stato liberale ottocentesco e l'inizio di una nuova era autoritaria.
Dopo il caos del 1923, anno terribile segnato dall'iperinflazione tedesca e dall'occupazione francese della Ruhr, l'Europa sembra trovare un momento di respiro. La stabilizzazione economica arriva grazie all'intervento degli Stati Uniti con il Piano Dawes del 1924. Si crea un meccanismo finanziario circolare: gli USA prestano capitali alla Germania per riavviare l'industria; la Germania usa questi profitti per pagare le riparazioni di guerra a Francia e Gran Bretagna; queste ultime, a loro volta, ripagano i debiti di guerra contratti con gli Stati Uniti. Il sistema funziona e porta crescita, ma ha un difetto mortale: rende l'intera economia europea dipendente dai rubinetti di Wall Street.
Sul piano diplomatico, si respira lo "spirito di Locarno". Germania e Francia firmano accordi di non aggressione e la Germania viene riammessa nella comunità internazionale entrando nella Società delle Nazioni. Sembra l'inizio di una pace duratura, ma è un'illusione ottica. Se a Ovest i confini sono garantiti, a Est la Germania non riconosce le frontiere con la Polonia, lasciando aperta una ferita pericolosa.
Politicamente, l'Europa si spacca in due velocità. Mentre a Ovest (in Francia, Gran Bretagna e nella Repubblica di Weimar) si sperimentano forme avanzate di democrazia sociale e welfare state, nell'Europa centro-orientale e meridionale la democrazia appare come un lusso insostenibile. Dilagano le dittature di destra: in Polonia, in Ungheria, in Spagna con Primo de Rivera e in Portogallo. La fragilità delle istituzioni liberali in paesi privi di una solida tradizione democratica apre la strada a soluzioni autoritarie.
Il 1929 segna la fine definitiva delle illusioni. Il crollo di Wall Street non è un semplice incidente borsistico, ma la crisi sistemica di un capitalismo che produceva troppe merci rispetto alla capacità di acquisto dei salariati (crisi di sovrapproduzione). Il contagio all'Europa è immediato e devastante proprio a causa del legame creato dal Piano Dawes: quando le banche americane in crisi ritirano i capitali dalla Germania, l'economia tedesca collassa, trascinando con sé il resto del continente.
La tragedia è aggravata dalle risposte sbagliate dei governi. Anziché sostenere l'economia, molti leader (come il cancelliere Brüning in Germania) adottano politiche di austerità e deflazione, tagliando la spesa pubblica e abbassando i salari nel tentativo di pareggiare il bilancio. Questa scelta trasforma una recessione in una Grande Depressione: la disoccupazione esplode, i consumi crollano e la popolazione perde ogni fiducia nel sistema capitalistico e nella democrazia parlamentare, percepita come lenta e inefficace.
In questo scenario apocalittico, le dittature sembrano offrire risposte più efficienti. L'Unione Sovietica di Stalin, isolata dal mercato globale, cresce a ritmi vertiginosi grazie ai piani quinquennali e all'industrializzazione forzata. L'Italia fascista risponde alla crisi creando l'IRI e diventando uno Stato imprenditore. La Germania nazista assorbe la disoccupazione attraverso un massiccio piano di riarmo e lavori pubblici. Agli occhi dell'europeo medio del 1933, stretto nella morsa della fame, i regimi autoritari appaiono paradossalmente come isole di stabilità e protezione sociale.
Gli anni Trenta rappresentano la marcia inesorabile verso l'abisso. In Germania, Hitler conquista il potere per vie legali e in pochi mesi smantella la Repubblica di Weimar, costruendo il Terzo Reich. Nasce il concetto di Totalitarismo: regimi come quello nazista e stalinista (e in parte fascista) non si limitano a reprimere il dissenso, ma ambiscono al controllo totale dell'individuo, dalla culla alla tomba. Questi regimi usano il terrore sistematico (Lager, Gulag, polizia segreta) combinato con la ricerca del consenso di massa attraverso la propaganda, le organizzazioni giovanili e il welfare di regime. Sebbene partano da presupposti diversi (la razza per il nazismo, la classe per il comunismo), i metodi di controllo sociale sono speculari.
Di fronte all'aggressività delle dittature, le democrazie occidentali (Francia e Gran Bretagna) rimangono paralizzate. La memoria dell'ecatombe della Grande Guerra e il terrore di un'espansione comunista le spingono verso la politica dell'appeasement: la convinzione errata che, concedendo a Hitler le sue rivendicazioni territoriali (la rimilitarizzazione della Renania, l'annessione dell'Austria e dei Sudeti), si possa saziare la sua fame e salvare la pace. Il culmine di questa politica suicida è la Conferenza di Monaco del 1938, dove le democrazie sacrificano la Cecoslovacchia sull'altare di una pace che durerà meno di un anno.
La Guerra Civile Spagnola (1936-1939) funge da tragica prova generale del conflitto mondiale. Mentre Hitler e Mussolini inviano truppe e aviazione a sostegno del generale Franco, e Stalin supporta il fronte repubblicano, le democrazie scelgono il non-intervento. La vittoria di Franco non solo schiaccia la repubblica spagnola, ma salda definitivamente l'alleanza tra Germania e Italia, formalizzando l'Asse Roma-Berlino.
Il conflitto che va dal 1939 al 1945 è qualitativamente diverso da ogni altra guerra combattuta in precedenza. È una guerra ideologica e razziale, specialmente sul fronte orientale, dove la Germania non cerca solo la conquista territoriale ma l'annientamento (Vernichtungskrieg) dello Stato sovietico e la riduzione delle popolazioni slave in schiavitù.
Il cuore nero del Novecento si manifesta nella Shoah. Bonomo sottolinea come lo sterminio degli ebrei non sia stato un massacro disordinato, ma un processo industriale pianificato con la fredda razionalità della burocrazia moderna. Dalle leggi di Norimberga alla ghettizzazione, dalle fucilazioni di massa delle Einsatzgruppen fino alle camere a gas, la Shoah rappresenta l'applicazione della tecnologia e dell'efficienza amministrativa al genocidio.
La guerra vede anche una svolta decisiva tra il 1942 e il 1943. Fino a quel momento, l'Asse sembrava invincibile. Poi, tre battaglie cambiano il corso della storia: Midway nel Pacifico ferma il Giappone; El Alamein in Africa ferma l'avanzata italo-tedesca verso il canale di Suez; Stalingrado in Russia segna la fine del mito dell'invincibilità tedesca. Stalingrado, in particolare, è il momento psicologico e militare in cui l'Europa capisce che Hitler può essere sconfitto. Parallelamente, in tutta Europa nasce la Resistenza, un fenomeno complesso che è al tempo stesso guerra patriottica di liberazione nazionale, guerra civile contro i collaborazionisti fascisti e, per le componenti comuniste, guerra di classe.
Nel 1945, l'Europa cessa di esistere come soggetto politico autonomo. Diventa un vuoto di potere riempito dalle due superpotenze vincitrici: Stati Uniti e Unione Sovietica. Le conferenze di Yalta e Potsdam non spartiscono il mondo a tavolino in modo cinico, come spesso si crede, ma prendono atto dei rapporti di forza militari sul terreno. Dove sono arrivati i carri armati dell'Armata Rossa, nascono le "Democrazie Popolari", regimi comunisti satellite di Mosca; dove sono arrivati gli Angloamericani, si ristabiliscono democrazie parlamentari ed economia di mercato.
Gli Stati Uniti consolidano la loro influenza sull'Europa occidentale attraverso il Piano Marshall (1947), un massiccio programma di aiuti economici. Non si tratta solo di generosità: il piano serve a creare un mercato per le merci americane e, soprattutto, a stabilizzare le società europee per fermare l'avanzata elettorale dei partiti comunisti in Francia e Italia. Stalin, comprendendo la minaccia politica, vieta ai paesi del blocco orientale di accettare gli aiuti, cementando la divisione economica del continente.
Il simbolo fisico e politico di questa frattura è la Germania. Berlino diventa l'epicentro della Guerra Fredda, con il blocco sovietico del 1948 superato dal ponte aereo americano. La divisione si cristallizza nel 1949 con la nascita di due stati separati: la Repubblica Federale Tedesca (BRD) a Ovest e la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) a Est. Questa divisione, paradossalmente, garantisce stabilità: l'equilibrio del terrore atomico impedisce che la guerra fredda diventi calda.
Mentre le superpotenze si fronteggiano, l'Europa vive il trauma della decolonizzazione. La perdita degli imperi coloniali è un colpo durissimo all'identità e all'economia delle vecchie potenze. In Asia, il processo è rapido: l'indipendenza dell'India nel 1947, seppur pacifica nella forma, porta al bagno di sangue della partizione con il Pakistan. In Indocina, la Francia tenta di restaurare il suo dominio con la forza, ma subisce una sconfitta umiliante a Dien Bien Phu nel 1954.
In Africa, il 1960 viene ricordato come "l'anno dell'Africa" per il numero di paesi che ottengono l'indipendenza. Ma il caso dell'Algeria dimostra quanto doloroso sia questo distacco: la Francia considera l'Algeria non una colonia, ma territorio metropolitano. La guerra d'Algeria spacca la società francese, fa cadere la Quarta Repubblica e riporta al potere De Gaulle.
Il momento della verità arriva con la Crisi di Suez del 1956. Francia e Gran Bretagna tentano un'ultima azione di forza vecchio stile occupando il canale nazionalizzato da Nasser, ma vengono fermate brutalmente da un ordine congiunto di USA e URSS. È la fine definitiva delle illusioni imperiali: l'Europa capisce di non contare più nulla militarmente senza il permesso delle superpotenze.
Di fronte alla perdita di rilevanza globale, l'Europa trova una risposta innovativa: l'integrazione. I padri fondatori (Monnet, Schuman, Adenauer, De Gasperi) adottano un approccio funzionalista. Invece di tentare subito l'impossibile unione politica ("Stati Uniti d'Europa"), partono dall'economia. La creazione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio) nel 1951 ha un obiettivo geopolitico preciso: mettere in comune le risorse belliche (carbone e acciaio) per rendere materialmente impossibile una nuova guerra tra Francia e Germania.
Il successo di questo esperimento porta ai Trattati di Roma del 1957 e alla nascita della CEE (Comunità Economica Europea). Si crea un Mercato Comune che abbatte le barriere doganali, favorendo un boom economico senza precedenti. Tuttavia, l'Europa resta un nano politico: il tentativo di creare un esercito comune (la CED) fallisce già nel 1954 per l'opposizione francese, dimostrando quanto sia difficile cedere sovranità su temi sensibili come la difesa nazionale.
Il trentennio che va dal 1945 al 1973 è ricordato come i "Trente Glorieuses". L'Europa non ha mai vissuto un periodo di crescita così intensa e prolungata, caratterizzata da piena occupazione e bassa inflazione. Alla base di questo successo c'è il nuovo patto sociale del Welfare State. Per evitare i conflitti sociali che avevano distrutto le democrazie negli anni Venti, lo Stato si impegna a garantire i diritti sociali fondamentali: sanità, istruzione e pensioni per tutti. Si affermano due modelli: quello universalistico di Beveridge (adottato in Gran Bretagna e Scandinavia, basato sulla cittadinanza) e quello corporativo di Bismarck (adottato in Germania e Italia, basato sui contributi lavorativi).
Nasce la società dei consumi. L'operaio smette di essere solo forza lavoro e diventa consumatore. L'accesso ai beni durevoli come l'automobile, il frigorifero e la televisione trasforma radicalmente la vita quotidiana e la mentalità. Si assiste a una secolarizzazione di massa e a un crescente individualismo: le grandi ideologie totalizzanti perdono presa di fronte al benessere diffuso e alla promessa di mobilità sociale.
Negli anni Sessanta le traiettorie delle due Europe divergono ulteriormente. A Est, il disgelo avviato da Chruščëv nel 1956 con la denuncia dei crimini di Stalin si rivela un'illusione. La brutale repressione della rivoluzione ungherese (1956) e la costruzione del Muro di Berlino (1961) dimostrano che l'URSS non può permettersi riforme reali senza rischiare il crollo del sistema. L'economia pianificata, efficace nell'industria pesante, fallisce nel fornire beni di consumo e innovazione, iniziando a stagnare.
A Ovest, il decennio culmina nel 1968. Non si tratta di una rivoluzione politica classica (nessun governo viene rovesciato), ma di una rivoluzione culturale e antropologica. Una generazione di giovani nata nel benessere, numerosa e scolarizzata, contesta per la prima volta il principio di autorità in sé: l'autorità del padre, del professore, del partito, del prete. Il movimento chiede libertà sessuale, diritti civili, uguaglianza di genere e democrazia diretta. In alcuni paesi, come l'Italia con l'"Autunno Caldo" del 1969, la protesta studentesca si salda con le rivendicazioni operaie, portando a conquiste significative come lo Statuto dei Lavoratori.
Il 1973 rappresenta uno spartiacque brutale. La guerra dello Yom Kippur e il conseguente shock petrolifero mettono fine all'età dell'oro. L'Occidente scopre la sua vulnerabilità energetica e si trova ad affrontare un mostro economico sconosciuto: la stagflazione (stagnazione economica più inflazione). Le ricette keynesiane, che prevedevano di stimolare la domanda con la spesa pubblica, non funzionano più: stampare moneta crea solo più inflazione senza generare crescita.
Inizia un doloroso processo di deindustrializzazione. Le grandi fabbriche chiudono o vengono delocalizzate, le classi operaie tradizionali entrano in crisi numerica e politica, mentre l'economia si terziarizza, creando nuovi lavori ma anche precarizzazione. In questo clima di incertezza e conflitto sociale, una frangia della sinistra extraparlamentare sceglie la tragica via della lotta armata. Sono gli Anni di Piombo: la RAF in Germania e le Brigate Rosse in Italia tentano di replicare la Resistenza in un contesto democratico, finendo per isolarsi dalla società e spingere lo Stato verso leggi d'emergenza.
Mentre le società interne sono in crisi, la diplomazia europea compie passi da gigante verso la distensione. Il protagonista assoluto è Willy Brandt, cancelliere della Germania Ovest, con la sua Ostpolitik. Brandt rompe il tabù, riconoscendo i confini con la Polonia e aprendo il dialogo con la Germania Est: è una rivoluzione concettuale, perché la BRD accetta di non essere l'unica rappresentante legittima della Germania.
Questo processo culmina negli Accordi di Helsinki del 1975. Apparentemente sembrano una vittoria sovietica, perché l'Occidente riconosce ufficialmente i confini post-1945. Tuttavia, in cambio, l'URSS firma un impegno al rispetto dei diritti umani.
Quello che sembrava una formalità burocratica diventa un'arma letale: i dissidenti dell'Est (come Václav Havel in Cecoslovacchia o Solidarnosc in Polonia) useranno quegli accordi per accusare i loro governi di violare i trattati internazionali, delegittimandoli dall'interno.
Negli anni Ottanta, l'Europa si trova di fronte a un bivio. Il vecchio modello di sviluppo basato sull'industria pesante e sul welfare espansivo non regge più. La risposta alla crisi arriva da destra, cavalcando l'onda di una "rivoluzione conservatrice" che ha i suoi campioni in Margaret Thatcher nel Regno Unito e Ronald Reagan negli Stati Uniti.
La "Lady di Ferro" incarna il neoliberismo. La sua filosofia è radicale: lo Stato non è la soluzione ai problemi economici, ma il problema stesso. "La società non esiste, esistono solo gli individui", afferma. Thatcher smantella pezzo per pezzo il consenso postbellico: avvia massicce privatizzazioni delle aziende statali, taglia la spesa sociale e ingaggia una lotta frontale contro il potere dei sindacati (epico lo scontro con i minatori nel 1984-85). L'economia britannica riparte, l'inflazione scende, ma il prezzo è un'esplosione delle disuguaglianze sociali e la marginalizzazione di intere comunità operaie.
Non è solo una questione britannica. Il vento del neoliberismo soffia ovunque, costringendo anche la sinistra a ripensarsi. In Francia, il socialista François Mitterrand tenta inizialmente una politica classica di sinistra (nazionalizzazioni, aumento dei salari), ma nel 1983 è costretto a una drammatica inversione a U dal vincolo esterno dei mercati e dell'integrazione europea. È la prova che in un mondo interconnesso il "socialismo in un solo paese" non è più possibile.
Parallelamente, l'Europa vive una rivoluzione tecnologica silenziosa ma pervasiva: quella dell'informazione. L'avvento dei computer e della microelettronica inizia a trasformare il modo di produrre e comunicare. Mentre gli USA (Silicon Valley) corrono, l'Europa fatica a tenere il passo nell'innovazione tecnologica di punta, rischiando di diventare una colonia digitale, ma riesce ad applicare le nuove tecnologie ai processi industriali e ai servizi, terziarizzando definitivamente la sua economia.
Di fronte alla competizione globale sempre più aggressiva, anche l'Europa comunitaria capisce di dovere accelerare. Sotto la spinta di Jacques Delors e François Mitterrand, si supera la fase del semplice Mercato Comune. Con l'Atto Unico Europeo del 1986 si pone l'obiettivo di abbattere tutte le frontiere non solo per le merci, ma anche per i capitali, i servizi e le persone, gettando le basi per l'Unione politica.
Nessuno, né a Ovest né a Est, aveva previsto che il colosso sovietico potesse crollare così rapidamente. Alla base c'è una crisi sistemica profonda: l'economia sovietica è rimasta ferma agli anni Cinquanta, incapace di reggere la rivoluzione informatica e di soddisfare i bisogni di consumo della popolazione. Inoltre, è dissanguata dalle spese militari necessarie per competere con il riarmo americano (lo "scudo spaziale" di Reagan) e dalla disastrosa guerra in Afghanistan, il "Vietnam sovietico".
In Polonia, la società civile si organizza. Nasce Solidarnosc, il primo sindacato libero nel blocco comunista, guidato da Lech Walesa e sostenuto moralmente dal papa polacco Giovanni Paolo II. Il regime tenta di reprimerlo con la legge marziale nel 1981, ma non riesce a sradicarlo: è la prova che il comunismo ha perso la classe operaia.
A Mosca, nel 1985, arriva al potere Michail Gorbaciov. Giovane e dinamico, capisce che senza riforme l'URSS morirà. Lancia le parole d'ordine Perestrojka (ristrutturazione economica) e Glasnost (trasparenza politica). È un tentativo disperato di riformare il sistema dall'interno, ma si rivela un boomerang: il comunismo non è riformabile. Appena si allenta la repressione, le nazionalità oppresse e le società civili chiedono la libertà totale, non una versione più gentile della dittatura.
Il 1989 è l'anno dei miracoli (Annus Mirabilis). Tutto cambia quando Gorbaciov segnala che i carri armati russi non interverranno più per salvare i regimi satelliti (la fine della "dottrina Breznev"). È il segnale del "liberi tutti". In Polonia Solidarnosc vince le prime elezioni semilibere; l'Ungheria apre la cortina di ferro al confine austriaco. La sera del 9 novembre 1989, per un errore di comunicazione burocratica, cade il Muro di Berlino. I regimi comunisti collassano uno dopo l'altro come tessere del domino, quasi ovunque pacificamente (la "Rivoluzione di Velluto" a Praga), con la sanguinosa eccezione della Romania di Ceausescu.
Il processo si conclude nel 1991 con la dissoluzione della stessa Unione Sovietica. La Guerra Fredda finisce per abbandono di uno dei contendenti: il modello comunista ha perso la sfida della modernità, del benessere e della libertà. La Germania si riunifica nel 1990, tornando a essere il gigante d'Europa, ma stavolta saldamente ancorata all'Occidente e alla democrazia.
L'euforia per la fine del comunismo e la "fine della storia" dura poco. Mentre l'Europa occidentale celebra la pace e l'integrazione, nei Balcani si riaccende l'orrore. La dissoluzione della Jugoslavia dimostra che i demoni del nazionalismo etnico non erano morti, ma solo congelati dal regime di Tito. L'Europa assiste impotente al ritorno della guerra sul suo suolo: la pulizia etnica in Bosnia, l'assedio medievale di Sarajevo, il massacro di Srebrenica (1995). È una macchia indelebile sulla coscienza europea, che dimostra l'incapacità dell'UE di gestire crisi militari nel proprio cortile di casa senza l'intervento determinante degli americani (NATO).
Sul fronte dell'integrazione, però, si compie un salto storico. Il Trattato di Maastricht del 1992 trasforma la Comunità Economica in Unione Europea. Non è solo un cambio di nome: si introduce la cittadinanza europea e si decide di creare una moneta unica, l'Euro. È una scommessa politica azzardata: unire le monete per forzare, in futuro, l'unione politica. Per garantire la stabilità della nuova valuta (modellata sul Marco tedesco), si impongono rigidi parametri di bilancio (deficit e debito) che limiteranno la sovranità economica degli stati membri. Queste regole creeranno stabilità ma anche tensioni sociali che esploderanno nel decennio successivo.
Politicamente, gli anni Novanta vedono un ritorno del centro-sinistra (Blair in UK, Jospin in Francia, l'Ulivo in Italia, Schröder in Germania), che cerca di conciliare il mercato globale con una nuova protezione sociale ("Terza Via"), ma deve fare i conti con la nascita di nuovi populismi e separatismi (come la Lega Nord in Italia).
Alle soglie del 2000, l'Europa entra pienamente nell'era della globalizzazione. Non è solo una questione economica, ma culturale e sociale. La rivoluzione di Internet cambia radicalmente il modo di lavorare, comunicare e informarsi, mentre la finanza globale, deregolamentata, domina sempre più sull'economia reale, rendendo i governi nazionali meno potenti.
Un cambiamento strutturale fondamentale riguarda la demografia: l'Europa, storicamente il continente che esportava uomini nel mondo, diventa terra di immigrazione. L'arrivo di flussi migratori dal sud del mondo e dall'Est Europa è necessario per sostenere economie che invecchiano e hanno bisogno di manodopera, ma crea tensioni identitarie e sociali profonde. Si apre il dibattito sul multiculturalismo e sulle radici dell'Europa, preparando il terreno per la rinascita dei movimenti nazionalisti e sovranisti che vedono nel migrante e nel burocrate di Bruxelles i nemici della sovranità perduta.
L'appendice analizza gli anni più recenti, caratterizzati da una condizione di "policrisi" permanente che mette a dura prova la tenuta del sogno europeo.
Sicurezza e Terrorismo: L'illusione di un mondo pacificato svanisce l'11 settembre 2001. Il terrorismo islamista colpisce al cuore l'Occidente. Ma l'Europa non è solo spettatrice: gli attentati di Madrid (2004) e Londra (2005) portano la paura nelle nostre città. Politicamente, l'Europa si spacca sulla guerra in Iraq voluta da Bush: da una parte la "Vecchia Europa" (Francia, Germania) contraria all'intervento, dall'altra la "Nuova Europa" (paesi dell'Est, UK, Italia, Spagna) schierata con gli USA.
Il Grande Allargamento: Nel 2004 l'UE compie il passo più audace della sua storia accogliendo dieci nuovi paesi, quasi tutti ex comunisti dell'Est. È la riunificazione storica e morale del continente, la chiusura definitiva delle ferite di Yalta. Tuttavia, questo allargamento rende l'Unione più eterogenea, difficile da governare e priva di una visione politica comune, aumentando il divario economico interno.
La Grande Recessione: La crisi finanziaria del 2008, partita dagli USA con i mutui subprime, colpisce l'Europa trasformandosi in crisi del debito sovrano. I mercati attaccano i paesi del Sud Europa (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo), considerati l'anello debole. L'UE, sotto la guida rigorista della Germania di Angela Merkel, impone drastiche politiche di austerity (tagli alla spesa, riforme strutturali) in cambio di aiuti. L'Euro viene salvato (celebre il "Whatever it takes" di Mario Draghi alla BCE), ma il costo sociale è altissimo: disoccupazione, povertà e nascita di un forte sentimento anti-europeo.
Il ritorno della Geopolitica: La Russia di Putin, rialzatasi grazie ai proventi di gas e petrolio, rifiuta il ruolo di potenza regionale e sfida l'ordine europeo post-1989. L'annessione della Crimea nel 2014 e la guerra ibrida in Ucraina segnano il ritorno dei conflitti territoriali e delle sfere d'influenza ai confini d'Europa.
La Crisi Migratoria: Nel 2015, l'ondata di profughi siriani e africani mette a nudo la mancanza di solidarietà tra gli stati membri. Il sistema di Schengen trema, tornano ad alzarsi muri e barriere (come in Ungheria). L'Europa si scopre fragile e divisa proprio sui valori umanitari che dovrebbero fondarla. Il volume si chiude sull'orlo del referendum per la Brexit, il segnale più allarmante che il processo di integrazione europea non è irreversibile e che la storia, lungi dall'essere finita, è ripartita con nuove e inquietanti incognite.
Dunque, cosa ci lascia questo lungo viaggio attraverso il Novecento? L'Europa descritta da Bartolini, Bonomo e Gagliardi è un continente che ha vissuto una parabola incredibile. È partita come padrona incontrastata del pianeta, sicura della sua civiltà, per poi sprofondare nell'inferno delle guerre totali e dei genocidi, toccando il fondo dell'abisso morale e materiale nel 1945.
Da quelle macerie, però, ha saputo inventare qualcosa di nuovo. Ha sostituito la logica della potenza con quella del diritto, la guerra con il mercato, il nazionalismo con l'integrazione. È diventata un laboratorio di democrazia e welfare unico al mondo. Tuttavia, questa costruzione è tutt'altro che garantita. Le crisi del XXI secolo ci ricordano che i demoni del passato – nazionalismo, razzismo, tentazioni autoritarie – non sono morti, ma dormono sotto la superficie. Studiare questa storia non è un esercizio accademico, ma l'unico modo per capire che l'Unione Europea, con tutte le sue imperfezioni e le sue lentezze, rimane l'unico argine che abbiamo costruito contro il ritorno della barbarie nel nostro continente.
L’Europa del Novecento, una storia: Riassunto Completo PDF
Studente di Storia
Ciao, sono Matteo Galavotti. Frequento il secondo anno di Storia presso l'Università di Bologna e ho fondato StudiaStoria.it per unire la mia formazione accademica alla passione per il web development. Programmo personalmente questo sito e ne curo i contenuti, trasformando il mio percorso di studi in articoli di divulgazione accessibili a tutti, con un occhio attento al rigore delle fonti e uno alle moderne tecnologie digitali.
Leggi tutti gli Articoli di Matteo GalavottiCome sei arrivato qui oggi?
Ci daresti un dettaglio in più?
(es. "link su Classroom" o "vorrei un articolo su...")