Nel XVI secolo il subcontinente indiano fu caratterizzato dal sanguinoso conflitto tra Afghani e Moghul per il controllo dell’India settentrionale. All’interno di questo conflitto, a sorpresa, emerse la figura di un indù di umili origini che, grazie al suo talento, raggiunse le più alte cariche della dinastia Suri. Abile amministratore e uomo di governo, Hemu si distinse anche come condottiero militare, infliggendo una serie di pesanti sconfitte ai suoi avversari moghul; poi, all’apice del successo, decise di affrancarsi dai suoi padroni afghani e di lanciarsi con coraggio nella fondazione di un proprio dominio personale.
Pubblicato: 02/02/2026
Ultima modifica: 02/02/2026
Il conflitto tra Afghani e Moghul iniziò con le grandi imprese dell’avventuriero Babur. Quest’ultimo, facendo leva su un pretesto dinastico legato ad una presunta eredità di Tamerlano, decise di invadere l’India settentrionale e affrontò il sultano di Delhi, l’afghano Ibrāhīm Lōdī, nella prima battaglia di Panipat (21 Aprile 1526).
La battaglia, che vide per la prima volta nel subcontinente indiano l’uso massiccio di armi da fuoco e di artiglieria da parte degli invasori, si concluse con la sconfitta di Ibrāhīm Lōdī e la fondazione dell’impero Moghul.
Nel 1530, alla morte del padre Babur, Humayun ereditò l’impero. Egli però non fu abile come il padre nell’affrontare le sfide che minacciavano i possedimenti Moghul non ancora pienamente consolidati; in particolare Humayun non seppe affrontare militarmente il suo astuto avversario afghano Sher Shah Suri, che lo sconfisse nelle decisive battaglie di Chausa (26 Giugno 1539) e Kannauj (17 Maggio 1540).
Dopo queste pesanti sconfitte Humayun fu quindi costretto a vivere come esule, cercando aiuti per poter un giorno riprendere il potere. Sher Sha Suri fondò così la propria dinastia venendo poi ricordato non solo per il suo talento militare, ma anche per una serie di riforme a tutto tondo che ebbero lungo corso nella storia del subcontinente indiano.
Alla morte del padre (Sher Sha Suri), avvenuta nel 1545 a causa di un incidente durante l’assedio del forte di Kalinjar, Islam Shah salì al trono.
Egli fu un regnante nel complesso efficiente: un nuovo tentativo da parte di Humayun di insidiare la dinastia Suri venne vanificato dal determinante intervento del sovrano.
Islam Shah fu succeduto nel 1554 da suo figlio Firuz Shah Suri, di appena dodici anni; il suo regno ebbe una brevissima durata: poco dopo la sua ascesa al trono Firuz Shah Suri fu infatti assassinato dal nipote di Sher Shah Suri, che prese il nome di Muhammad Adil Shah.
Egli “aveva un carattere indolente per nulla adatto alla conduzione degli affari militari né ai doveri dell’amministrazione civile” (Bada'uni); come sostiene inoltre A. Eraly, Adil Shah accettava gli innumerevoli privilegi conferitigli dalla sua carica, ma non accettava nessuna delle responsabilità che ne derivavano: ad esse preferiva il canto, il ballo e la danza.
La sua incapacità ed inattitudine al trono provocarono una vera e propria guerra civile che disgregò l’impero in più parti: i suoi emiri si ritirarono nei loro feudi e divennero virtualmente indipendenti; l’autorità effettiva di Adil Shah era limitata quindi al Bihar, con Chunar come capitale.
È in questo contesto, con tre sovrani Suri in lotta tra loro e contro Humayun, ritornato nuovamente attivo per sfruttare il momento di debolezza della dinastia Suri, che Hemu scavò con determinazione una nicchia per sé (A. Eraly, p. 96).
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💬 Unisciti al Canale →Hemu, inizialmente noto come Hemachandra, compare per la prima volta nella cittadina di Alwar, nei pressi di Delhi. Si guadagnava da vivere come venditore ambulante di salnitro (Abū al-Fazl) o di legumi (Bada'uni), un mestiere decisamente umile che scandalizzò le fonti moghul dell’epoca, incapaci a posteriori di spiegarsi le ragioni del suo straordinario successo.
Come afferma lo storico moghul Abū al-Fazl, Hemu non poteva vantare «né rango, né razza, né bellezza di forma, né nobili qualità»; e tuttavia, prosegue lo storico con evidente stupore, «quel brutto omuncolo aveva progetti ambiziosi».
In effetti, la saga dell’ascesa al potere di Hemu assume contorni quasi favolistici, alla luce di tutti i numerosi ostacoli, personali e non, che egli dovette affrontare nella società e nella cultura del suo tempo.
Innanzitutto, egli era un indù in uno stato musulmano, e la sua stessa religione giocava quindi contro di lui; ma neppure tra gli indù egli godeva di maggiore considerazione, essendo un mero baniya della tribù Dhusar, «la classe più bassa dei rigattieri in India» (Abū al-Fazl).
A ciò si aggiungeva l’assenza di qualità fisiche o militari da condottiero: era un nanerottolo gracile, non portava la spada al fianco e non sapeva nemmeno montare a cavallo (A. Eraly, p. 111). Dopo questo impietoso elenco, si può forse comprendere il giudizio lapidario di Abū al-Fazl.
Il problema delle fonti in realtà è irrisolvibile: tutte le informazioni su Hemu in nostro possesso provengono da ambienti fortemente ostili alla sua ascesa ed al suo successo e pertanto tendono a restituire un’immagine molto negativa del personaggio (R. C. Majumdar, p. 97); tra le righe è possibile però farsi un’idea molto diversa su Hemu: quella di un uomo intelligente, astuto, tenace e deciso, pronto a tutto pur di superare i limiti imposti dalle sue umili origini.
Col tempo infatti Hemu fece carriera: da semplice venditore ambulante divenne un “rigattiere governativo”; in questa funzione riuscì poi in qualche modo ad attirare l’attenzione di Islam Shah che lo elevò alla carica di sovraintendente del mercato di Delhi.
Da questa posizione, grazie a “capolavori di astuzia felina”, divenne il capo del servizio informazioni di Islam Shah (Abū al-Fazl): si comprende quindi come la sua abilità fosse molto apprezzata dal sovrano che ripose in Hemu la sua piena fiducia.
Le fonti moghul ovviamente non pongono l’accento sull’innegabile talento di Hemu, ma sulla sua abilità come intrigante manipolatore di uomini: già in questa fase egli avrebbe puntato al potere personale, mascherando le proprie ambizioni dietro ad una lealtà di facciata (Abū al-Fazl).
La posizione di potere Hemu non soffrì del cambio di regime avvenuto con l’improvviso colpo di stato di Adil Shah; al contrario essa si rafforzò notevolmente dato che quest’ultimo non aveva la benché minima intenzione di governare e nominò Hemu come wazīr (visir).
La scelta di Adil Shah non era del tutto sbagliata: a differenza di altri nobili afghani, l’ambizioso Hemu, in quanto indù, non avrebbe mai potuto trasformarsi in un potenziale usurpatore del trono (A. Eraly, p. 96).
Hemu riempì questo vuoto di potere con abilità e discrezione: “si appropriò dell’intera amministrazione e salì in alto loco”; egli inoltre “si occupava di tutte le nomine e i licenziamenti e di dispensare la giustizia” (Abū al-Fazl).
Come scrive ironicamente lo storico A. Eraly, Hemu “serviva bene il proprio padrone, ma serviva bene anche se stesso”. In virtù della sua posizione privilegiata egli accumulava infatti immense ricchezze che spendeva poi a piene mani per accumulare ancora più potere e influenza (A. Eraly, p.112).
Abū al-Fazl nota con sdegno che Hemu era così generoso “che i suoi debitori lo veneravano ed obbedivano ai suoi ordini”. Questo elemento è di forte interesse perché ci permette di comprendere la viva intelligenza di Hemu nella sua vertiginosa scalata al potere: “per lui la ricchezza e il potere erano come due gambe che, insieme, gli consentivano di arrampicarsi sulla scala del successo” (A. Eraly, p. 112).
Hemu comprendeva perfettamente che la sua posizione di potere rimaneva comunque molto fragile e doveva essere coltivata con cura e attenzione. Un parvenu indù al potere come lui, se non avesse esercitato il governo con prudenza, avrebbe attirato certamente le invidie degli altri emiri e il sospetto di Adil Shah.
Per questi motivi egli si mostrava sempre molto umile e deferente, favorito in questo senso anche dal suo fisico gracile; il suo comportamento dimesso induceva i suoi avversari a sottovalutarlo e a non ritenerlo una pericolosa minaccia (A. Eraly, p. 112).
In questo senso si può raccontare brevemente un episodio avvenuto poco prima dell’invasione dei Moghul. Hemu dovette affrontare l’emiro ribelle Junaid Khán a Gwalior che, accecato dalla superbia e dal disprezzo per il suo avversario, scelse imprudentemente di delegare lo scontro con l’uomo di Adil Shah al suo capo stalliere Daulat Khán, preferendo dedicarsi alla caccia della tigre.
Poco prima della battaglia Daulat Khán inviò ad Hemu un messaggio sprezzante: “O negoziante, perché ti impicci di ciò che non ti compete, delle faccende della guerra? Torna alle tue bilance e ai tuoi pesi!” (Ahmad Yadgar).
Non c’è neanche bisogno di dire che Daulat Khán subì una sonora sconfitta; per riprendere le parole dello storico moghul Ahmad Yadgar su questo evento: “Quanto è riprovevole l’arroganza!”.
Il coraggio al valoroso Hemu non mancava di certo: pur non possedendo il fisico da condottiero, egli disponeva di una mente strategica brillante e vinse ben ventidue battaglie per conto di Adil Shah (A. Eraly, p. 112).
Quando Humayun ritornò in India per recuperare i territori perduti conquistati da suo padre, ristabilì presto il proprio controllo sulle capitali imperiali Agra e Delhi (Luglio 1555). I successi di Humayun furono però effimeri: pochi mesi dopo la sua invasione egli morì in un incidente fatale nel Gennaio del 1556.
Il successore di Humayun, suo figlio Akbar, era appena un ragazzino. Questa per Hemu era l’occasione ideale per sconfiggere definitivamente i Moghul in battaglia e suggerì pertanto ad Adil Shah di attaccarli senza alcun indugio.
Adil Shah appariva esitante, influenzato dalle predizioni dell’astrologo di corte, secondo cui le stelle di Akbar erano invincibili (Ahmad Yadgar). Alla fine le argomentazioni di Hemu furono persuasive: i Moghul in questo momento erano particolarmente deboli e le loro forze non erano ancora ben consolidate sul territorio; come disse sardonicamente Hemu vincere contro di loro in questo momento sarebbe stato “facile come sradicare una piccola pianta“ (Ahmad Yadgar).
Hemu investì come una marea in piena le forze dei Moghul: dapprima scacciò il governatore moghul Ali Quli Khan da Gwalior; poi marciò subito su Agra che conquistò senza colpo ferire dato che il suo comandante, Iskandar Khan Uzbec, preferì cautamente ritirarsi a Delhi dove avrebbe potuto unire le sue forze a quelle del governatore locale Tardi Beg.
Anche a Delhi però regnavano la confusione e l’incertezza: alcuni emiri infatti volevano combattere, ma Tardi Beg era del parere contrario; secondo lui sarebbe stato meglio ritirarsi in Punjab o addirittura a Kabul assieme al sovrano Akbar (Ahmad Yadgar).
La battaglia di Delhi (7 Ottobre 1556) fu vinta facilmente da Hemu anche perché, a quanto pare, Tardi Beg rimase in disparte con le forze sotto il suo comando senza unirsi alla battaglia (Ahmad Yadgar). Forse Tardi Beg non era davvero convinto che combattere fosse la scelta migliore; quello che è certo è che Tardi Beg e Iskandar Khan Uzbec fuggirono dal campo di battaglia “veloci come il vento” (Abdullah) nel Punjab dove vennero infine raggiunti da Ali Quli Khan.
Secondo Abū al-Fazl, quando Hemu entrò a Delhi, “la sua arroganza crebbe a tal punto che la sua ebrezza divenne follia”. Hemu oramai poteva considerarsi a buon titolo un condottiero affermato e vincente; Adil Shah era, in fondo, un sovrano più di nome che di fatto e, lontano da ogni sua possibile ingerenza e al comando di un potente esercito, Hemu si trovava nella posizione ideale per affrancarsi definitivamente e creare un proprio potere autonomo. (Ahmad Yadgar).
Hemu pertanto assunse il titolo reale di rajah Vikramaditiya ed “eresse su di sé il baldacchino imperiale e ordinò che venisse coniata una moneta in suo nome” (Ahmad Yadgar).
Tutt’altro che folle, Hemu si mosse con la sua abituale astuzia: tutto il bottino ottenuto a Delhi fu distribuito con grande generosità tra i suoi alleati afghani, così da assicurarsene il favore ed evitare potenziali risentimenti; Hemu si riservò solamente gli elefanti da guerra.
Per di più egli si premurò di non inimicarsi Adil Shah con commoventi professioni di fedeltà; nel resoconto della vittoria a Delhi egli si rivolse al sovrano con queste parole strappalacrime: “Il vostro schiavo, per grazia della fortuna regale, ha messo in fuga l’esercito dei Moghul, saldo come un muro di ferro; tuttavia mi è giunta notizia che il figlio di Humayun guida una forza numerosa e avanza contro Delhi. Per tale motivo ho trattenuto i cavalli e gli elefanti dei Moghul, affinché io possa fronteggiare il valoroso nemico e non permettere loro di giungere a Delhi.».
Incredibilmente pare che Adil Shah avesse prestato fede alle sue parole e ne fu molto rincuorato (Ahmad Yadgar). Dopo la sua ascesa al trono i suoi sostenitori afghani lo acclamarono Hemu Shah (R. C. Majumdar, p. 97).
Nel Punjab, nel frattempo, i Moghul avevano riconquistato un’apparente coesione e ordine di intenti. Per ottenere questo risultato, Tardi Beg venne giustiziato dal reggente di Akbar, Bairam Khan: egli non solo si era macchiato di codardia fuggendo da Delhi, ma aveva anche minato fortemente il morale dell’esercito, insistendo ripetutamente sulla necessità di ritirarsi a Kabul; per la sopravvivenza dei Moghul in India era fondamentale che l’autorità di Bairam Khan venisse rispettata senza dissidenze.
Bairam Khan decise di affrontare Hemu in battaglia campale e si diresse risolutivamente verso Delhi: era una mossa azzardata; l’esercito dei Moghul era numericamente inferiore a quello di Hemu e il morale tra le truppe era ancora decisamente basso, soprattutto rispetto a quello dei loro avversari motivati dalla recente vittoria.
Le forze dei Moghul e quelle di Hemu si apprestavano a combattere, ma, a dispetto delle forze in campo, furono le forze di Bairam Khan a vincere il primo scontro: una divisione sotto il comando di Ali Quli sconfisse infatti l’avanguardia inviata da Hemu catturando la sua artiglieria.
Nonostante questa piccola vittoria simbolica, quando Hemu si avvicinò a Panipat “il turbamento s’insinuò nei cuori dei servitori imperiali con l’aiuto di chiacchieroni senza cervello che non mancavano mai in un esercito” (Abū al-Fazl).
Come capita spesso nelle narrazioni storiche, i momenti epocali prima di una battaglia decisiva sono puntellati da racconti di presagi.
Nel nostro caso, Hemu, mentre si dirigeva verso Panipat, fu turbato da un terribile incubo: vide un’alluvione travolgere l’elefante che stava cavalcando e, proprio mentre stava per affogare, un soldato moghul lo tirò fuori legandogli una catena al collo.
Secondo gli interpreti dei sogni, l’incubo avrebbe predetto senza alcun dubbio la sconfitta e la morte di Hemu in battaglia. Hemu ne fu molto turbato, ma si fece coraggio sostenendo che “sarebbe accaduto l’esatto contrario di quanto mostrato in questo sogno”.
Il giorno dopo però piovve a dirotto e un fulmine abbatté senza scampo uno dei migliori elefanti da guerra di Hemu: la terribile profezia sembrava sul procinto di avverarsi (Ahmad Yadgar).
Il 5 Novembre 1556 venne combattuta la seconda battaglia di Panipat. “Hemu avanzò, combatté e mise in rotta i Moghul: le loro teste giacevano a mucchi e il loro sangue scorreva fiumi” (Ahmad Yadgar).
Le ali di Hemu ebbero la meglio su quelle dei Moghul; Hemu, sicuro della vittoria imminente, balzò in groppa al suo pachiderma Hawai (Bada'uni) e guidò personalmente le truppe montate su elefanti contro il centro dello schieramento moghul, dove il combattimento infuriava ancora con estrema violenza.
Abū al-Fazl, in un rarissimo momento di grazia, sembra addirittura lodare apertamente il coraggio dimostrato da Hemu il corso della battaglia: egli “mise in campo ogni stratagemma che la sua potente intelligenza poté concepire e ogni audace impresa che si celava nella sua anima sediziosa. Sferrò assalti poderosi, compì numerosi atti di valore e mise in rotta molti strenui soldati del sublime esercito”.
Nel bel mezzo della mischia furiosa, mentre attorno a lui cadevano alcuni dei suoi più valorosi comandanti, Hemu fu colpito all’occhio da una freccia vagante e cadde privo di sensi: il suo esercito divenne improvvisamente “senza mani e senza piedi e nessuno combatté più con coraggio” (Abū al-Fazl).
Questo non deve affatto sorprenderci: gli eserciti dell’epoca difficilmente sopravvivevano alla morte del proprio generale, da cui dipendeva interamente la loro paga (R. C. Majumdar, p. 100).
Il mahout di Hemu tentò coraggiosamente di condurre l’elefante fuori dalla mischia per salvare il suo padrone, ma non ebbe fortuna e fu catturato. Hemu, mezzo morto, fu condotto da Akbar dove venne giustiziato.
E così, per un capriccio del destino, si concluse la carriera di Hemu. Un uomo che, grazie al suo talento, superò i rigidi limiti imposti dalla società del suo tempo.
Non sapremo mai se Hemu volesse davvero fondare un raj (regno) indù contrapposto a quelli musulmani come vorrebbero alcune interpretazioni odierne di stampo nazionalistico; quello che sappiamo è che Hemu seppe crearsi le occasioni per ambire ad una rapida ascesa sul modello di coraggiosi avventurieri militari come Babur e Sher Shah Suri, le cui gesta dovevano ancora presenti nella memoria recente della popolazione: le probabilità di successo di Hemu non possono ragionevolmente essere considerate molto inferiori a quelle di questi due condottieri (R. C. Majumdar, p. 100).
Gli storici moghul, nonostante la loro militanza partigiana, non riuscirono a cancellare il valore del loro abile avversario dagli annali della Storia; anzi, senza volerlo, contro ogni loro possibile aspettativa, consegnarono il suo nome ad una fama perpetua.
Forse in fondo, nonostante tutto, anche i suoi avversari furono sinceramente “conquistati” dalle sue gesta e dal suo spirito intraprendente; Abū al-Fazl chiuse infatti la sua narrazione della seconda battaglia di Panipat con questo solenne paragrafo: “«Se solo Sua Maestà [Akbar] fosse uscita dal proprio riserbo e avesse prestato attenzione alla questione, o se in quella corte vi fosse stato qualche maestro di saggezza lungimirante, tale da consentire di tenere Hemu in prigionia e indurlo a porsi al servizio della “soglia della fortuna”. Egli era infatti un servitore di eccellente valore e dotato di uno spirito elevato. Se fosse stato istruito da una figura di tale statura (come il saggio dalla vista lunga, o forse Akbar stesso), quali imprese non avrebbe potuto realizzare”.
Che queste parole esprimano un rammarico sincero è molto dubbio: preferisco quindi ricordare Hemu in questo modo: “Nessuno dei precedenti sovrani dell’India era dotato di tanto coraggio, intraprendenza e capacitò di pianificare […] Lui meditava sempre di conquistare paesi lontani e teneva nascosti nel suo cuore i progetti di grandi spedizioni” (Abū al-Fazl).
L’immagine di un Hemu estremamente ambizioso, che sogna a occhi aperti mentre scala progressivamente i vertici del potere in attesa della propria occasione, risulta particolarmente suggestiva.
Abū al-Fazl ibn Mubārak, Akbarnama (Volume 1) (Volume 2) ; Internet Archive
Abdullah, Táríkh-i Dáúdí
Ahmad Yadgar , Tārikh-i-Salātin-i-Afghāniyah
Bada'uni , Muntakhabu-’rūkh
Eraly, Il trono dei Moghul: la saga dei grandi imperatori dell'India, il Saggiatore, 2011
H.M Elliot, The history of India as told by its own historians. The Muhammadan period (1867; contiene le fonti primarie; https://archive.org/details/cu31924073036729)
C. Majumdar, Himu. A forgotten Hindu Hero, History and Culture of the Indian People, Volume 07, The Mughul Empire, 1974, ed. by R. C. Majumdar
Immagine di copertina: https://archive.org/details/scanned-document-35
Studente di Scienze Storiche
Studente di Scienze Storiche all'Università di Torino. Amo moltissimo la storia dell'antica Grecia (396-362; 323-281 a.C.).
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