Krishnadevaraya: Storia e Leggenda dell'Impero Vijayanagara

Agli inizi del sedicesimo secolo, grazie ad una serie di circostanze fortunate, Krishnadevaraya ascese al trono del Leone di Vijayanagara. Fu un evento felice: il suo regno é infatti considerato unanimamente dagli storici come “l’età dell’oro” dell’impero Vijayanagara. Il prode e ambizioso sovrano, coadiuvato dall’abile e saggio ‘primo ministro’ Timmarasu, si propose di realizzare i sogni irrealizzati dei suoi predecessori, impegnandosi in un’infinita serie di assedi a fortezze inespugnabili e battaglie mozzafiato.

Pubblicato: 28/02/2026
Aggiornato: 28/02/2026
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L'Ascesa di Vijayanagara e il Contesto Storico

Agli inizi del quattordicesimo secolo quattro imperi si contendevano le terre a sud dei monti Vindhya: gli Yadava a Devagiri, i Kakatiya a Warangal, gli Hoysala a Dvarasamudra e i Pandya a Madurai.

Questo equilibrio tra i vari imperi, già molto precario, fu infranto dalla crescente minaccia posta dall’aggressivo sultanato di Delhi. Il grande sultano Alauddin Khilji (circa 1266-1316) incaricò il suo abile condottiero Malik Kafur di devastare e sottomettere il sud.

Malik Kafur eseguì gli ordini del suo padrone con terribile efficienza e brutalità, conquistando un impero dopo l’altro.

Dalle ceneri dei regni del Sud

L'impero di Alauddin Khalji fino al 1315
L'impero di Alauddin Khalji fino al 1315

Dalle ceneri dell’impero Kakatiya emersero due fratelli, Harihara e Bukka, destinati ad un futuro glorioso.

Harihara e Bukka iniziarono la loro carriera al servizio dell’impero Kakatiya; quando la capitale Warangal venne conquistata dalle forze di Malik Kafur, essi fuggirono nei territori dell’impero Hoysala: la ‘lunga mano’ del sultanato di Delhi li raggiunse però anche lì e i due fratelli furono portati come prigionieri a Delhi.

Secondo alcune fonti, Harihara e Bukka si convertirono all’Islam e, dopo aver conquistato la completa fiducia del sovrano, vennero nuovamente inviati a sud per domare una rivolta locale.

Lontani da ogni possibile ingerenza del sultano di Delhi, i due fratelli rinnegarono l’Islam e fondarono l’impero indù di Vijayanagara (1336); probabilmente la loro conversione fu un mero espediente per avere salva la vita e, forse, un mezzo per far progredire le proprie carriere più rapidamente (S. Reddy, pp. 35-6).

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La minaccia del Bahman e le crisi dinastiche

La crisi e la progressiva disintegrazione del sultanato di Delhi non favorirono soltanto le ambizioni di Harihara e Bukka: più a nord infatti, in seguito ad una rivolta a Daulatabad, il generale afgano Alauddin Bahman Shah fondò il sultanato di Bahman (1347).

Nel corso dei secoli l’impero Vijayanagara e il sultano di Bahaman si scontrarono a più riprese; a dire il vero pare che, nella maggior parte dei casi, fosse il sultanato a detenere la supremazia sul proprio rivale indù; per diversi anni infatti i sovrani di Vijayanagara dovettero perfino pagare un tributo ai loro avversari (R. M. Eaton, p. 293).

Verso la fine del quindicesimo secolo però il sultanato di Bahman affrontò una crisi drastica ed irreversibile; esso si divise nei cinque sultanati del Deccan con nuove, potenti dinastie al potere: i Nizam Shahi di Ahmadnagar, i Qutb Shahi di Golconda, i Barid Shahi di Bidar, gli Imad Shahi di Berar e gli Adil Shahi di Bijapur.

Il Sud dell'India e il Deccan all'inizio del XVI secolo
Il Sud dell'India e il Deccan all'inizio del XVI secolo

Essi continuarono a giurare una fedeltà puramente formale al sultano bahmanide, ma quest’ultimo era ormai una figura di facciata priva di reale potere (S. Reddy, p. 39).

Anche la storia dell’impero Vijayanagara non fu priva di intoppi e battute d’arresto.

Harihara e Bukka fondarono la dinastia Sangama che rimase saldamente al potere per un secolo e mezzo (1336-1485).

Verso la fine del quindicesimo secolo però l’impero, che oramai era diventato una potenza regionale di rilievo, attraversò un periodo di forte crisi, a causa di una serie di sovrani deboli, di ribellioni interne e di incursione da parte delle potenze vicine: gli ultimi vent’anni del quindicesimo secolo furono segnati ad esempio da due usurpazioni e da molteplici regni di breve durata da parte di sovrani provenienti da ben tre dinastie diverse.

La dinastia fondatrice fu soppiantata da quella Saluva (1485–1505); quest’ultima dinastia ebbe una presa sul potere molto debole, tanto che fu presto sostituita a sua volta da quella Tuluva.

Questa presa di potere irruenta non risulta affatto segnalata nelle ‘mitiche’ genealogie della dinastia Tuluva, anzi: pare proprio che essa potesse vantare una lunga sfilza di grandi e potenti sovrani; la maggior parte di essi sono ovviamente il frutto di un creativo quanto maldestro tentativo di legittimare la propria presa del potere.

Il primo sovrano storico realmente esistito è il padre di Krishnadevaraya, Narasa Nayaka. Egli pare che fosse una figura piuttosto umile e sorpattutto totalmente estranea all’élite al potere, tanto che fece carriera solo per merito delle sue indubbie doti militari al servizio della dinastia Saluva: in un periodo storico difficile come quello le sue doti di condottiero di uomini e il suo coraggio in battaglia gli permisero di ascendere rapidamente i vertici del potere.

Da questa posizione privilegiata pare poi che Narasa Nayaka fosse riuscito a conquistare il trono del Leone e a salvare in ultima istanza l’impero (Nunes, p. 301 lo segnala come ‘ministro’ di Saluva Narasimha; S. Reddy, p. 21).

Dopo Narasa Nayaka, Viranarasimha, il fratellastro maggiore di Krishnadevaraya ascese al trono: il suo regno fu piuttosto breve, ma particolarmente intenso e proficuo per la dinastia Tuluva (S. Reddy, p. 22).

L'Uomo Dietro la Leggenda: Intrighi e Ascesa al Trono

Krishnadevaraya (1471-1529) non era l’erede designato al trono di Vijayanagara. Secondo un racconto popolare particolarmente fantasioso, il fratellastro maggiore Viranarasimha, ammalato sul letto di morte, chiamò a sé il primo ministro (mahapradhana) Timmarasu.

Viranarasimha impartì a Timmarasu due ordini perentori: il primo, elevare al trono, dopo la sua morte, il figlioletto di otto anni; il secondo, cavare gli occhi al fratellastro minore Krishnadevaraya e portarglieli come prova.

Timmarasu acconsentì a malincuore agli ordini dell’imperatore e si congedò. Il primo ministro fece quindi convocare Krishnadevaraya, lo condusse in disparte in una stalla e gli svelò il cruento piano del fratellastro.

Krishnadevaraya, con una risposta che colpì profondamente Timmarasu, si limitò a dire: «Non desidero essere re, né alcunché del regno, anche se so che mi spetterebbe di diritto. Desidero soltanto attraversare questo mondo come uno yogi».

Dopo aver ascoltato queste parole, Timmarasu comprese immediatamente che Krishnadevaraya, per età, abilità e disposizione d’animo, era l’uomo più adatto a governare l’impero. Ordinò quindi che una capra fosse condotta al suo cospetto per poterne cavare gli occhi; li consegnò poi a Viranarasimha, affinché l’imperatore morisse credendo che le sue ultime volontà fossero state compiute.

Alla morte di Viranarasimha, nel 1509, Timmarasu elevò Krishnadevaraya al Trono del Leone di Vijayanagara, in una cerimonia solenne e fastosa. (Nunes, pp. 300-1)

Le ispezioni notturne e il vero volto di Krishnadevaraya

Secondo un’altra popolare leggenda, Krishnadevaraya, col favore del buio, avrebbe spesso abbandonato i suoi ricchi abiti di seta ricamata per indossare i panni di un uomo comune; così travestito, avrebbe poi vagato per le strade della capitale per osservare segretamente con i propri occhi ciò che accadeva, senza fare eccessivo affidamento sui resoconti inaffidabili di terzi (R, pp. 98-9).

Non doveva risultargli troppo difficile confondersi in mezzo alla gente comune; non sembra infatti che Krishnadevaraya si distinguesse per un fisico o un aspetto particolarmente eccezionali: Paes, un commerciante di cavalli portoghese che ebbe la fortuna di vederlo da vicino nel corso di un’udienza, lo descrive come un uomo “di altezza media, carnagione chiara e buona corporatura, più grasso che magro, con tracce del vaiolo sul viso” (Paes, p. 239).

L'amore proibito per Chinnadevi

Durante queste ispezioni notturne Krishnadevaraya sapeva anche unire l’utile al dilettevole: egli infatti sfruttava il buio della notte per potersi segretamente incontrare con la propria amata Chinnadevi.

Quest’ultima era una bellissima e talentuosa ballerina della quale Krishnadevaraya si era perdutamente innamorato molto tempo prima della sua ascesa al trono.

Krishnadevaraya le aveva promesso in più occasioni che, se fosse diventato imperatore, l’avrebbe certamente sposata. Il loro però era un amore impossibile e proibito: Chinnadevi non aveva sangue reale: ella era solo un’umilissima ballerina di bassa casta.

Krishnadevaraya non poteva prendere in sposa come moglie ufficiale una donna di tale condizione. Durante uno di questi appuntamenti eleganti, Krishnadevaraya venne però seguito dal fedele Timmarasu, che evidentemente si era insospettito dalle frequenti uscite notturne del suo padrone. Il primo ministro lo rimproverò aspramente per la sua imprudenza, ma, mentre lo riaccompagnava a palazzo, comprese che i suoi sentimenti per Chinnadevi erano sinceri.

Timmarasu cedette infine al suo desiderio e promise di sposarli in segreto; prima però Krishnadevaraya avrebbe dovuto sposare una donna di sangue reale che sarebbe diventata la sua moglie ufficiale. Quello di Krishnadevaraya non fu solo il fatuo capriccio di un imperatore vizioso: Chinnadevi fu il vero amore della sua vita e la donna che amò più di ogni altra (Paes, pp. 239-240; Nunes, pp. 344-5).

Oltre il mito: la dura realtà delle successioni al trono

Credo che sia più che lecito dubitare della veridicità di questi bei racconti: solo sull’ascesa di Krishnadevaraya al trono di Vijayanagara esistono un’ incredibile varietà di storie e aneddoti meravigliosi tra congiure, inganni e sagaci prove d’astuzia.

Il dato innegabile è che le successioni al trono dovevano essere spesso affari difficili, pericolosi e complicati da gestire. Timmarasu, se dobbiamo credere al racconto, scelse Krishnadevaraya anche perché l’altro candidato, per via della sua giovanissima età, avrebbe lasciato l’impero in una situazione molto delicata per molti anni, fino al raggiungimento della maggiore età; Krishnadevaraya era invece un uomo già fatto e finito, pronto a regnare senza alcuna ingombrante reggenza e di comprovata abilità.

La scelta di Timmarasu, con il senno del poi, si rivelò molto saggia in un mondo irto di rivali pericolosi affamati di potere e bottino. Per la nostra breve analisi anche Timmarasu è un personaggio decisamente interessante: in un certo senso si potrebbe definirlo come il classico archetipo del fidato e astuto consigliere, sempre pronto con i suoi consigli a risolvere situazioni ingarbugliate all’apparenza impossibili.

Esistono innumerevoli tradizioni più o meno credibili che rivelano il suo genio e la sua saggezza; dovremo quindi necessariamente scegliere di volta in volta con attenzione quelli più verosimili, tenendo però sempre bene in mente che Timmarasu era una figura centrale e di assoluto rilievo per Krishnadevaraya: “Il suo favorito più influente è un vecchio di nome Timmarasu; egli comanda l’intera casa reale, e tutti i grandi signori si rivolgono a lui come al re (salaam)”; lo stesso Krishnadevaraya lo chiamava affettuosamente “Appaji” (“venerato padre”; Paes, pp. 242, 258-9).

Le Prime Campagne Militari e la Pacificazione

Dopo questa tediosa parentesi “metodologica” possiamo finalmente provare a riscostruire le grandi gesta di Krishnadevaraya.

Ai suoi tempi Vijayanagara era “un impero regionale con aspirazioni transregionali”, che dominava il subcontinente meridionale dal fiume Krishna fino a Rameshwaram (S. Reddy, p. 39). Nuovi potenti rivali erano però emersi ai confini a est e a nord dell’impero.

Lungo la costa orientale il signore Gajapati di Orissa si stava espandendo ai danni dei territori controllati dall’impero, accumulando sempre più potere. A Nord invece la minaccia era rappresentata dai sultanati musulmani del Deccan; in particolare Krishnadevaraya affrontò più volte l’Adil Shah di Bijapur in battaglia.

Prima di affrontare queste pericolose minacce era però necessario ripristinare l’autorità reale su alcune aree dell’impero il cui controllo si era con il tempo progressivamente indebolito.

Le regioni meridionali mostravano da sempre una forte riottosità nei confronti dell’autorità centrale: ogni momento di debolezza o di transizione costituiva un’occasione propizia per ribellarsi e affermare la propria indipendenza (S. Reddy, p. 45).

La ribellione di Ummattur

Intorno al 1510, una di queste ribellioni fu guidata dal Gangaraja di Ummattur.

La ribellione era un affare di famiglia: già suo padre si era infatti ribellato senza troppo successo al fratellastro di Krishnadevaraya; ora, con l’ascesa di un nuovo imperatore, il cui potere doveva apparire ancora abbastanza fragile e instabile, era giunta l’occasione perfetta per riprovarci di nuovo.

Le solenni dichiarazioni dei ribelli mettevano a serio rischio l’autorità di Krishnadevaraya e richiedevano un suo intervento immediato: “Da tempo immemorabile governiamo questo paese. I nostri antenati lo hanno governato per generazioni, senza mai rendere tributo ad alcun sovrano. Fu tuo padre, Narasa Nayaka, a sottometterci con la forza delle armi e a imporci un tributo. Non abbiamo alcun obbligo di versarti tributo e non ti invieremo alcunché” (S. Reddy, cit. p.45).

Il primo atto dei ribelli fu quello di prendere possesso della vitale fortezza di Penukonda; questa provocazione spinse Krishnadevaraya ad agire con fermezza e nel giro di poco tempo egli “la circondò e la soffocò, conquistando la posizione in un solo giorno” (R, p. 137).

Krishnadevaraya non si fermò con la conquista di questa importante fortezza: dopo averne raso al suolo le mura e aver lasciato degli uomini fedeli come guarnigione, Krishnadevaraya volle colpire la celebre fortezza insulare di Sivasamudram, dove si trovava il suo avversario Gangaraja.

Essa sorgeva al centro del fiume Kaveri, tra le colline gemelle di Pretaparvata e Gevuruyana. Non si trattava dunque di una conquista semplice, e Krishnadevaraya si preparò a sostenere un lungo assedio. Si racconta che la fortezza resistette per ben un anno, ma, una volta che tutte le vie di rifornimento furono bloccate, si trattò semplicemente di una questione di tempo; il Gangaraja, disperato, si annegò nelle acque del fiume che fino ad allora lo aveva protetto (S. Reddy, pp. 45-6).

Dopo la morte del principale leader della ribellione, non restava che punire gli alleati dei ribelli. Krishnadevaraya si diresse pertanto verso un’altra nota fortezza insulare di nome Srirangapatnam.

Qui ottenne la capitolazione quasi immediata del signore della fortezza, Vijaya, che comprese molto saggiamente che ogni ulteriore resistenza sarebbe stata del tutto inutile.

Krishnadevaraya, oltre ad avere affermato una volta per tutte la propria autorità in quelle regioni burrascose, ottenne anche un altro grande successo personale: Timmarasu organizzò infatti il suo matrimonio con la figlia del signore sconfitto di Srirangapatnam, Tirumaladevi (Paes, p. 239).

Questa unione fu politicamente molto vantaggiosa, perché rafforzò notevolmente il legame tra Krishnadevaraya e i suoi potenti alleati meridionali. Durante il suo regno non ci sarebbero state altri ribellioni da queste aree dell’impero (S. Reddy, p. 46).

Il primo scontro con Bijapur

Dopo il ritorno di Krishnadevaraya a Vijayanagara, le informazioni a nostra disposizione sul suo conto sono più scarse di quanto vorremmo. Sappiamo solo che, intorno al 1511, egli affrontò l’Adil Shah di Bijapur in una battaglia campale, in una zona compresa tra Raichur e Gulbarga.

Le motivazioni del conflitto rimangono sconosciute: l’invasione di Bijapur, secondo alcune tradizioni, sarebbe stata provocata da alcune parole insolenti pronunciate dall’Adil Shah nei confronti di Krishnadevaraya (S. Reddy, p. 47).

Il suo temperamento molto impetuoso era noto ed era inoltre particolarmente incline all’ira, soprattutto quando si sentiva in qualche modo offeso (Paes, p. 239). Tra le due parti in gioco c’era comunque una fortissima animosità, accumulatasi nel corso dei decenni precedenti.

L’esperto S. Reddy, seguendo lo storico persiano Firishta, propone un episodio del regno del padre di Krishnadevaraya per spiegare le ragioni del conflitto: durante un negoziato di pace, le truppe di Yusuf Adil Shah di Bijapur tesero un’imboscata alle forze di Narasa Nayaka; l’infido tranello funzionò piuttosto bene dato che il padre di Krishnadevaraya si salvò solo per un soffio e molti nobili di rango persero la vita (Firishta, p. 13).

Questo resoconto non è presente in alcuna fonte indù (S. Reddy, p. 48); chissà, forse il silenzio assoluto delle fonti si può spiegare con la difficoltà oggettiva nel dover raccontare una dolorosa e umiliante sconfitta per mano dell’acerrimo nemico musulmano.

Krishnadevaraya si avvicinò al confine con Bijapur, tradizionalmente segnato a nord dal fiume Krishna. Le truppe di Bijapur, assistite da alcuni rinforzi provenienti dai sultanati di Ahmadnagar e Golconda, avevano già attraversato il fiume e si erano trincerate in pieno territorio Vijayanagara; a queste sfida seguì subito una nuova provocazione: Krishnadevaraya notò furioso che il nemico aveva montato la simbolica ‘Tenda della battaglia”, che segnalava la volontà immediata di attaccare e di combattere fino alla fine.

Krishnadevaraya esitava sulla strategia da adottare, quando fu avvicinato dall’influente signore telugu Pemmasani Ramalingama Nayadu. Quest’ultimo gli propose un piano tanto ambizioso quanto audace: Ramalingama avrebbe guidato un drappello di uomini contro il fronte nemico con l’obiettivo di tagliare i cordami della “Tenda della battaglia” in modo da infliggere un colpo devastante al morale del nemico.

Una volta ottenuto il benestare di Krishnadevaraya, Ramalingama passò all’azione: egli “balzava e danzava con foga per incitare i soldati. Ottantamila uomini, abbandonate speranze e inquietudini, avanzarono come sposi trepidanti; ognuno sentiva di andare incontro a una sposa in attesa” (R, 139).

A questo punto la descrizione della battaglia assume un carattere quasi farsesco. I sultani si resero conto del pericolo immediato rappresentato dall’audace colpo di mano di Ramalingama e dei suoi uomini, e attuarono delle contromisure per tentare di fermarlo.

Neanche gli elefanti da guerra poterono però frenare la foga del coraggioso drappello di uomini guidati da Ramalingama: essi infatti “smontarono da cavallo e, con spade e scudi, balzarono sui dorsi degli elefanti dei sultani. Si muovevano sopra di essi come cuccioli di leone che giocano sui pendii di una montagna. Fecero a pezzi le proboscidi degli elefanti impazziti e trafissero con le lance i loro conducenti, facendo sì che gli stessi elefanti li calpestassero a morte. Strapparono le corazze dai dorsi dei cavalli e li colpirono con lance corte, lance immanicate e pungoli da porco. Li fecero a pezzi come cetrioli, sei fendenti per ogni colpo!” (R, p. 139).

Nel bel mezzo della furia della battaglia Ramalingama riuscì, come aveva promesso, a tagliare i cordami della ‘Tenda della battaglia”. Proprio in quel momento allora, Krishnadevaraya, che stava osservando l’evolversi della battaglia da lontano, ordinò che venissero suonati i tamburi della guerra: era il momento di sferrare l’attacco decisivo. Il nemico perse ogni velleità di combattere e iniziò a ritirarsi in modo confuso.

Una serie di circostanze sfortunate resero difficile la fuga di quei poveri disgraziati che desideravano solo mettersi in salvo. Entrambe le sponde del fiume Krishna iniziarono a gonfiarsi a causa dell’inondazione.

Gli elefanti, esausti dal combattimento e assetati a causa del caldo, si diressero spontaneamente verso il fiume, avidi d’acqua; si dissetavano in mezzo al fiume senza fretta, rendendo quasi impossibile la fuga delle truppe terrorizzate. I soldati di Bijapur si rendevano conto infatti che rischiavano di essere tagliati fuori dai loro rinforzi sull’altro lato del fiume e aumentarono i loro sforzi per attraversarlo.

Fu tutto inutile: il fiume si riempì di una corrente vorticosa irresistibile che li trascinò via senza pietà. Chi non veniva ucciso dai soldati di Vijayanagara, moriva annegato nel fiume nel tentativo disperato di attraversarlo. Il vecchio sultano di Bijapur morì nel corso della battaglia; gli altri sultani invece si salvarono: discesero dai loro elefanti e, più fortunati dei loro soldati, attraversarono il fiume con un’imbarcazione (per la battaglia vd. R, pp. 136-141).

Il Lungo Conflitto con l'Impero Gajapati (1512-1518)

Dopo aver sedato i moti di rivolta nelle aree meridionali dell’impero e aver sconfitto in modo decisivo l’Adil Shah di Bijapur, Krishnadevarya consultò attentamente i diari scritti dai suoi predecessori.

Egli voleva familiarizzare con le loro politiche di governo e i loro errori per modellare la propria unica visione dell’impero Vijayanagara. Tra i tanti diari che ebbe il modo di consultare, uno lo colpì particolarmente.

Le parole dell’eroico Saluva Narasimha, fondatore della sfortunata dinastia Saluva (che precedette quella Tuluva di Krishnadevaraya), lo spronarono all’azione: Saluva Narasimha si rammaricava del fatto che gli fosse mancato il tempo necessario per poter riconquistare le tre preziose fortezze di Raichur, Mudgal e Udayagiri, che alla sua morte erano ancora in rivolta contro il suo potere; egli sperava quindi che i suoi figli, o chiunque fosse asceso in futuro al trono di Vijayanagara, potessero conquistarle (Nunes, pp. 301-2).

Queste tre fortezze avrebbero rappresentato il suo prossimo obiettivo. Le fortezze di Raichur e Mudgal, situate nella regione compresa tra il Krishna e il Tungabhadra, erano relativamente più vicine; Krishnadevaraya le avrebbe quindi potute attaccare con facilità in un momento successivo; la fortezza di Udayagiri, invece, avrebbe richiesto maggiori sforzi logistici e pertanto sarebbe stata il suo primo bersaglio (S. Reddy, p. 56).

In questo senso era urgente anche adottare delle contromisure contro le continue incursioni dell’ambizioso e potente signore Gajapati Prataparudradeva. Lungo la costa orientale, infatti, il regno Gajapati si stava rapidamente espandendo sotto la guida di sovrani ambiziosi e decisi.

Il fondatore della dinastia Suryavamsi di Orissa, Kapilendradeva, lo aveva creato nel 1434, e nel corso dei trent’anni successivi aveva poi ampliato il suo territorio con grande successo. Suo figlio Prataparudradeva aveva continuato la tradizione militaristica del padre, scontrandosi continuamente con i sovrani di Vijayanagara per il controllo dei territori e delle fortezze a sud del fiume Krishna.

Questo conflitto di lunga data raggiunse infine la sua massima intensità sotto il regno di Krishnadevaraya, che intendeva risolvere la questione una volta per tutte riconquistando i territori tanto contesi tra le due potenze (S. Reddy, pp. 39-40).

Secondo l’analisi di S. Reddy, però, Krishnadevaraya e Prataparudradeva erano anche acerrimi nemici personali. Pur aspirando entrambi a rappresentare il modello virtuoso ideale del buon sovrano indù (S. Reddy, pp. 77-8) , i due non potevano essere più diversi: Prataparudradeva discendeva infatti da una casta prestigiosa e di lunga tradizione, che faceva addirittura risalire le proprie origini alla dinastia Solare; Krishnadevaraya, al contrario, non poteva vantare simili credenziali: certo, la sua dinastia sosteneva di discendere da quella Lunare (S. Reddy, p. 20; M. S. Pillai, p. 63), ma dietro a questa facciata brillante si nascondeva un’origine ben più umile.

Prataparudradeva non considerava affatto Krishnadevaraya un sovrano indù suo pari: egli lo guardava con disprezzo, vedendo in lui soltanto il figlio di un generale di bassa casta che aveva fatto fortuna e di una serva; Prataparudradeva infatti era solito riferirsi a Krishnadevaraya con il termine ben poco diplomatico di dāsī-putra (“figlio di una serva”, S. Reddy, pp. 11, 77).

Per ragioni personali e territoriali quindi, Prataparudradeva fu la principale nemesi di Krishnadevaraya e la minaccia più ostile al suo grande progetto di consolidamento ed espansione territoriale. La campagna di Krishnadevaraya contro il signore Gajapati durò complessivamente sei anni fu la più lunga e difficile guerra che Krishnadevaraya condsusse nel corso della propria vita (S. Reddy, pp. 56-57).

Rappresentare la storia dell’India come un eterno e sanguinoso conflitto tra indù e musulmani non è quindi del tutto corretto.

L’impero Viayanagara non fu il “risultato naturale dei persistenti sforzi compiuti dai musulmani per conquistare l’intera India”; né gli indù delle regioni del sud al loro arrivo “si unirono e si raccolsero in fretta attorno al nuovo vessillo, che solo sembrava offrire qualche speranza di protezione” (Sewell, p. 1).

Gli indù e i musulmani non sono affatto rappresentabili come due blocchi monolitici contrapposti in una lotta infinita per il dominio di una fede sull’altra: la religione costituiva certamente un elemento rilevante nell’alimentare i conflitti tra le diverse potenze dell’epoca e poteva essere un utile strumento di propaganda, ma non ne rappresentava l’unica, né la principale causa. Le varie potenze dell’epoca in questo senso agivano secondo logiche decisamente più pragmatiche: indù e musulmani combattevano tra loro tanto quanto l’uno contro l’altro, e non erano infrequenti alleanze con l’infedele qualora risultassero politicamente o militarmente vantaggiose (M. S. Pillai, pp. 60-3; S. Reddy, pp. 52-3).

L'estenuante assedio di Udayagiri

La fortezza di Udayagiri si trovava ubicata in cima all’inaccessibile montagna Orientale.

La montagna era interamente ricoperta da una fittissima vegetazione, che rendeva impossibile raggiungere la fortezza se non attraverso un unico sentiero, stretto e ripido; il percorso era così infido che i soldati talvolta erano costretti a procedere in fila indiana (Nunes, p. 302).

La conquista di questa fortezza era di fondamentale importanza sia da un punto simbolico che da un punto di vista strategico: in primo luogo essa segnava geograficamente l’estremità meridionale del potere dei Gajapati; in secondo luogo il controllo della fortezza era da lungo tempo una questione irrisolta tra i due imperi: la conquista della fortezza avrebbe rappresentato per Krishnadevaraya un incredibile successo personale; perfino il formidabile signore della guerra Saluva Narasimha non era riuscito a riconquistarla e aveva dovuto rinunciare all’impresa (S. Reddy, p. 57).

Nel 1512 Krishadevaraya partì con le sue forze per raggiungere la fortezza. Fin dall’inizio la conquista di Udayagiri fu un affare complesso. Era impossibile infatti espugnare la fortezza con la mera forza bruta: la conformazione inaccessibile del terreno avrebbe permesso agli assediati di respingere ogni assalto diretto senza troppe difficoltà; per lo stesso motivo anche un piccolo contingente di uomini non avrebbe mai potuto cogliere gli avversari di sorpresa senza essere prima scoperto con largo anticipo.

Non restava quindi che attendere. In fondo si trattava di una questione di pazienza: le forze di Krishnadevaraya sapevano di poter contare su un flusso continuo di rifornimenti; quelle Gajapati non potevano considerarsi altrettanto fortunate: nella loro cittadella sulle montagne non avrebbero potuto ricevere né cibo né acqua e prima o poi avrebbero dovuto arrendersi per il sopraggiungere della fame (Nunes, p. 302).

Dopo sei mesi però l’assedio non aveva fatto alcun progresso. Tirumala Rautaraya, zio paterno dei Gajapati e comandante del forte, si era preoccupato che la fortezza avesse tutto il necessario per un lungo assedio: la speranza di concludere l’assedio in tempi relativamente brevi era svanita del tutto; Tirumala Rautaraya “si sarebbe dimostrato difficile da piegare quanto le massicce pietre che lo proteggevano” (S. Reddy, p. 60).

Prima di arrendersi all’evidenza, Timmarasu e Krishnadevaraya ordinarono ai loro uomini di spaccare una serie di enormi massi, nella speranza di aprirsi un percorso migliore tra i dirupi rocciosi per poter attaccare la fortezza con più facilità.

Anche questo tentativo si rivelò però vano e Krishnadevaraya si rassegnò ad attendere ulteriori sviluppi (Nunes, p. 302). Dopo che altri 18 mesi furono passati senza progressi rilevanti di alcun tipo, Krishnadevaraya aveva perso la pazienza.

Si racconta addirittura che, in preda alla totale frustrazione, egli fece un giuramento imprudente: Krishnadevaraya si sarebbe astenuto dal cibo e dal lavarsi finché il forte non fosse caduto e la testa del comandante nemico gli fosse stata portata come segno della vittoria (S. Reddy, p. 61).

Per sua fortuna non dovette attendere molto: le forze Gajapati erano ormai allo stremo delle forze; il fiero comandante Tirumala Rautaraya, pertanto, gli inviò il suo turbante come segno di assoluta sottomissione.

In un raro momento di autocritica Krishnadevaraya, in un suo poema, ritornò a riflettere sul suo avventato giuramento: “un re deve essere avveduto, non impulsivo. Non fare mai un voto riguardo al nemico, perché una campagna può trascinarsi a lungo” (S. Reddy, cit. p. 61).

Probabilmente il sovrano aveva capito che aveva corso un grosso rischio. Dopo più di due anni di sforzi, il 9 Giugno 1514, la fortezza di Udayagiri fu finalmente riconquistata. Il comando della fortezza fu affidato al figlio di Timmarasu, Kondamarasu.

Timmarasu, assistito dal figlio, fu invece incaricato di condurre un ulteriore marcia verso nord, in pieno territorio Gajapati. Mentre i soldati di Vijayanagara marciavano verso nord, con le tasche piene d’oro come ricompensa per le loro fatiche, Krishnadevaraya ritornò in patria (Nunes, pp. 302-3).

La caduta di Kondavidu e Kondapalli

L’obiettivo principale di questa invasione era la fortezza strategica di Kondavidu. Essa era la sede del quartier generale meridionale dell’impero Gajapati e lo snodo chiave dal quale venivano amministrate centralmente diverse fortezze circostanti: chiunque ne fosse entrato in possesso avrebbe potuto rivendicare la piena sovranità sulle fertili pianure deltizie della regione (S. Reddy, pp. 67-8).

Per questo motivo Kondavidu rappresentò per molti secoli “una tentazione irresistibile e, al tempo stesso, una trappola per tre re” (i Bahmani, i Gajapati e Vijayanagara; S. Reddy, cit. p.67).

Conquistarla però non era affatto semplice; le fortificazioni di Kondavidu potevano competere senza vergogna con quelle dell’imprendibile Udayagiri.

Krishnadevaraya sapeva bene di non potersi permettere un altro lungo e snervante assedio e formulò quindi una nuova strategia: egli non avrebbe attaccato a testa bassa la difficile fortezza di Kondavidu, ma avrebbe colpito prima le più deboli fortezze circostanti; una volta che quest’ultime fossero entrate in suo possesso, Krishnadevaraya avrebbe posto Kondavidu sotto assedio, aiutato dal fatto che la fortezza si sarebbe trovata del tutto isolata senza la possibilità di ricevere rinforzi.

I forti circostanti caddero uno dopo l’altro (S. Reddy, p. 68). Alternando l’uso della forza a quello della diplomazia, le forze di Vijayanagara non incontrarono forti resistenze. Nella maggior parte dei casi le dinastie di lingua telugu locali si sottomettevano alla potenza egemone del momento; per loro non cambiava quindi molto giurare fedeltà all’impero Gajapati o a quello di Vijayanagara (S. Reddy, p. 67): adesso era di certo Krishnadevaraya a fare la parte del leone, mentre il suo avversario Prataparudradeva era costretto giocoforza a combattere sulla difensiva.

S. Reddy aggiunge però un fattore che potrebbe aver contribuito in modo decisivo al loro repentino mutamento d’alleanza: Timmarasu e i suoi familiari avevano dei legami storici di lunga data con alcune potenti famiglie dell’area; egli osserva poi che, per questo motivo, le forze di Vijayanagara sarebbero state accolte più come liberatori che come degli invasori in cerca di bottino (S. Reddy, p. 68).

Comunque sia, Krishnadevaraya ottenne il risultato tanto agognato: era il momento di assestare il colpo di grazia alla fortezza di Kondavidu.

Le operazioni d’assedio erano già in corso quando Krishnadevaraya raggiunse Timmarasu a Kondavidu. Sotto la guida dell’abile Timmarasu, la fortezza era stata completamente isolata dal mondo esterno e non avrebbe più potuto ricevere alcun tipo di rifornimento.

Né Prataparudradeva né suo figlio Virabhadra, governatore della fortezza, avevano saputo formulare una strategia adatta a contrastare quella di Krishnadevaraya: essi infatti, per contrastare l’avanzata su più fronti delle truppe nemiche, avevano disperso ingenuamente le proprie forze; in questo modo caddero nella trappola del sovrano di Vijayanagara e non riuscirono a difendere in modo efficace il proprio territorio (S, Reddy, p. 70).

Prataparudradeva si diresse quindi verso Kondavidu per affrontare Krishnadevaraya in campo aperto: questa era l’ultima disperata mossa che gli restava per difendere la fortezza. I due sovrani si incontrarono vicino a un fiume costiero.

Krishnadevaraya inviò un messaggio piuttosto cavalleresco al suo rivale: “Se desideri combattermi, mi ritirerò volentieri di due leghe dal fiume, così che tu possa attraversarlo indisturbato. Una volta giunto al sicuro sull’altra riva, potremo darci battaglia”;

Prataparudradeva non rispose e si limitò a rafforzare la propria posizione in vista della battaglia. L’iniziativa ritornò quindi al sovrano di Vijayanagara che, con una mossa audace, ordinò ai suoi uomini e ai suoi elefanti di forzare il passaggio del fiume. Le forze di Vijayanagara, pur subendo molte perdite, furono vittoriose, e Prataparudradeva fuggì dal campo di battaglia (Nunes, p. 303).

Dopo questa piccola vittoria Krishnadevaraya riprese le operazioni d’assedio.

La fortezza, eretta sulla cima di una catena di colline scoscese, avrebbe richiesto nuovamente diverso tempo per poter essere conquistata. Krishnadevaraya, tuttavia, entusiasta per la recente vittoria e impaziente di assestare un ulteriore affondo al nemico in fuga, ordinò un assalto su larga scala: come scrive Nunes, Kondavidu “non aveva ancora conosciuto la potenza del sovrano” (Nunes, p. 304).

Non possediamo informazioni specifiche su questo assalto, ma, grazie ad una preziosa iscrizione proveniente dal tempio di Ahobilam, possiamo farcene un’idea abbastanza precisa: le truppe “accerchiarono il forte e costruirono strutture lignee mobili per porsi all’altezza dei difensori. Abbatterono le mura esterne e, dando l’assalto su tutti i lati, espugnarono la fortezza” (S. Reddy, cit. p. 71).

Nel giro di tre mesi, nel tardo Giugno 1515, la fortezza cadde nelle mani di Krishnadevaraya.

Krishnadevaraya affidò a Timmarasu il compio di proseguire le operazioni contro Prataparudradeva e ritornò alla capitale per un breve soggiorno. Dopo l’assedio Krishnadevaraya aveva catturato una serie di nobili di alto rango, nonché la moglie e il figlio di Prataparudradeva; egli li trattò con ogni cortesia del caso, come si adduceva a degli ‘ospiti’ di sangue regale (S. Reddy, p. 71).

Krishnadevaraya era venuto a sapere che il principe Virabhadra era uno spadaccino di grande abilità e gli chiese una dimostrazione del suo talento come favore personale.

Questo atto di innocente curiosità si trasformò presto in una terribile tragedia: il principe, offeso nel suo onore perché il suo avversario era di umili origini, preferì togliersi la vita piuttosto che subire una tale umiliazione: Virabhadra non si sarebbe mai sporcato le mani toccando un uomo privo di sangue reale.

Prataparudradeva, venuto a sapere dell’accaduto, contattò Krishnadevaraya chiedendogli per quale somma avrebbe potuto salvare sua moglie dalle grinfie del barbaro sovrano di Vijayanagara.

L’incidente non fece altro che aumentare la rabbia e l’ostilità personale tra i due sovrani (Nunes, pp. 305-6).

A Nord di Kondavidu c’era però ancora una fortezza da conquistare. La piazzaforte di Kondapalli avrebbe garantito infatti a Krishnadevaraya il controllo dell’intera regione di Andhra.

La spedizione di Timmarasu verso nord aveva come principale obiettivo proprio questa fortezza. Nell’inverno del 1515, dopo cinque mesi di ostinata resistenza, il forte cadde.

Il trattamento riservato ai Gajapati dopo questa sconfitta stupisce in modo particolare: Krishnadevaraya ordinò che il forte fosse distrutto e che il territorio circosante fosse riempito di erbacce spinose (R, p. 145); secondo S. Reddy Krishnadevaraya non voleva solo battere Prataparudradeva, ma distruggerlo e umiliarlo agli occhi dei suoi stessi sudditi (S. Reddy, p. 74).

Le restanti fortezze dell’area caddero una dopo l’altra. Krishnadevaraya aveva così riconquistato brillantemente tutti i territori a sud del fiume Krishna contesti ferocemente con l’impero Gajapati e tradizionalmente rivendicati dall’impero di Vijayanagara.

L'offensiva finale a Cuttack

Krishnadevaraya, spinto dal suo ego crescente e dalla bruciante volontà di umiliare il suo rivale, non era ancora pienamente soddisfatto: il sovrano voleva sconfiggere Prataparudradeva in una nuova battaglia campale per sancire una volta per tutte la propria supremazia.

Contro i saggi consigli di Timmarasu, Krishnadevaraya si spinse ancora più a nord nel cuore dell’impero Gajapati.

Con la sua retroguardia e il suo fianco occidentale protetti da Timmarasu, Krishnadevaraya inseguì Prataparudradeva. Si accampò infine a Potnuru, a circa quaranta chilometri a nord dell’importante tempio di Simhachalam. Krishnadevaraya avrebbe potuto condurre un invasione su larga scala con il suo potente esercito, ma preferì che Prataparudradeva facesse la prima mossa; egli lo attendeva come “un pescatore sulla riva che, a poco a poco, tira la corda per issare un grosso pesce trafitto da un arpione uncinato» (S. Reddy, cit. p. 82).

Per indurlo a combattere Krishnadevaraya gli inviò una serie di messaggi sempre più provocatori e insultanti, ma il sovrano Gajapati non si fece vivo.

Non si trattava solo di codardia però: Prataparudradeva era impegnato a difendere il suo confine settentrionale dalle irritanti incursioni del sultano del Bengala. Krishnadevaraya attese per ben sei lunghi mesi l’arrivo del suo rivale (S. Reddy, p. 82).

Quando comprese che attenderlo ulteriormente sarebbe stata solo una grande perdita di tempo, egli si limitò a costruire un tempio. Sulla parete di questo tempio Krishnadevaraya fece incidere un’iscrizione dal linguaggio particolarmente offensivo: “Forse, quando queste lettere si saranno consumate, il re di Orissa darà battaglia al re di Vijayanagara. Se il re di Orissa continuerà a ignorarci, la sua regina sarà consegnata ai maniscalchi che ferrano i cavalli di Vijayanagara”(Nunes, p. 304).

S. Reddy è piuttosto scettico sulla reale storicità di questo evento: un linguaggio così duro è del tutto inusuale per l’iscrizione da dedicare ad un un tempio di culto (S. Reddy, pp. 82).

Krishnadevaraya desiderava proseguire la marcia per inseguire il suo sfuggente avversario, ma Timmarasu lo ricondusse a più miti consigli: egli sapeva bene che Prataparudradeva era attorniato da sedici fedeli grandi vassalli (mahapatras) che avevano la fama di essere invincibili (R, pp. 145-149).

Prima di lanciare un’invasione su larga scala, sarebbe stato prima meglio destabilizzare il fronte avversario. Timmarasu sapeva esattamente come ottenere questo risultato. Il primo ministro riempì sedici scrigni d'oro e di gioielli preziosi e ordinò che fossero inviati ai grandi vassalli; in ciascun forziere era presente anche una lettera che ringraziava il destinatario per il suo prezioso aiuto e prometteva ulteriori ricompense dopo la cattura della capitale dell’impero Cuttack.

Timmarasu organizzò poi il trasporto in modo che le varie casse del tesoro fossero catturate e portate al cospetto di Prataparudradeva. Quando Prataparudradeva aprì gli scrigni rimase scioccato da questo inaudito tradimento; secondo alcuni racconti il sovrano, temendo per la sua stessa vita, fuggì nel buio della notte senza avere nemmeno il coraggio di avere un confronto diretto coi suoi vassalli (R, pp. 152-4).

Le nostre fonti sono piuttosto vaghe su quello che accadde dopo e non forniscono molti dettagli concreti. L’attacco a Cuttack potrebbe essere avvenuto nel 1518.

Cuttack era situata su una sottile striscia di terra che si estendeva nel delta del fiume Mahanadi (Nunes, p. 306). La capitale era a tutti gli effetti una specie di fortezza insulare e questo rendeva l’assedio della città particolarmente difficile (Nunes, p. 306).

Con il fiume in piena non si poteva combinare nulla. Krishnadevaraya, allora, sfruttò il gran numero di soldati inattivi a sua disposizione a proprio vantaggio: egli ordinò alle sue truppe di scavare cinquanta ampie fosse lungo tutto il corso del fiume; poi, una volta completata questa operazione, Krishnadevaraya fece scavare dei canali per collegare le fosse al fiume. L’acqua defluì rapidamente e, in questo modo, grazie all’intuizione geniale di Krishnadevarya, le truppe di Vijayanagara raggiunsero agevolmente le porte della città e la presero senza troppe difficoltà (Nunes, p. 306).

Come sempre Krishnadevaraya fu molto corretto con la popolazione locale e “concesse un’amnistia ai suoi abitanti e aiuti per coloro che volevano andarsene” (S. Reddy, cit. p. 185).

Il sacco della capitale fu così completo che l’impero Gajapati non si riprese mai più. Prataparudradeva fu costretto a chiedere la pace per tentare di salvare quello che rimaneva del suo impero da ulteriori devastazioni.

Nonostante il rancore accumulato in tanti anni di guerra, Krishnadevaraya non impose al suo rivale delle condizioni di pace particolarmente umilianti: il fiume Krishna sarebbe rimasto il tradizionale confine tra i due imperi; tutti i territori a nord di questo fiume, comprese le città recentemente conquistate di Kondapalli e di Cuttack, sarebbero rimasti in possesso dell’impero Gajapati.

Krishnadevaraya non era probabilmente interessato ad espandere ulteriormente i già ampi confini dell’impero: quello che contava per lui era realizzare il sogno di Saluva Narasimha riportando l’impero Vijayanagara alla sua antica gloria ed espansione.

In cuor suo Krishnadevaraya, forse, si rese conto di aver ottenuto anche un altro grande risultato: egli aveva obbligato il suo rivale a riconoscere apertamente che, egli, con le sue schiacchianti vittorie, era un sovrano indù suo pari (S. Reddy, pp. 87-8).

Prataparudradeva subì in questo senso una doppia umiliazione: come di consueto il trattato di pace fu infatti siglato dal matrimonio tra sua figlia e il tanto disprezzato dāsī-putra (“figlio di una serva”) Krishnadevaraya (Nunes, p. 305).

La Resa dei Conti: La Battaglia per Raichur (1520)

Per realizzare il sogno di Saluva Narasimha rimanevano da conquistare le fortezze di Mugdal e di Raichur. Sulla conquista della prima piazzaforte il silenzio delle fonti è assoluto: probabilmente essa fu conquistata negli anni della lunga campagna militare contro l’impero Gajapati (S. Reddy, nota p. 161).

La fortezza di Raichur era quindi l’ultimo obiettivo. La piazzaforte garantiva il controllo di un’area fertilissima che si trovava tra i fiumi Krishna e Tungabhadra; nella regione erano inoltre presenti dei ricchissimi depositi di ferro e di diamanti (M. S. Pillai, p.18).

La zona contesa e l'impero Vijayanagara
La zona contesa e l'impero Vijayanagara

Si possono quindi facilmente comprendere i motivi per cui, nel corso della storia, questo tratto di terra fosse sempre stato conteso tra diverse potenze.

Esso era per qualche tempo appartenuto all’impero di Vijyanagara; Raichur era poi divenuta un possedimento del sultanato di Bahman e, quando quest’ultimo si era disintegrato nei cinque sultanati del Deccan, essa era passata infine sotto il controllo dell’Adil Shah di Bijapur (R. M. Eaton, pp. 292-4).

Quest’ultimo passaggio di potere creava un problema non indifferente per le ambizioni di Krishnadevaraya: tra Bijapur e Vijayanagara era da diversi anni che vigeva la pace; Krishnadevaraya non poteva quindi muovere guerra a Raichur senza avere almeno un pretesto plausibile per farlo (Nunes, p. 308).

Il pretesto per la guerra

Timmarasu venne in suo soccorso con un suggerimento diabolico. Il trattato di pace conteneva una clausola di estradizione riguardante i proprietari terrieri, i comandanti in rivolta, o altri criminali in fuga nel paese alleato.

Se l’Adil Shah avesse rifiutato la legittima richiesta di estradizione del sovrano di Vijayanagara, Krishnadevaraya avrebbe potuto dichiarargli guerra senza essere più dalla parte del torto.

Non tutti gli altri consiglieri del sovrano erano convinti della bontà di una simile impresa, ma Krishnadevaraya ne tenne ben conto negli sviluppi successivi.

Il sovrano aveva da poco inviato un suo agente, un musulmano di nome Cide Mercar, a Goa per acquistare cavalli per conto del sovrano, affidandogli una considerevole somma di denaro. Questi però, per ragioni non del tutto chiare, fuggì nel territorio di Bijapur; alla cortese richiesta di estradizione di Krishnadevaraya, l’Adil Shah di Bijapur oppose un netto rifiuto (Nunes, pp. 308-310).

Evidentemente, dietro a queste amichevoli schermaglie diplomatiche, si nascondeva la volontà di entrambe le potenze di entrare in guerra. Krishnadevaraya ottenne in questo senso un altro grandissimo successo: se i cinque sultanati del Deccan avessero fatto causa comune, egli non sarebbe mai riuscito a conquistare Raichur; il sovrano di Vijayanagara, consapevole del forte risentimento che essi nutrivano verso il loro più potente rivale di Bijapur, seppe però sfruttare la sua «guerra giusta» come pretesto per convincerli a restare neutrali e a non intervenire in suo sostegno.

Solo il Nizam Shah di Ahmednagar diede un po’ di supporto a Bijapur; questo però non fu un atto di spontanea solidarietà e amicizia: egli non riuscì semplicemente a trovare alcuna scusa plausibile per non inviare truppe in sostegno della sorella, andata in sposa all’Adil Shah. (Nunes, pp. 310-1).

L'assalto all'inespugnabile e lo scontro campale

Nei primi mesi del 1520 Krishnadevaraya si mosse verso la fortezza di Raichur. La piazzaforte, eretta su una collina, era circondata da una muraglia di pietra impenetrabile, costruita con tre compatti strati di massiccia muratura, realizzata senza malta di calce e riempita di terra (Nunes, p 315); “con le loro enormi lastre di granito finemente lavorato, queste mura erano considerate, già al loro tempo, un prodigio d’ingegneria; ancora oggi, alcuni abitanti del luogo le ritengono opera degli dèi, non degli uomini”. (R. M. Eaton, p. 292).

La fortezza era inoltre dotata di un’imponente porta fortificata, di un fossato esterno e di numerose torri in pietra, alte e robuste, costruite “così ravvicinate che si potevano udire le parole pronunciate dall’una all’altra” (Nunes, p. 316; S. Reddy, p. 101).

Era impensabile conquistare la fortezza per la fame o per la sete: nella fortezza c’erano abbastanza rifornimenti da poter sostenere un lungo assedio per cinque anni; anche la sete non sarebbe mai stata un problema per i difensori grazie ad una misteriosa sorgente d’acqua che, in cima alla fortezza, scorreva limpida tutto l’anno (Nunes, pp. 315-6).

Non restava quindi che penetrare le possenti difese di Raichur con la forza. Impresa però tutt’altro che semplice: i difensori proteggevano infatti la fortezza con l’ausilio di arco e frecce, archibugi, e 200 cannoni di grosso calibro.

Nunes nota anche la presenza di 30 catapulte che, con il loro preciso e letale lancio di grosse pietre, inflissero gravi danni agli assedianti (Nunes, p. 316). Krishnadevarya possedeva certamente dei cannoni, ma preferì non utilizzarli: probabilmente essi non erano in grado di sfondare le robuste mura della fortezza (M. S. Pillai, p. 21).

Egli ordinò pertanto che le mura della fortezza fossero sfondate tramite il primitivo utilizzo di picconi e barre di ferro. Avanzare sotto la fitta pioggia di pietre, frecce e palle di cannone doveva essere terrificante: i soldati di Vijayanagara volevano ritirarsi, ma Krishnadevaraya “non lo permise, dichiarando che non li avrebbe mandati laggiù se non fosse stato convinto di riuscire presto a entrare in città; e, in caso contrario, che sarebbero morti tutti” (Nunes, p. 314).

Gli assalti divennero via via più disperati, tanto che gli ufficiali di Krishnadevaraya dovettero promettere lauti premi in denaro, offrendosi di acquistare le pietre scalfite dai soldati dalle mura, pagandole in base alle loro dimensioni.

Questa iniziativa personale riscosse grande successo: pur subendo delle gravissime perdite, i soldati “ogni giorno e a ogni assalto si facevano più audaci, spinti dall’avidità per ciò che i capitani offrivano loro. Il denaro, infatti, aveva il potere di scacciare il terrore della morte che prima li dominava”.

Vennero offerti ulteriori premi per chi sarebbe riuscito a trascinare via dalla base delle mura il corpo di un compagno caduto durante l’assalto (Nunes, p. 315). I fortunati che riuscivano a raggiungere le mura erano praticamente al sicuro: i cannoni del forte erano montati in modo inflessibile e non potevano essere riposizionati per colpire chi si trovava vicino alla base del muro; gli impauriti soldati potevano al massimo essere feriti da una pietra, una freccia o una pallottola di moschetto (Nunes, p. 327).

Questi tristi assalti continuarono monotoni e strazianti per tre mesi (Nunes, p. 315), fino a quando a Krishnadevaraya arrivò la notizia che Ismail Adil Shah si era mosso per dargli battaglia con il suo potente esercito.

Per quanto concerne lo svolgimento della battaglia possediamo due fonti principali. La prima fonte è la monumentale opera di Firishta (Tarik-i-Firishta), un persiano che visse a Bijapur.

Essa non è del tutto affidabile perché fu scritta nel 1611 (R. M. Eaton, pp. 299-300), molti anni dopo la battaglia sul fiume Krishna; per di più si tratta di una fonte molto parziale dato che l’autore aveva l’ingratissimo compito di spiegare al suo padrone, il sultano Ibrahim 'Adil Shah II, le ragioni per cui il suo prode antenato aveva subito una bruciante sconfitta (R. M. Eaton, pp. 299-300).

Secondo il suo racconto, nell’afosa estate del 1520, l’Adil Shah si diresse verso il fiume Krishna nella speranza di poter riconquistare le fortezze di Mugdal e Raichur.

Krishnadevaraya fece lo stesso dall’altro lato del fiume. Entrambi però avrebbero atteso con pazienza la prima mossa dell’avversario: pur essendo estate il Krishna rappresentava una notevole barriera naturale; c’era in fondo solo un guado strategico nelle vicinanze per poter attraversare il fiume.

La sera del 18 Maggio 1520, mentre l’Adil Shah si stava rilassando nel suo accampamento in attesa dell’imminente battaglia, sentì un cortigiano recitare un allegro distico: “Levati e colma il calice d’oro col vino della gioia, in fretta, prima che il bevitore sia consegnato alla polvere”.

Questa strofa ispirò l’Adil Shah che, dopo aver radunato un certo numero dei suoi cortigiani favoriti, si diede alle gioie del vino e della musica. Dopo molti festeggiamenti, l’Adil Shah, completamente ubriaco, prese una decisione che si sarebbe rivelata disastrosa: avrebbe attaccato le forze nemiche.

Decisamente ubriaco, il sovrano di Bijapur montò sul proprio elefante preferito e ordinò ai suoi uomini di seguirlo in battaglia gettandosi nel fiume per primo.

A nulla purtroppo valsero le sentite proteste dei suoi ufficiali, che gli consigliavano prudentemente di attendere un momento più propizio. Le forze dell’Adil Shah vennero ovviamente sconfitte dalle soverchianti forze di Vijayanagara e venennero ricacciate nel fiume con pesanti perdite.

Il sovrano, amareggiato per la sconfitta e pieno di rimorsi, giurò solennemente che da quel momento in poi si sarebbe astenuto per sempre dai piaceri del vino (Firishta, pp. 48-50).

Come suggerisce R. M. Eaton si tratta di una storia poco affidabile con un chiaro intento moraleggiante: la sconfitta dell’Adil Shah sarebbe stata attribuibile infatti esclusivamente al suo consumo eccessivo di vino in un momento inopportuno (R. M. Eaton, p. 301).

Il secondo resoconto della battaglia deriva invece da Nunes, un commerciante di cavalli che visse nella capitale Vijayanagara per tre anni; pare però che egli si trovasse già in India a partire dal 1512. La sua opera, scritta all’incirca nel 1531, è quindi decisamente più affidabile dato che egli potrebbe aver fatto affidamento su resoconti di testimoni oculari o su tradizioni formatesi pochi anni dopo il grande scontro; é anche possibile che egli stesso fosse stato presente agli eventi che narrò per via dei dettagli vividissimi con cui descrisse l’intera campagna di Raichur (R. M. Eaton, p. 299-300). I movimenti dell’Adil Shah di Bijapur e di Krishnadevaraya sono gli stessi.

L’alba del 19 Maggio 1520 il sovrano di Bijapur attraversò il fiume e sparò sulle ammassate forze di Vijayanagara con tutta la potenza di fuoco della propria artiglieria pesante (Nunes, pp. 321-2).

Le truppe di Krishnadevaraya furono gettate nel più totale disordine e, in preda al terrore e alla confusione, iniziarono a vacillare pericolosamente; la cavalleria di Bijapur fece il resto: i soldati di Vijayanagara indietreggiarono pericolosamente e lo stesso Krishnadevaraya fu in pericolo.

Quest’ultimo però non si diede per vinto e, furioso, iniziò ad arringare le truppe affermando “che erano dei traditori e che (adesso) avrebbe visto chi stava dalla sua parte; e che, poiché tutti dovevano morire, avrebbero dovuto affrontare il loro destino con coraggio, secondo l’usanza” (Nunes, p. 322).

Krishnadevaraya era determinato a combattere fino alla fine: il sovrano di Bijapur “si sarebbe vantato di avere ucciso il più grande signore del mondo, ma non avrebbe mai potuto dire di averlo vinto (Nunes, p. 322).

Prima di gettarsi nella mischia con i soldati e gli ufficiali che gli avevano prestato ascolto, Krishnadevaraya compì un gesto che sottolineava l’assoluta gravità del momento: egli si tolse il suo anello personale dal dito e lo consegnò ad un paggio affinché lo portasse alle proprie mogli come segno della sua morte (Nunes, p. 322).

Per sua grande fortuna l’Adil Shah aveva commesso un ingenuo errore tattico dovuto alla sua inesperienza nell’uso delle armi da fuoco: egli per vincere lo scontro si era affidato infatti esclusivamente alla superiorità della propria artiglieria pesante, facendo fuoco con tutti i pezzi a sua disposizione senza preoccuparsi affatto dei lunghi tempi di ricarica dei vari cannoni.

I suoi artiglieri avevano creato grande scompiglio nelle file nemiche, ma non erano riusciti a ricaricare i cannoni prima di essere travolti dal contrattacco della potete cavalleria di Vijayanagara (R. M. Eaton, p. 310; M. S. Pillai, p. 17).

Adesso l’Adil Shah si trovava intrappolato tra due Krishna: davanti a lui il sovrano Krishnadevaraya avanzava inesorabile e alle sue spalle scorrevano le correnti vorticose del fiume Krishna (M. R. Eaton, pp. 300-1).

Giunto al fiume, Krishnadevaraya ordinò che le sue truppe si ritirassero dallo scontro e che lasciassero fuggire i soldati di Bijapur: il massacro in corso delle truppe di Bijapur che, disperate, cercavano di riattraversare il fiume, doveva averlo colpito profondamente; ai suoi ufficiali che protestavano per aver interrotto così presto l’inseguimento delle truppe nemiche Krishnadevaraya rispose che quel giorno “molti uomini erano morti pur non avendo nessuna colpa e che, se l’Adil Shah gli aveva anche fatto un torto, aveva già sofferto abbastanza”.

Adesso era meglio concentrare le proprie forze sulla difficile conquista di Raichur (Nunes, pp. 323-4).

L'intervento decisivo dei moschettieri portoghesi

Di ritorno a Raichur, Krishnadevaraya fece un incontro fortunato con un certo Christovão de Figueiredo, un nobile portoghese diretto a Vijayanagara per commerciare cavalli.

I due uomini divennero subito amici e pare che Krishnadeveraya stesso trovasse molto piacevole la compagnia del nobile portoghese. Mentre le operazioni d’assedio continuavano, Christovão, incuriosito, espresse il desiderio di visitare il fronte.

Krishnadevaraya diede assenso alla sua richiesta con parecchia riluttanza: il sovrano non voleva che il suo nuovo amico corresse troppi rischi inutili; pare però che il buon Christovão lo avesse infine convinto sostenendo “che Portoghesi non vivevano che di guerra, che quella era la loro vera arte, e che nessun dono avrebbe potuto essere per lui più grande di quello” (Nunes, p. 326).

Giunto lì il nobile portoghese fece una scoperta assai interessante: i soldati di Bijapur a guardia del forte, convinti di non poter essere colpiti da nessun tipo di arma nemica, si esponevano sulle mura senza paura. Fino a quel momento le loro convinzioni si erano rivelate esatte, ma Christovão e il suo sparuto gruppo di moschettieri portoghesi stavano per preparare loro una brutta sorpresa; essi infatti avevano a disposizione un moschetto di elevatissima qualità, frutto di recenti innovazioni della tradizione Indo-portoghese, capaci di colpire con grande precisione bersagli molto più lontani rispetto ai moschetti comuni (S. Reddy, p. 110).

I Portoghesi cominciarono quindi a bersagliare i soldati sulle mura abbattendone un gran numero e questi, terrorizzati, abbandonarono in gran fretta le loro postazioni per trovare riparo “come uomini che, fino ad allora, non avevano mai assistito alla morte inflitta da armi da fuoco o da altri congegni simili” (Nunes, p. 327).

Krishnadevaraya comprese immediatamente le potenzialità di quel nuovo, micidiale moschetto e lo integrò nella propria tecnica d’assalto: i Portoghesi avrebbero coperto con il loro fuoco l’avanzata dei soldati di Vijayanagara, colpendo chiunque sulle mura osasse esporsi al loro tiro. Protetti da quella micidiale copertura, gli uomini di Krishnadevaraya poterono procedere speditamente nell’aprire una breccia nelle fortificazioni.

I difensori abbandonarono le prime linee di fortificazioni e le donne e i bambini si rifugiarono nella cittadella. Il capitano della fortezza, ormai sopraffatto da una situazione fuori controllo, tentò di risollevare il morale dei soldati e della popolazione come meglio poteva; un giorno, nel tentativo di capire da dove tirassero i moschettieri Portoghesi, egli si espose troppo oltre le mura.

Il suo gesto imprudente venne immediatamente punito: il coraggioso capitano fu colpito a morte da un colpo di moschetto proprio in mezzo alla fronte (Nunes, pp. 327-238).

Questo episodio segnò la fine del lungo assedio: gli ufficiali della fortezza di Raichur, sapendo che ormai l’apertura di una breccia nelle mura era soltano una questione di tempo, si arresero.

Krishnadevaraya, dopo aver effettuato le preghiere consuetudinarie si recò in città accompagnato dai suoi più alti ufficiali. Lì i cittadini di Raichur attendevano il suo arrivo, “con un’allegria forzata dipinta sul volto, ben diversa dai loro veri sentimenti”. Come di consueto Krishnadevaraya trattò gli abitanti con molta generosità, impedendo ogni forma di saccheggio o vessazione e fornendo aiuti per coloro che desideravano andarsene dalla cittadina (Nunes, pp. 329-330; 332).

Il grande sogno di Saluva Narasimha era stato finalmente realizzato.

Krishnadevaraya ritornò a Vigayanagara insieme all’allegra compagnia di Portoghesi, dove, in virtù della sua vittoria, grandi festeggiamenti lo attendevano.

Conseguenze di Raichur e l'Umiliazione dei Sultani

La sua vittoria però non fu accolta con gioia in tutta la regione del Deccan: i sultani di Berar, Bidar, Golconda e Ahmednagar accolsero la notizia con stupore e paura.

È vero: i sultani spesso “si azzannavano come cani e godevano nel vedere l’uno distruggere l’altro” (Nunes, p. 311), ma non erano affatto degli sciocchi incoscienti; con questa vittoria il sovrano di Vijayanagara era diventato il più potente sovrano di tutto il Deccan e rappresentava una seria minaccia per il loro potere e il loro prestigio.

Se in un primo momento i sultani si erano mostrati favorevoli all’iniziativa di Krishnadevaraya contro Bijapur, ora erano pronti a fronteggiarlo apertamente, almeno sul piano diplomatico.

Nella lettera con cui si congratulavano per la sua vittoria era contenuta infatti una minaccia mica tanto velata: il sovrano di Vijayanagara aveva certamente riportato un grande trionfo sul suo avversario, ma doveva restituire senza indugio i possedimenti dell’Adil Shah al loro legittimo proprietario; in caso contrario, i cinque sultanati avrebbero fatto causa comune contro di lui e gli avrebbero mosso una guerra spietata.

Krishnadevaraya non era un sovrano che si lasciava intimidire facilmente e rispose loro a tono: “Non affannatevi a venire fin qui: verrò io a cercarvi, se avrete il coraggio di aspettarmi nei vostri domini” (Nunes, p. 331).

L’ammaccato Adil Shah inviò infine un ambasciatore per negoziare un accordo tra le due potenze; Krishnadevaraya, dal canto suo, finse di ignorare il suo arrivo e lo fece attendere per un intero mese prima di concedergli finalmente un'udienza privata.

L’ambiasciatore presentò a Krishnadevaraya delle richieste assolutamente folli. L’Adil Shah dichiarava di non nutrire alcun rancore verso il suo avversario; anzi, lo considerava un grande e potente sovrano, degno d'ogni lode.

Il sovrano di Vijayanagara aveva però, senza apparente motivo, infranto la pace che regnava tra le due potenze da molti anni: pertanto Krishnadevaraya, in nome della loro amicizia, avrebbe dovuto restituire seduta stante Raichur, insieme a tutti gli elefanti e ai cannoni catturati nel corso della battaglia. (Nunes, pp. 332-334).

A una richiesta tanto straordinaria non si poteva che replicare con pari insolenza: Krishnadevaraya si dichiarava disposto ad accettare qualsiasi condizione pur di preservare la sua antica amicizia con l’Adil Shah di Bijapur; ma questi, in cambio, avrebbe dovuto recarsi fino a Vijayanagara per «baciargli il piede».

L’Adil Shah rispose che “era pienamente deciso a fare con gioia quanto il re desiderava” (Nunes, p. 335), ma che ciò non era purtroppo possibile: non poteva certo entrare legalmente nel territorio sovrano di un altro re.

Krishnadevaraya, dall’alto della sua bontà, decise di togliere il suo caro “amico” da ogni impiccio: egli lo avrebbe incontrato al comune confine vicino al forte di Mugdal: lì il sultano avrebbe potuto baciare il suo piede senza incorrere in problemi legali di alcun tipo.

Senza attendere la risposta dell’Adil Shah, Krishnadevaraya si recò verso il confine alla testa di un potente esercito.

Isma'il non aveva ovviamente la benché minima intenzione di recarsi a Mudgal né di sopportare l'umiliazione di baciare il piede dell’imperatore; allora egli tergiversava e temporeggiava mentre i suoi messaggeri informavano Krishnadevarya che il loro sovrano era in viaggio e avrebbe presto raggiunto il confine.

Stanco di attendere oltre l’arrivo dell’Adil Shah, Krishnadevaraya invase il territorio di Bijapur, lasciandosi alle spalle una scia di saccheggi e devastazioni: se Isma'il non si fosse mosso, lo avrebbe raggiunto lui stesso.

Neppure la capitale del sultanato Bijapur fu risparmiata. Non trovandovi l’Adil Shah, che aveva prudentemente abbandonato la città all’avvicinarsi delle truppe di Vijayanagara, Krishnadevaraya prese alloggio nel palazzo reale; poi, forse senza impartire un ordine esplicito, lasciò che i suoi uomini sfuggissero al suo controllo e, con il malcelato pretesto di procurarsi legna da ardere, saccheggiassero la città da cima a fondo. (Nunes, p. 335-6).

Krishnadevaraya continuò l’inseguimento del suo sfuggente avversario e raggiunse la simbolica città di Gulbarga.

Essa era la tradizionale sede di potere del sultanato di Bahman, ma questo status non bastò a salvarla da un pesante saccheggio.

Il suo atto non era più solo una provocazione forte contro l’Adil Shah di Bijapur: i cinque sultanati del Deccan erano gli eredi effettivi del sultanato di Bahaman; Krishnadevaraya agendo in questo modo stava mettendo in scena la propria potenza, a beneficio di tutti i sultani del Deccan (S. Reddy, p. 122).

All’interno della fortezza di Gulbarga, Krishnadevaraya trovò i tre figli dell’ormai defunto sultano Bahaman Mahmud Shah.

I fratelli erano stati imprigionati quando, circa una decina di anni prima, i sultani avevano rinnegato l’autorità del sultano Bahaman e avevano fondato i propri domini personali.

Krishnadevaraya assunse su di sé l’ingombrante impegno di elevare il fratello maggiore alla carica di sultano. Si trattava ovviamente di una nuova dimostrazione di forza nei confronti dei suoi nemici: non solo Krishnadevaraya era abbastanza potente da poterli sconfiggere in battaglia; egli poteva anche permettersi di interferire indisturbato nelle loro intricate dispute dinastiche (S. Reddy, p. 123).

Krishnadevaraya, in preda forse alla megalomania più totale, avrebbe desiderato continuare la sua spedizione contro i territori degli altri sultani, ma ne venne sconsigliato dal prudente consiglio dei suoi consiglieri: sentendosi minacciati i sultani avrebbero potuto mettere da parte le proprie divergenze e unirsi in una causa comune contro il minaccioso signore di Vijayanagara; “pur non avendo alcuna ragione di avere timore” di quei cinque disgraziati, c’era un altro avversario insormontabile da dover affrontare: la cronica ed impellente mancanza d’acqua.

Krishnadevaraya accolse di buon grado il loro saggio consiglio e ritornò a Vijayanagara in trionfo (Nunes, pp. 339-340).

Gli Ultimi Anni: Tragedia e Fine di un'Epoca

Gli ultimi anni di Krishnadevaraya sono intrisi di misteri e di leggende. Nel 1522 il sovrano doveva avere superato ampiamente i quarant’anni (S. Reddy, p. 124).

Il suo regno era stato lungo e glorioso: Krishnadevaraya aveva portato l’impero Vijayanagara al suo massimo splendore trionfando su tutti i suoi avversari in una serie infinita di assedi e battaglie.

Krishnadevaraya aveva sottomesso i ribelli, realizzato il grande sogno del suo predecessore Saluva Narasimha e punito la superbia dei sultani del Deccan. Adesso però il grande sovrano iniziava a sentire il peso degli anni e desiderava solo vivere una serena vecchiaia.

La morte dell'erede e la caduta di Timmarasu

Nei suoi ultimi anni, mentre godeva ancora di un’ottima salute, egli si dedicò con cura a preparare la propria successione.

Il candidato principale era il figlio di sei anni nato dall’unione con la regina ufficiale Tirumaladevi.

Per garantire una successione stabile, egli decise di abdicare al Trono del Leone e di proclamare il bambino come nuovo imperatore. Krishnadevaraya avrebbe assunto il ruolo di primo ministro, mentre Timmarasu fu invece ‘degradato’ al rango di consigliere.

Secondo S. Reddy questo gesto decisamente prematuro sarebbe stato precipitato dall’intensificarsi delle trame di corte; tra i principali cospiratori appare particolarmente in evidenza il nome dell’ambizioso genero del sovrano, Rama Raya, che, forse, ambiva al trono (S. Reddy, p. 124-5).

L’incoronazione fu seguita da grandi festeggiamenti che, secondo le fonti, durarono ben otto mesi. In questo periodo però il bimbo si ammalò e, per la disperazione di Krishnadevaraya, morì senza che nessuno potesse fare niente per salvarlo: a corte si cominciò a mormorare che il figlio di Krishnadevaraya fosse stato avvelenato (Nunes, pp. 340-1).

Il dolore per la morte del figlio offuscò la mente di Krishnadevaraya, spingendolo a commettere un errore fatale: la sua furia, cieca e distruttiva, si riversò su una persona del tutto innocente, il suo fedele primo ministro Timmarasu, che per decenni lo aveva servito e consigliato con saggezza.

Krishnadevaraya lo apostrofò con questo feroce (e ingiusto) sfogo emotivo: “Ti ho sempre considerato un mio grande amico, e ormai da quarant’anni governi questo regno, che tu mi consegnasti; eppure non ti sono debitore per questo, poiché così facendo agisti contro il tuo dovere. Eri tenuto, giacché il tuo signore, il re mio fratello, così aveva comandato, a cavarmi gli occhi; ma non eseguisti la sua volontà né gli obbedisti, bensì lo ingannasti, e furono cavati gli occhi a una capra. Perciò, non avendo adempiuto al suo ordine, fosti un traditore, e con te i tuoi figli, per i quali tanto ho fatto. Ora ho appreso che mio figlio è morto per il veleno che tu e i tuoi figli gli avete somministrato, e per questo siete tutti qui fatti prigionieri.» (Nunes, p. 341).

Timmarasu e i suoi figli rimasero in prigione per ben tre anni; poi, per un beffardo scherzo del destino, il sovrano, con l’accusa del delitto capitale di regicidio, ordinò che fossero cavati gli occhi all’uomo che, agli inizi del suo regno, lo aveva salvato e reso grande grazie alla sua arguzia (Nunes, p. 341).

Non vennero uccisi solo “perché, in questo paese, i bramini non vengono messi a morte”: Timmarasu e i suoi figli vennero di nuovo rinchiusi in prigione (Nunes, p. 342).

Gli ultimi anni di Krishnadevarya trascorsero senza eventi degni di nota. L’Adil Shah marciò nuovamente alla conquista di Raichur, ma dovette fuggire con la coda tra le gambe non appena venne a sapere che le forze di Krishnadevaraya stavano per attaccarlo.

Krishnadevaraya, innervosito dal quel maldestro colpo di mano del suo rivale musulmano giurò che “avrebbe scatenato contro di lui una guerra così spietata da costringerlo con la forza a diventare suo vassallo, e non avrebbe cessato finché non gli avesse sottratto Belgaum” (Nunes, p. 343).

Il sovrano di Vijayanagara non ebbe modo di mantenere il proprio giuramento. Nel 1529, mentre Krishnadevaraya stava preparando il suo esercito in vista della futura campagna militare contro l’Adil Shah di Bijapur, “cadde malato della stessa malattia da cui erano morti tutti i suoi antenati, con dolori all’inguine, che sono fatali a tutti i re di Vijayanagara (Nunes, p. 344)

Conclusione: Il Retaggio di Krishnadevaraya

Il nostro breve articolo ha raccontato le vicende storiche del più grande sovrano che Vijayanagara abbia mai avuto nella sua lunga storia.

Grazie al suo straordinario talento militare l’impero si espanse come mai prima d’ora, raggiungendo l’apice della sua potenza e dei suoi confini.

Nella storiografia moderna inoltre Krishnadevarya viene ritratto come il sovrano indù ideale: un uomo eroico che incarnava perfettamente gli ideali di coraggio, giustizia e profonda devozione.

Questo ritratto idilliaco è probabilmente frutto di sviluppi molto successivi al suo regno. Le fonti contemporanee infatti si riferiscono a lui semplicemente come ‘Krishnaraya’; l’inserimento del termine ‘deva’ (dio), che implica l‘assunzione di uno status divino, è probabilmente risalente al diciassettesimo secolo, quando oramai si guardava con tanta nostalgia alla lontana e irripetibile “età dell’oro” dell’impero Vijayanagara (S. Reddy, p. 78; R. M. Eaton, p. 307).

Questo ritratto però non appare del tutto storicamente accurato. Pur possedendo certamente innumerevoli qualità e virtù, Krishnaraya aveva anche dei difetti. Egli era infatti incline a lasciarsi travolgere da improvvisi e pericolosi scatti d’ira che gli offuscavano il giudizio, spingendolo a compiere delle scelte avventate.

La storiografia spesso non ha dato fede a questi episodi, considerandoli apocrifi o comunque non degni della minima fede. In un’opera del 1936 lo storico K. Raghavacharlu riteneva ad esempio del tutto inconcepibile che, nel famoso episodio successivo alla conquista di Raichr, il nobile e magnanimo Krishnaraya avesse davvero preteso che il suo avversario sconfitto gli baciasse il piede (R. M. Eaton, cit. p. 307, vd. nota); eppure la fonte che racconta l’intera vicenda, il buon Nunes, é del tutto affidabile e non è certo viziata da particolari pregiudizi negativi nei confronti di Krishnaraya (R. M. Eaton, p. 308).

Il nostro articolo quindi, seguendo la scia dei più attenti storici del ventunesimo secolo, ha cercato di ‘umanizzare’ il personaggio, riportandolo alla sua reale dimensione storica.

L'ombra di Talikota e la fine dell'impero

Sulla politica di Krishnaraya nel Deccan è emersa recentemente una nuova annosa critica: è possibile che il suo orgoglio e la sua megalomania, evidenti nel suo stile diplomatico spesso insultante nei confronti dei sultanati del Deccan, siano stati, cinquant’anni dopo la sua morte, tra le principali cause della distruzione dell’impero di Vijayanagara? (R. M. Eaton, pp. 308-9; S. Reddy, p. 123).

Mentre Krishnaraya tiranneggiava l’Adil Shah di Bijapur, un suo ufficiale di nome Ramaraya, al suo servizio da diversi anni, si distinse particolarmente per la propria abilità; pare che Krishnaraya ne fosse rimasto così impressionato da concedergli una delle proprie figlie in matrimonio.

Dopo la morte di Krishnaraya, nel 1529, Ramaraya raggiunse rapidamente i vertici del potere, fino a divenire nel 1542 il principale autocrate dell’impero, grazie alla forte influenza esercitata su un nipote del sovrano, ormai ridotto a un mero burattino nelle sue mani (R. M. Eaton, p 308).

Ramaraya intervenne spregiudicatamente nei perenni conflitti che travagliavano i sultanati del Deccan, adottando una politica analoga a quella del suo illustre suocero.

Il suo atteggiamento altezzoso e provocatorio indusse i sultani, per la prima ed unica volta nella loro storia, a fare fronte comune contro di lui; pare che la causa immediata fosse stato un episodio umiliante molto simile a quello che coinvolse Krishnaraya e l’Adil Shah di Bijapur: Ramaraya impose al suo avversario sconfitto, il sultano Husain Nizam Shah di Ahmadnagar, di mangiare il pan (noce di betel) dalle sue mani come condizione di pace (M. S. Pillai, pp. 90-1).

Nella battaglia di Talikota (1565) i sultani del Deccan inflissero una devastante sconfitta al reggente di Vijayanagara; la meravigliosa capitale, tanto amata da Krishnaraya, fu ridotta in macerie: questa sconfitta non segnò la fine dell’impero di Vijayanagara dato che esso sopravvisse, decisamente ammaccato, ancora per un secolo, ma esso “da solida e temuta potenza politica, non rimase che un pallido e malinconico ricordo” (M. S. Pillai, p. 95).

Le analogie tra le politiche e gli atteggiamenti di Krishnaraya e Ramaraya sono evidenti e impressionanti; é certamente possibile che Ramaraya abbia preso a modello lo stile di governo del cognato (R. M. Eaton, p. 309): in assenza di prove concrete risulta però impossibile individuare un legame diretto di causa-effetto tra le politiche ambiziose di Krishnaraya e la rovina dell’impero Vijayanagara.

L’idea che Krishnaraya, accecato dalla superbia e dalle sue strepitose vittorie, non avesse previsto che le sue azioni avrebbero condotto alla rovina di tutto ciò che aveva faticosamente costruito, conserva un fascino decisamente romantico (S. Reddy, p. 123).

Per concludere questo breve articolo credo che questa iscrizione in sanscrito possa riassumere in modo perfetto il regno di Krishnaraya: “Si racconta che il sole, sopraffatto dalla fulgida gloria di Krishnadevaraya, tramontò nell’oceano occidentale come se fosse incapace di sostenere l’intensità di tale magnificenza” (M. S. Pillai, cit. p. 19).

Per approfondire: Il fascino di un impero dimenticato

Se la storia del "Leone di Vijayanagara" vi ha incuriosito, vi consigliamo vivamente di dedicare una mezz'ora a questo eccellente documentario animato (in lingua inglese, ma con la possibilità di attivare i sottotitoli automatici).

È un viaggio visivo straordinario che ricostruisce l'ascesa di questo sovrano "fuoricasta", e che restituisce in modo vivido tutta la grandezza di un impero spesso ignorato dai manuali di storia occidentali.

Bibliografia

Fonti Primarie

  • R. Sewell, A forgotten empire. Vijayanagar: a contribution to the history of India (1962).

    Nota dell'autore: Contiene le due fonti principali che animano il nostro racconto. Domingo Paes (circa 1520-1522) e Fernão Nunes (circa 1535).

  • Firishta, History of the Rise of the Mahomedan Power in India, till the Year AD 1612, Vol. 3 (Trad. di J. Briggs, 1829).

    Nota dell'autore: Storico persiano che visse in India per diversi anni al servizio di vari sultani del Deccan; la sua storia, scritta all’incirca nel 1611, è molto più tarda rispetto agli eventi di nostro interesse; è comunque utile per avere un punto di vista musulmano su alcuni eventi di massima importanza.

  • (R = Rāyavācakamu) Tidings of the King: A Translation and Ethnohistorical Analysis of the Rāyavācakamu, Un. Of Hawaii Press (Trad. di P. B. Wagoner).

    Nota dell'autore: Il testo in realtà è decisamente più tardo rispetto agli eventi narrati (fine 1500- inizio 1600, p. 8) e quindi deve essere utilizzato con molta cautela e moderazione. Sul suo utilizzo come fonte storica si consiglia la lettura dell’introduzione dell’autore: "The Rāyavācakamu. A source of Vijayanagara History?", pp. 3-12.

Fonti Secondarie

  • R. M. Eaton, 'Kiss My Foot', Said the King: Firearms, Diplomacy, and the Battle for Raichur, 1520 in Vol. 43, No. 1, Expanding Frontiers in South Asian and World History: Essays in Honour of John F. Richards (Gen. 2009), pp. 289-313.

  • M. S. Pillai, Rebel Sultans: The Deccan from Khilji to Shivaji, Juggernaut (2020).

  • S. Reddy, Raya: Krishnadevaraya of Vijayanagara, Juggernaut (2020).

Fonti Iconografiche (Mappe)

  • Mappa 1: L'impero di Alauddin Khalji (Animalia Life).

  • Mappa 2: Sud India e Deccan nel XVI secolo (S. Reddy, 2020, p. 17).

  • Mappa 3: La zona contesa (R. M. Eaton, 2009, p. 291).

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Autore

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Alessandro Poma

Studente di Scienze Storiche

Studente di Scienze Storiche all'Università di Torino. Amo moltissimo la storia dell'antica Grecia (396-362; 323-281 a.C.).

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