Che cos'era l'IRI? L'Istituto per la Ricostruzione Industriale è stato un colossale ente pubblico economico nato nel 1933 per salvare l'Italia dal collasso bancario post-1929. Nel corso del Novecento, la storia dell'IRI è diventata la storia dello sviluppo industriale del Paese: dal "miracolo economico" con la costruzione delle Autostrade e l'espansione della siderurgia, fino alla profonda crisi debitoria degli anni '70 e alla drammatica stagione delle privatizzazioni che ne ha segnato la definitiva chiusura nel 2002
Roma, fine gennaio 1933. L'inverno avvolge la capitale, ma nelle stanze del potere si suda freddo.
L'eco del crollo di Wall Street ha attraversato l'oceano e ora sta stringendo la gola dell'Europa. L'Italia, sotto la facciata di marmo e retorica del regime fascista, è a un passo dal disastro totale.
Gli sportelli bancari tremano davanti allo spettro del panico. I risparmiatori, terrorizzati dalle voci sempre più insistenti di bancarotta, sono pronti a ritirare i propri soldi. Se accade, è la fine dell'economia nazionale.
Benito Mussolini è costretto a guardare in faccia una realtà spaventosa. Il regime che promette ordine e stabilità si trova seduto su una bomba finanziaria innescata. Le tre banche più grandi del Paese stanno affogando in un mare di debiti inesigibili.
Serve un miracolo. Oppure, serve un uomo che conosca i numeri e i meccanismi del credito meglio di chiunque altro. Un uomo che Mussolini detesta profondamente sul piano politico, ma di cui ha un disperato, assoluto bisogno.
Mussolini deve ingoiare l'orgoglio, prende in mano la situazione e fa chiamare il suo nemico storico: Alberto Beneduce.
È esattamente in questo clima di tensione disperata e di trattative segrete che prende forma un'entità destinata a governare l'Italia per i successivi settant'anni. Questa non è la semplice cronaca di un ente burocratico: è la storia del potere, del sangue, dell'acciaio e dell'asfalto che hanno costruito il nostro Paese. Questa è la storia dell'IRI.
Per capire perché nasce l'IRI, dobbiamo fare un passo indietro. Dobbiamo entrare nei forzieri e nei consigli di amministrazione del primo Novecento.
In Italia dominano le cosiddette "banche miste". Istituti immensi come la Banca Commerciale Italiana (Comit), il Credito Italiano (Credit) e il Banco di Roma. Si chiamano "miste" perché fanno due cose contemporaneamente, violando ogni moderna regola di prudenza: raccolgono i sudati risparmi dei cittadini e, con quegli stessi soldi, comprano azioni o prestano capitali enormi alle grandi industrie.
Durante la Prima Guerra Mondiale, l'industria italiana si gonfia a dismisura. Le fabbriche producono cannoni, corazzate, aeroplani. Per espandere i capannoni, gli industriali chiedono soldi alle banche. Le banche aprono i rubinetti.
Ma quando la guerra finisce, la musica cambia. I contratti statali svaniscono nel nulla. Le fabbriche si ritrovano con impianti giganteschi, migliaia di operai in esubero e nessuna commessa. Non riescono più a restituire i prestiti.
Le banche, per non perdere i crediti, li convertono in azioni. In pratica, diventano proprietarie delle industrie in crisi.
È una situazione scomoda. Se l'industria affonda, tira giù con sé la banca. E se la banca affonda, brucia i risparmi di milioni di italiani, dall'operaio all'insegnante.
Già nel 1913 e nel 1915, sotto la guida di Bonaldo Stringher, la Banca d'Italia aveva dovuto creare il Consorzio per sovvenzioni su valori industriali per tentare salvataggi disperati. Ma è solo un palliativo.
Nel 1922 crolla la Banca Italiana di Sconto, travolgendo il colosso industriale Ansaldo. Nel 1923 il Banco di Roma finisce in crisi profonda. Nel 1926 viene creato l'Istituto di Liquidazioni per gestire le partecipazioni ormai stabili che lo Stato si ritrova in mano.
Poi arriva il 1929. La Borsa di New York collassa. La Grande Depressione morde l'economia globale. Le quotazioni azionarie precipitano nel vuoto.
Le banche italiane si ritrovano i forzieri pieni di azioni industriali che ormai valgono carta straccia. Nel 1930 il Credito Italiano è sull'orlo della bancarotta. Nel 1932, la Banca Commerciale Italiana è tecnicamente insolvente. Dovrebbe portare i libri in tribunale ed essere messa in liquidazione.
La Banca d'Italia si trova esposta per oltre 7 miliardi di lire, una cifra che rappresenta più del 50% del capitale circolante dell'epoca. Il sistema finanziario italiano ha smesso di battere.
Mussolini capisce che la retorica non stampa moneta. I gerarchi del partito non bastano per fermare uno tsunami finanziario. Gli serve un tecnico assoluto.
Sceglie Alberto Beneduce. Ed è una scelta clamorosa, quasi incomprensibile per i fedelissimi del Duce.
Chi è Beneduce? È tutto ciò che il fascismo odia e combatte. Nasce a Caserta da origini umili, studia matematica e si laurea nel 1904, intraprendendo una brillante carriera nella statistica.
Ma soprattutto, ha un passato politico ingombrante. È un ex socialista, legato a figure storiche come Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi. Ha simpatie repubblicane. Ed è un massone: affiliato alla Loggia Giovanni Bovio dal 1905, elevato al grado di maestro già nell'agosto del 1906.
Rappresenta quindi i peggiori incubi del dittatore.
Eppure, Mussolini si fida ciecamente della sua mente fredda e calcolatrice. Sa che Beneduce è pragmatico, glaciale nei conti e, soprattutto, non ha alcuna intenzione di spodestarlo politicamente.
Tra i due si sigla un patto implicito, segreto e d'acciaio: Beneduce avrà mano libera e assoluta autonomia per salvare l'economia, in cambio garantirà lealtà tecnica al regime. L'economista non prenderà nemmeno la tessera del Partito Fascista fino al 1940, al momento delle sue dimissioni.
Il 23 gennaio 1933, il governo emana il regio decreto legge numero 5. Nasce ufficialmente l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI).
Beneduce si mette immediatamente al lavoro. Il suo piano è semplice, spietato e geniale.
L'IRI fungerà da grande "ospedale" per le aziende malate. Comprerà dalle banche in crisi tutte le azioni industriali tossiche. Le banche, liberate da quel peso morto, torneranno a fare le banche, con le casse di nuovo piene di liquidità.
Ma sorge un problema colossale. Dove prende i soldi l'IRI per comprare questo immenso cimitero di aziende siderurgiche, cantieristiche e telefoniche?
Beneduce inventa un meccanismo perfetto: emette obbligazioni industriali garantite dallo Stato. In pratica, convince i piccoli risparmiatori italiani a prestare soldi all'IRI, garantendo che dietro c'è il governo.
I risparmiatori, che non si fidano più delle banche miste, si fidano della firma dello Stato. Comprano le obbligazioni, l'IRI incassa denaro fresco e salva le banche.
È un capolavoro tecnico che scongiura la catastrofe sociale.
L'evento è successo prima o dopo? Metti in ordine cronologico gli eventi! 3 difficoltà, batti il tuo record e ripassa!
Gioca a Chrono →
Senza quasi rendersene conto, con un solo colpo di penna per evitare il collasso, lo Stato italiano si ritrova padrone assoluto di una fetta sterminata dell'economia nazionale.
Smobilizzando le banche miste e rilevando i loro portafogli, l'IRI diventa proprietario di oltre il 20% dell'intero capitale azionario nazionale.
Fermatevi a riflettere su questa cifra. In un'epoca in cui il comunismo sovietico statalizza tutto con i fucili, l'Italia fascista statalizza l'economia con i registri contabili, arrivando seconda in Europa per grado di statizzazione.
Guardiamo i numeri impressionanti di ciò che finisce sotto il controllo dell'IRI nel 1934:
| Settore Economico | Quota di Controllo Acquisita dall'IRI (1934) |
|---|---|
| Armamenti | Quasi la totalità dell'industria bellica nazionale |
| Costruzioni Navali | Tra l'80% e il 90% dei cantieri |
| Telecomunicazioni | Servizi telefonici di gran parte dell'Italia (futura STET) |
| Navigazione | Tra l'80% e il 90% delle flotte commerciali e passeggeri |
| Siderurgia Civile | Una quota maggioritaria e decisiva (Ilva, Terni) |
| Sistema Bancario | Possesso integrale delle tre maggiori banche (Comit, Credit, Banco di Roma) |
L'IRI detiene aziende storiche e pulsanti: Ansaldo, Ilva, Terni, Alfa Romeo, Navigazione Generale Italiana, Lloyd Triestino.
Nelle intenzioni originarie di Beneduce, e persino di Mussolini, l'IRI doveva essere un ente strettamente provvisorio. L'obiettivo era risanare le aziende, rimetterle in sesto, farle tornare in attivo e poi rivenderle ai capitalisti privati.
E all'inizio ci provano davvero. Alcune imprese strategiche del settore elettrico, come la Edison e la Bastogi, vengono effettivamente ricollocate sul mercato privato.
Ma la Storia, come spesso accade, ha altri piani. La scacchiera internazionale si sta riempiendo di nubi oscure.
Le priorità cambiano drasticamente. Nel 1937 il governo decide di trasformare l'IRI in un ente pubblico permanente.
Perché questa inversione di rotta? Il contesto internazionale si sta incendiando. Mussolini ha iniziato la Guerra d'Etiopia. L'Italia è colpita dalle sanzioni economiche internazionali della Società delle Nazioni.
Il regime risponde lanciando la parola d'ordine dell'autarchia: il Paese deve produce tutto da solo, senza dipendere dalle importazioni straniere.
Per preparare una macchina bellica autarchica, il governo si rende conto che non può lasciare le industrie strategiche in mano ai privati, che cercano solo il profitto a breve termine e tagliano gli investimenti a lungo raggio. A Mussolini, del resto, non interessa il dibattito tra pubblico e privato, gli interessa solo che l'economia marci compatta nella direzione stabilita dal potere politico.
Lo Stato ha un disperato bisogno di navi, acciaio, aerei e reti telefoniche sotto il suo stretto controllo.
Beneduce, sempre lucido, struttura il colosso come una moderna scatola cinese, un capolavoro di ingegneria societaria. L'IRI non gestisce direttamente le fabbriche. Crea delle società finanziarie "caposettore" che controllano le varie aziende operative raggruppate per materia: Nasce la STET per le telecomunicazioni nel 1934. Nasce la Finmare per la navigazione nel 1936. Nasce la Finsider per la siderurgia nel 1937.
Ogni caposettore emette proprie obbligazioni, raccoglie capitali e guida la strategia industriale. È un modello perfetto.
Nel 1939, i problemi di salute fermano Beneduce. Un ictus lo aveva colpito di ritorno da Basilea nel 1936. Lascia la presidenza a Francesco Giordani. Il padre silenzioso dell'economia statale si ritira nell'ombra, ma la sua creatura è ormai inarrestabile. Supererà intatta persino l'inferno dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
Consiglio la lettura di questo articolo sulla Storia dei Bombardamenti.
Finita la guerra, l'Italia è in macerie. Le città sono sventrate. La monarchia cade, il fascismo è sconfitto, si instaura la Repubblica.
In questo clima di rifondazione, molti economisti di stampo liberale chiedono la chiusura immediata e lo smantellamento dell'IRI. Lo considerano un relitto ingombrante del fascismo, un mostro statalista che soffoca la libera iniziativa.
Il futuro Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, liberista convinto, è severissimo. Ammonisce la classe politica: l'impresa pubblica, se non segue criteri rigorosamente economici, si trasforma inevitabilmente in un "ospizio di carità".
Ma smantellare l'IRI, nei fatti, è tecnicamente impossibile.
Nessun privato italiano, nell'immediato dopoguerra, possiede i capitali colossali necessari per comprare complessi immensi come l'Ilva, la Terni o i grandi cantieri navali. Le fabbriche chiuderebbero, milioni di operai finirebbero per strada. Sarebbe la rivoluzione sociale.
Così, i governi a guida Democrazia Cristiana decidono di tenere in vita il colosso e di usarlo come ariete per la ricostruzione del Paese.
Entra in scena una figura chiave: Oscar Sinigaglia.
Sinigaglia elabora un piano visionario e spregiudicato per decuplicare la capacità produttiva della siderurgia italiana. L'industria privata nazionale (guidata da colossi storici come la Falck) è ostile al piano. I privati preferirebbero mantenere bassa la produzione, per tenere alti i prezzi dell'acciaio e garantirsi margini sicuri.
Ma Sinigaglia tira dritto con l'IRI. Usa i soldi dello Stato per costruire altiforni ciclopici a ciclo integrale. Inonda letteralmente il Paese di acciaio a basso costo.
È la scintilla del boom. Senza quell'acciaio economico, la Fiat non avrebbe mai potuto sfornare le Seicento e le Cinquecento a prezzi accessibili per la classe media nascente. Senza quell'acciaio, l'Italia non avrebbe mai vissuto il miracolo economico italiano.
La "Formula IRI" diventa celebre e studiata nel mondo. Perfino i governi laburisti inglesi la guardano con invidia e ammirazione.
Comprendono che non è una nazionalizzazione piatta in stile sovietico. È un sistema misto brillante: lo Stato possiede la maggioranza e guida la strategia a lungo termine, ma le aziende dell'IRI operano sul libero mercato, competono, e hanno piccoli azionisti privati nel loro capitale.
C'è un simbolo assoluto di quest'epoca d'oro. Un'opera titanica che porta la firma dell'IRI e che cambierà per sempre la geografia umana del Paese.
All'inizio degli anni Cinquanta, viaggiare da Milano a Napoli è un'odissea. Richiede due giorni interi di guida sfiancante su strade provinciali dissestate, attraversando obbligatoriamente oltre cento centri abitati, tra carri agricoli, fango e piazze di paese. L'Italia è un Paese diviso, lungo, faticoso e spaventosamente lento.
Negli uffici dell'IRI di Via Veneto, il direttore generale prende in mano la situazione. Convoca i vertici del capitalismo italiano: Vittorio Valletta per la Fiat, Enrico Mattei per l'Agip, e i capi di Pirelli e Italcementi. L'incontro avviene quasi in segreto. Anche il sindacalista Giuseppe Di Vittorio vi partecipa in incognito.
Decidono che il Paese ha bisogno di una spina dorsale. Nasce l'idea dell'Autostrada del Sole. La SISI (Società Iniziative Strade Italiane) promuove il progetto.
L'opera è immensa e i soldi scarseggiano. I tecnici presentano i progetti, ma confessano di non avere le coperture. L'IRI, con la sua potenza di fuoco finanziaria, riesce a garantire i 270 miliardi di lire necessari (inizialmente preventivati in 100 miliardi).
Il 19 maggio 1956, il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi si reca a San Donato Milanese e posa la prima pietra.
Inizia una corsa forsennata contro il tempo e contro la geografia. L'Italia è un paese di montagne. I tecnici devono scavare le viscere dell'Appennino, progettare decine di ponti e viadotti tutti diversi tra loro, affrontando uno dei territori più complessi d'Europa.
| Opera Ingegneristica | Quantità sul Tracciato A1 |
|---|---|
| Ponti e Viadotti Maggiori | 113 |
| Cavalcavia e Sottopassi | 572 |
| Gallerie Scavate | 38 |
| Chilometri Totali di Asfalto | 764 |
Le aziende appaltatrici lavorano giorno e notte. Non ci sono furbizie sui prezzi, l'IRI impone una gestione ferrea, tanto che i cantieri chiudono mesi prima del previsto.
Ma il prezzo umano è altissimo. Molti operai, vere e proprie avanguardie proletarie dell'ingegneria moderna, perdono la vita durante i lavori, schiacciati dalla roccia o caduti dai piloni, specialmente nei massacranti tratti appenninici. La bellissima Chiesa di San Giovanni Battista a Campi Bisenzio, progettata da Giovanni Michelucci con la sua inconfondibile forma a tenda, viene eretta proprio in ricordo di queste "morti bianche".
Il traguardo viene raggiunto in soli otto anni. Un miracolo ingegneristico che i tecnici di tutto il mondo studiano con stupore.
Il 4 ottobre 1964, il Presidente del Consiglio Aldo Moro si presenta al casello di Firenze per inaugurare solennemente l'ultimo tratto, il nodo fatale che unisce Chiusi e Orvieto.
Le telecamere della neonata RAI (anch'essa parte della sterminata galassia IRI) trasmettono l'evento in diretta nazionale. Sotto un cielo che si apre dopo giorni di nubi, Moro definisce la A1 un'impresa "ardita e geniale", frutto della genialità creatrice e del sudore del popolo italiano.
L'atmosfera lungo il casello è elettrizzante, carica di ottimismo. I giornalisti fermano i primissimi viaggiatori. C'è una studentessa inzuppata di pioggia, scesa per un caffè. Porta una staffetta simbolica: "Andiamo da Milano a Napoli, porto un messaggio dei giovani milanesi ai napoletani. L'autostrada è giovane!". C'è il cantante Aurelio Fierro, in viaggio forsennato verso Milano "per arrivare prima che i milanesi arrivino a Napoli". C'è una turista americana, alla guida di un'auto da solo un anno, che sorride alle telecamere: "Mi sento molto sicura sull'autostrada. Che bel nome, spero di trovare un po' di sole anche a Milano!".
La Pirelli celebra il trionfo girando un magnifico documentario, La lepre e la tartaruga, dove una sinuosa Jaguar E-Type e un pesante camion merci si rincorrono sul nuovo nastro d'asfalto, simbolo dell'Italia che corre.
Le merci, improvvisamente, volano. Il tempo di viaggio tra Milano e Napoli crolla dalle infinite ore provinciali a sole otto ore nette. L'Italia non è mai stata così unita.
Ma il boom nasconde delle crepe. Nelle fondamenta del miracolo si annida un vizio mortale. La politica, e in particolare la Democrazia Cristiana, inizia a usare l'IRI non solo per lo sviluppo economico, ma per risolvere problemi occupazionali e creare bacini di consenso elettorale.
Lo Stato assegna all'IRI un mandato imperativo: sviluppare l'economia del Sud Italia e garantire la piena occupazione, a qualunque costo.
Il banco di prova, sanguinoso e definitivo, di questa politica si gioca in Campania, a Pomigliano d'Arco.
Fin dal lontano 1938 l'Alfa Romeo (glorioso marchio controllato dall'IRI) possedeva un polo aeronautico nel sud, voluto da Ugo Gobbato. Purtroppo, era stato devastato dai bombardamenti alleati nel 1943. Nel 1952 le attività erano riprese lentamente, fino a produrre persino veicoli industriali e la Renault 4 nei primi anni Sessanta.
Ma la svolta arriva nel 1968. Il geniale, colto e burbero presidente dell'Alfa Romeo, il milanese Giuseppe Luraghi, viene incaricato di lanciare la prima vettura compatta della casa del Biscione.
La politica impone che la nuova fabbrica nasca a Pomigliano. Nasce così il progetto Alfasud. Lo Stato versa circa 300 miliardi di lire per erigere una cattedrale nel deserto agricolo.
L'auto, dal punto di vista ingegneristico, è un gioiello. È progettata dal genio austriaco Rudolf Hruska (già braccio destro di Ferdinand Porsche) e disegnata dalle matite ispirate di Giorgetto Giugiaro. È la prima Alfa a trazione anteriore della storia.
Quando esce dalle catene di montaggio nel 1972, il pubblico impazzisce. La guidabilità è perfetta. Le richieste piovono da tutta Europa. Ne venderanno oltre un milione di esemplari in dodici anni.
Ma la fabbrica è un inferno.
L'Alfasud non è solo un'automobile, è un esperimento sociale che si scontra violentemente con la dura realtà del territorio. Lo stabilimento viene riempito di operai attraverso dinamiche spesso clientelari. Contadini e braccianti vengono improvvisamente catapultati nelle rigide tempistiche fordiste della catena di montaggio, senza alcuna reale cultura industriale alle spalle.
I conflitti sindacali diventano brutali, esplodendo ancor prima dell'Autunno Caldo del '69. Tra scioperi selvaggi a scacchiera, micro-conflitti, sabotaggi e tassi di assenteismo cronico spaventosi, la produttività crolla a picco.
Il disastro si riflette sul prodotto. Le scocche di metallo delle prime auto, lasciate all'aperto nei piazzali esposte all'aria salmastra del golfo, si arrugginiscono in fretta ancor prima di essere verniciate. Quella ruggine precoce rovinerà per decenni la reputazione della vettura e del marchio.
Luraghi, manager d'acciaio cresciuto nella cultura aziendale del Nord, cerca disperatamente di preservare l'economicità dell'azienda. Rifiuta i compromessi politici che minano i bilanci e le nuove assunzioni inutili imposte dai ras romani.
Si consuma uno scontro violentissimo. Alla fine, pur di non piegarsi alle logiche spartitorie, Luraghi rassegna le dimissioni.
È uno spartiacque. L'addio di Luraghi è il simbolo di una frattura insanabile: l'IRI non è più guidato dall'aristocrazia tecnica indipendente sognata da Beneduce, ma è ormai ostaggio dei calcoli elettorali delle segreterie di partito.
Entriamo nei cupi anni Settanta. Il mondo viene travolto dallo shock petrolifero. L'inflazione galoppa. Le grandi aziende private, spaventate, riducono gli investimenti, licenziano gli operai, chiudono i cancelli.
Il governo si affida totalmente all'IRI per fermare l'emorragia sociale. Giuseppe Petrilli, potentissimo presidente dell'istituto per quasi vent'anni (dal 1960 al 1979) ed esponente di spicco della DC, elabora la controversa teoria degli "oneri impropri".
Secondo Petrilli, l'IRI non deve badare solo ed esclusivamente al profitto aziendale, ma deve farsi carico delle diseconomie e assorbire i costi sociali a tutela della collettività. Deve investire anche se i criteri imprenditoriali dicono di non farlo.
Einaudi aveva ragione. L'ospizio di carità è servito.
Tradotto nella cruda realtà industriale: l'IRI diventa l'ambulanza d'Italia.
Quando una qualsiasi azienda privata rischia il fallimento e gli operai minacciano di bloccare le strade, la politica interviene e costringe l'IRI a comprarla per salvare i posti di lavoro. Finiscono sotto il rassicurante e anestetico ombrello pubblico entità di ogni tipo: disastrati cantieri navali come la Rinaldo Piaggio, fabbriche di panettoni (la Motta), aziende agroalimentari scorporate dal moribondo gruppo privato Montedison.
Il numero dei dipendenti a carico dello Stato esplode in maniera incontrollata.
| Anno | Numero Totale di Dipendenti del Gruppo IRI |
|---|---|
| 1938 | 201.577 |
| 1960 | 256.967 |
| 1970 | 357.082 |
| 1980 | 556.659 |
Ma questo assistenzialismo titanico ha un prezzo salatissimo. Lo Stato dovrebbe erogare all'IRI i cosiddetti "fondi di dotazione" per coprire queste perdite programmate, ma i soldi statali arrivano sempre in cronico ritardo.
L'IRI, che alla fine del mese deve pagare gli stipendi a mezzo milione di persone, è costretto a indebitarsi con le banche. E negli anni Settanta i tassi di interesse schizzano alle stelle. Gli oneri finanziari soffocano letteralmente i bilanci delle aziende.
Nel 1976, accade l'impensabile, un macabro record storico: tutte, ma proprio tutte, le aziende del settore pubblico chiudono l'anno solare in perdita.
La siderurgia della Finsider diventa un buco nero finanziario senza fondo. Nel 1981, la Finsider copre i propri immensi investimenti con mezzi propri solo per il miserabile 5%. Il resto è debito, debito su debito. L'IRI, l'orgoglio d'Italia, è ormai un colosso intubato in rianimazione.
Arrivano gli anni Ottanta. L'aria cambia, si fa più cinica e spietata. Il governo si accorge che il barile sta raschiando il fondo. Serve discontinuità, prima che il sistema crolli.
Nel 1982 la presidenza dell'IRI viene affidata a un economista di estrazione cattolica, ma decisamente atipico rispetto ai boiardi di Stato: Romano Prodi.
Prodi non è lì per assumere. È lì per tagliare il ramo secco prima che muoia l'albero. Decreta lo stop immediato all'espansione e avvia una dolorosissima ristrutturazione. Prepensionamenti a pioggia, chiusure di stabilimenti, liquidazione chirurgica delle aziende siderurgiche ormai irrecuperabili (come l'Italsider e la Finsider).
E soprattutto, inizia a vendere. Nel 1986, con una mossa che fa scalpore, cede l'indebitatissima Alfa Romeo ai privati della Fiat.
Ma il vero scontro politico della sua presidenza scoppia nel 1985, attorno a un'entità chiamata SME.
La SME (Società Meridionale di Elettricità) era nata decenni prima per gestire le centrali e la corrente elettrica al Sud. Ma dopo la nazionalizzazione dell'energia elettrica degli anni Sessanta, l'IRI aveva incassato grossi indennizzi in contanti e li aveva usati in modo discutibile per trasformare la SME in un immenso polo alimentare.
Sotto l'ombrello della SME ci sono finiti marchi storici che troviamo in tutte le cucine italiane: i panettoni Motta e Alemagna, l'olio Bertolli, i pelati Cirio, i biscotti Pavesi, i dadi Star.
Prodi guarda i bilanci e giunge a una conclusione lapidaria: lo Stato non deve fare i panettoni né la passata di pomodoro. I profitti sono magri, la gestione disastrosa. Decide di privatizzarla.
Avvia una trattativa privata riservata. Il 7 maggio 1985, l'IRI firma un contratto preliminare per cedere il 54,3% della SME al gruppo Buitoni, guidato da uno degli industriali più aggressivi e potenti d'Italia: Carlo De Benedetti. Prezzo pattuito: 497 miliardi di lire (l'equivalente circa di 755.663.208 €).
Il consiglio d'amministrazione dell'IRI avvalla la vendita. Sembra fatta. De Benedetti sta per creare un colosso alimentare europeo.
Ma Prodi non ha fatto i conti con Palazzo Chigi.
Al governo c'è il leader socialista Bettino Craxi. Craxi e De Benedetti si detestano cordialmente, è una guerra fredda politica ed editoriale. De Benedetti, vicino alla sinistra indipendente, edita giornali (attraverso la Mondadori) che picchiano duro contro il governo socialista.
Il Presidente del Consiglio non ha alcuna intenzione di lasciare un simile impero alimentare a un avversario politico. Inoltre, Craxi dichiara apertamente che il prezzo è ridicolo: Prodi starebbe svendendo un gioiello di Stato.
Il governo agisce. Il Ministro delle Partecipazioni Statali, Clelio Darida, si rifiuta di apporre la firma necessaria per l'autorizzazione. La vendita si arena nelle secche della politica romana.
La tensione esplode e si trasforma in un thriller finanziario. Il 23 maggio, dal nulla, arriva all'IRI una nuova offerta improvvisa, più alta: 550 miliardi. A presentarla è un oscuro commercialista, Italo Scalera. Prodi è costretto a riaprire le trattative.
Due giorni dopo, il 25 maggio, proprio nell'ultimo giorno utile per le controfferte, si materializza un vero colpo di teatro. Una nuova e potente cordata scende in campo. Si chiama IAR e getta sul tavolo ben 600 miliardi di lire.
Chi c'è dietro la IAR? I grandi nomi dell'alimentare italiano, Barilla e Ferrero. Ma a orchestrare il blitz, muovendo le pedine dietro le quinte su precisa spinta politica di Craxi, è un rampante imprenditore milanese amico del premier: Silvio Berlusconi.
È uno scontro all'arma bianca tra i titani dell'economia. De Benedetti va su tutte le furie. Urla al complotto. Si rivolge ai tribunali per far valere il suo pre-contratto, chiedendo il sequestro immediato delle azioni.
La battaglia legale durerà anni, innescando infinite polemiche e persino la nascita del famoso e sanguinoso "Processo SME", che coinvolgerà per corruzione giudiziaria i vertici politici e i giudici romani nel decennio successivo.
Alla fine, pur di fermare la guerra, il governo annulla la vendita per decreto. La SME non va a De Benedetti, non va a Berlusconi e non va a nessuno. L'operazione "nata nel segreto" viene bloccata. L'azienda resta nel calderone pubblico dell'IRI. Verrà svenduta "a spezzatino" solo negli anni Novanta.
Tuttavia, nonostante lo stallo della SME, la scure dei tagli di Prodi porta i suoi frutti contabili. Nel 1987, per la prima volta da oltre un decennio di vacche magre, il bilancio dell'IRI torna timidamente in utile.
Ma è una vittoria puramente effimera. La tempesta perfetta si sta addensando oltre le Alpi.
All'inizio degli anni Novanta, il mondo cambia volto con una rapidità feroce. Il Muro di Berlino è caduto. L'Europa si prepara a stringere i ranghi, puntando alla moneta unica.
Nel 1992, viene firmato il Trattato di Maastricht. Le nuove regole della Comunità Europea parlano una lingua chiara e spietata: libero mercato, libera concorrenza, divieto di monopoli.
Soprattutto, c'è un dogma invalicabile: basta con i soldi pubblici iniettati per ripianare a fondo perduto le perdite delle imprese statali. Bruxelles guarda all'Italia, il "malato d'Europa", e punta il dito. La garanzia automatica dello Stato sui debiti miliardari delle aziende siderurgiche dell'IRI viene ufficialmente classificata come "aiuto di Stato" illegale, in contrasto con i principi della libera concorrenza.
Il gigante IRI ha i piedi d'argilla. Nel 1992, fattura l'impressionante cifra di 75.912 miliardi di lire. Ma chiude l'anno con 5.182 miliardi di perdite. Il debito consolidato si aggira intorno alla cifra mostruosa di 57mila miliardi di lire. Il Paese intero è schiacciato dall'enorme debito pubblico accumulato negli anni Ottanta ed è sotto l'attacco brutale della speculazione finanziaria internazionale.
In questo clima di terrore finanziario e di crollo della Prima Repubblica sotto i colpi di Tangentopoli, va in scena un episodio che entrerà nella mitologia, e nella polemica politica, italiana.
È il 2 giugno 1992, giorno della Festa della Repubblica. Al largo della costa laziale di Civitavecchia, lontano dai palazzi della politica in fiamme, naviga maestoso il Britannia, lo yacht reale di Sua Maestà la Regina Elisabetta II.
A bordo non ci sono i reali. Ci sono i rappresentanti in abito scuro della grande finanza internazionale e delle banche d'affari londinesi: emissari della BZW (la divisione di brokeraggio della Barclays), della Baring & Co., della S.G. Warburg.
Dall'altra parte del tavolo, c'è l'élite tecnica ed economica italiana: i massimi dirigenti dell'Eni, dell'Agip, e l'allora Direttore Generale del Ministero del Tesoro, Mario Draghi.
Draghi prende la parola. Agli occhi dei critici, il suo non è un discorso a difesa dell'interesse nazionale, ma un vero e proprio inchino ai padroni della finanza d'Oltremanica. In quella cabina ovattata, assume le vesti dello spietato liquidatore dell'industria di Stato.
Il suo messaggio apre la strada a un'operazione che si trasformerà in un disastroso buco nell'acqua: l'imminente svendita del patrimonio industriale italiano a prezzi stracciati, con l'unica, ossessiva urgenza di fare cassa. Nessuna seria pretesa di garanzie sui piani industriali, nessuna vera tutela per i lavoratori o per i settori strategici che verranno ceduti.
Terminata la sua relazione, Draghi abbandona frettolosamente lo yacht a Civitavecchia prima che salpi, quasi a volersi distaccare materialmente dal banchetto speculativo che lui stesso ha appena inaugurato. Ma il dado è ormai tratto, e l'ombra del "grande burattinaio" si allunga sull'economia nazionale. L'Italia è ufficialmente in vendita al grande capitale straniero.
Negli anni e nei decenni successivi, quell'incontro sul Britannia verrà dipinto dai critici più feroci come una cospirazione, il momento in cui l'industria italiana è stata svenduta al grande capitale straniero a prezzi di saldo. Si dirà che furono sacrificati settori strategici vitali (come le autostrade e le reti) senza ottenere garanzie sui piani industriali, badando solo all'incasso immediato per compiacere i mercati.
Al netto delle polemiche, i fatti stringono. Pochi mesi dopo, il governo Amato I vara un decreto legge storico: l'IRI, intoccabile per sessant'anni, viene trasformato in una normale Società per Azioni (S.p.A.). Il Ministero del Tesoro ne diventa l'unico azionista.
La mazzata finale, il sigillo sulla fine dell'IRI, arriva nell'estate del 1993.
Un altro ente pubblico industriale italiano, l'EFIM, è al collasso totale e non riesce più a pagare i fornitori. Il commissario europeo alla Concorrenza, il duro e intransigente fiammingo Karel Van Miert, blocca l'Italia: Bruxelles non permetterà mai più allo Stato di versare un solo soldo pubblico per salvare i rottami di Stato. O l'Italia rientra nei parametri economici, o salta per aria.
L'allora Ministro degli Esteri italiano, Beniamino Andreatta, vola a Bruxelles per una trattativa drammatica all'ultimo respiro.
Alla fine del 1993, si raggiunge uno storico accordo, passato alla storia come l'accordo Andreatta-Van Miert. È un patto durissimo. L'Europa concede all'Italia di pagare i debiti pendenti dell'EFIM per evitare il default a catena.
In cambio, il governo italiano firma un impegno incondizionato e irrevocabile: entro il 1996, la mole di debiti dell'IRI, dell'ENI e dell'Enel dovrà essere drasticamente e progressivamente ridotta a un livello comparabile con quello delle normali aziende private.
Non ci sono trucchi contabili che tengano. Per abbattere quei debiti mostruosi in soli tre anni, l'Italia ha una sola, dolorosa strada: smembrare l'impero e vendere tutto ciò che ha un valore di mercato.
Tra il 1992 e il 2000, l'IRI allestisce la più grande vetrina finanziaria mai vista in Europa. La spina dorsale dell'economia italiana viene fatta a pezzi e offerta al mercato.
Vengono vendute le banche storiche che Beneduce aveva salvato nel 1933: il Credito Italiano e la Banca Commerciale vengono cedute tramite Offerta Pubblica di Acquisto (OPA) al grande pubblico tra il 1993 e il 1994, tornando definitivamente mani private. Viene liquidata l'Ilva (ex Finsider), chiudendo per sempre, tra fiumi di scioperi e lacrime operaie, la titanica e travagliata avventura della siderurgia di Stato voluta da Sinigaglia.
Ma le operazioni più delicate, che si riveleranno col tempo le più aspramente criticate, riguardano le grandi infrastrutture, i cosiddetti monopoli naturali.
La STET (telecomunicazioni) viene fusa con la controllata Telecom Italia e privatizzata in un'operazione colossale nel 1997. Nel 1999 viene ceduta la società Autostrade S.p.A.. Lo Stato cede ai privati il controllo totale di quel nastro d'asfalto che aveva orgogliosamente progettato, finanziato e costruito durante il boom economico, e che gli italiani avevano pagato col sudore e con la vita.
L'operazione solleva critiche feroci: vendere aziende in regime di monopolio naturale non stimola la concorrenza, ma garantisce enormi rendite parassitarie ai nuovi azionisti privati, traducendosi spesso, negli anni a venire, in puri rincari dei pedaggi per i cittadini e crolli degli investimenti in manutenzione.
Nonostante le polemiche, i numeri per lo Stato sono un successo contabile. Smontando pezzo per pezzo il colosso, tra il 1992 e il 2000, il Ministero del Tesoro incassa una cifra astronomica: 56.051 miliardi di lire.
Il debito si sgonfia. L'Italia entra faticosamente nell'Euro. Le richieste spietate dell'Europa sono state rispettate alla lettera. Ma l'IRI ha ormai esaurito il suo compito storico.
Il 27 giugno del 2000, in una sala silenziosa, senza clamori e senza folle, l'Istituto per la Ricostruzione Industriale viene formalmente messo in liquidazione. Dieci anni dopo essere diventato SpA, nel 2002, scompare definitivamente.
Gli ultimi asset immobiliari residui e i rami d'azienda minori vengono pietosamente incorporati nella Fintecna, una società finanziaria che in origine era nata proprio come controllata dell'IRI. È un paradosso amaro e malinconico: il figlio che ingoia il padre.
Prima di spegnere per sempre le luci in Via Veneto, i liquidatori dell'IRI compiono un ultimo atto. Staccano un assegno intestato al suo unico azionista, il Ministero del Tesoro. Il valore è di oltre 5.000 miliardi di lire. Dopo quasi settant'anni di guerre, miracoli, ingerenze, crisi e debiti feroci, l'ente voluto da Mussolini per tappare una falla si congeda dalla storia ripianando tutto, senza lasciare un solo soldo di debito insoluto a carico della collettività.
Cosa resta oggi, in un'Italia postmoderna e globale, del più grande impero industriale d'Europa?
Dal punto di vista industriale, molto. Alcune pochissime aziende storiche sono sopravvissute alle grandi vendite (tra cui Finmeccanica, oggi Leonardo, e i cantieri della Fincantieri). Non sono state cedute, ma sono passate sotto il controllo diretto del Ministero dell'Economia. Dimostrano che la presenza strategica dello Stato nei settori di altissima tecnologia (come l'aerospazio e la difesa navale) non è mai tramontata del tutto.
Dal punto di vista lessicale, nel linguaggio giornalistico e politico, la sigla è rimasta impressa a fuoco nel DNA nazionale. Si parla ciclicamente di creare una "Nuova IRI" quando si guarda alle azioni di enti moderni come la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) o Invitalia. Spesso, questo paragone ha connotazioni negative , evocando il timore di un ritorno malinconico allo Stato-ambulanza, all'interventismo dettato da logiche clientelari e non dalla visione industriale.
L'Istituto per la Ricostruzione Industriale è stato il motore, lo specchio e infine il capro espiatorio dell'Italia del Novecento.
È nato nella disperazione del 1933, ha forgiato in silenzio la macchina bellica, ha preparato il miracolo economico inondando il Paese di acciaio a buon mercato e tracciando l'asfalto che univa il Nord al Sud. Ma si è anche ammalato fatalmente dei vizi atavici della nostra politica: il clientelismo, il debito senza freni, la lottizzazione partitica che ha mortificato le migliori competenze manageriali, da Beneduce a Luraghi.
La storia dell'IRI ci ricorda, con la freddezza dei numeri e la passione delle sue acciaierie, una grande verità politica: lo Stato, quando guidato da un'aristocrazia tecnica indipendente, può costruire cattedrali di progresso sociale; ma quando viene usato dalla politica per sfuggire al rigore della realtà, si trasforma nel curatore fallimentare di un impero in rovina.
Scarica l'impaginazione in A4 pronta per la stampa. Studia offline, evidenzia i concetti chiave e ripassa senza distrazioni o banner.
Verifica se hai memorizzato i concetti chiave di questo riassunto prima dell'esame o dell'interrogazione.
Fai fatica a ricordare l'ordine esatto degli eventi?
Gioca a Chrono ⏳
Studente di Storia
Ciao, sono Matteo Galavotti. Frequento il secondo anno di Storia presso l'Università di Bologna e ho fondato StudiaStoria.it per unire la mia formazione accademica alla passione per il web development. Programmo personalmente questo sito e ne curo i contenuti, trasformando il mio percorso di studi in articoli di divulgazione accessibili a tutti, con un occhio attento al rigore delle fonti e uno alle moderne tecnologie digitali.
Leggi tutti gli articoli →Hai usato questa pagina per la tua tesina o il tuo blog? Scegli il formato che preferisci e copia la citazione per inserirla nella tua bibliografia o nel tuo sito web.
<b>Matteo Galavotti</b>, <a href="https://studiastoria.it/contemporanea/storia-iri" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Che cos'era l'IRI: La Vera Storia del Miracolo Italiano</a>, StudiaStoria.it, 2026.
Galavotti, M. (2026). Che cos'era l'IRI: La Vera Storia del Miracolo Italiano. StudiaStoria.it. https://studiastoria.it/contemporanea/storia-iri
Galavotti, Matteo. "Che cos'era l'IRI: La Vera Storia del Miracolo Italiano." StudiaStoria.it. Ultima modifica 24/03/2026. https://studiastoria.it/contemporanea/storia-iri.
L'evento è successo prima o dopo? Metti in ordine cronologico gli eventi! 3 difficoltà, batti il tuo record e ripassa!
Gioca a Chrono →Come sei arrivato qui oggi?
Ci daresti un dettaglio in più?
(es. "link su Classroom" o "vorrei un articolo su...")